Texas is NOT the reason.

In questi giorni potreste aver letto che in Texas il Senato ha votato una legge chiamata SB25. Non è così improbabile vi sia sfuggito perchè:
1) Quello che succede nel mondo ci interessa solo se ci riguarda immediatamente.
2) Da noi non si discute mai delle notizie, ma eventualmente delle reazioni alle notizie, e Adinolfi ha i profili social ancora bloccati.
Ad ogni modo, vi faccio un riassunto.
Nei primi anni ’70 una donna statunitense di nome Dortha Jean Jacobs si è presa la rosolia nel primo trimestre di gravidanza ed ha poi partorito un figlio con gravi problemi di salute che, nel solo 1973, sono costati 21K dollari in spese mediche. La famiglia Jacobs ha quindi deciso di fare causa al medico per la mancata diagnosi di rosolia e dei conseguenti impatti sul feto. Nel 1975 il tribunale le ha dato ragione. In questa circostanza è nato il concetto di causa per “wrongful birth”, ovvero la possibilità di imputare al proprio medico la responsabilità per la nascita di un figlio con gravi disabilità non correttamente e tempestivamente diagnosticate.
Voliamo ora nel Texas del 2017, anno in cui il senatore Brandon Creighton, che ha certamente fatto anche cose buone, decide di promuovere un provvedimento che elimini la “wrongful birth” tra le possibili motivazioni da utilizzare per citare in giudizio un medico. La sua tesi prevede due punti fondamentali: non si può far causa ad un dottore per una malattia che non ha direttamente causato e, soprattutto, nessuna nascita può essere considerata un errore.
La legge è stata approvata dal senato dello stato a larga maggioranza.
Ora, secondo voi, quante devono essere le cause analoghe a “Jacobs v. Theimer” per portare all’attenzione di un senatore la necessità di tutelare i poveri medici che ne cadono vittime? Pochissime, esatt… aspetta. Come sarebbe a dire pochissime?
Pochissime. Ed ha perfettamente senso, pensandoci. Quando si tratta di prenatale, in generale, qualunque medico sta molto attento a ciò che dice al paziente. Un po’ per deontologia professionale, un po’ perchè il genitore a cui viene mancata una corretta diagnosi sul nascituro tende a prenderla malino e, di conseguenza, a fare causa. Ovunque, ma soprattutto in un Paese in cui finire in tribunale è una paura costante per qualunque cittadino. Hanno talmente tanti avvocati impegnati a far cause in giro che, in qualsiasi ambito, nessuno si vuol prendere più mezza responsabilità se non costretto.
Vi faccio un esempio. Questa estate ho noleggiato un’auto con il seggiolino per mio figlio. Me l’hanno dato senza istruzioni e, vi garantisco, il sistema per fissare il seggiolino in America è drammaticamente diverso dal nostro e per nulla intuitivo. Di conseguenza ho chiesto al tipo di Budget se potesse darmi una mano. Risposta: “No, mi spiace. Se fai un incidente e succede qualcosa a tuo figlio poi tu mi fai causa. Non fa parte dei miei doveri.”. Ecco, è così per tutto. Lo so perchè con gli americani ci lavoro.
Ci troviamo quindi di fronte ad un provvedimento che deresponsabilizza in toto i medici in caso di errata diagnosi prenatale. Ci sono due livelli di analisi per questa decisione.
Il primo riguarda eventuali vittime di diagnosi errate o mancate. Non esiste una cifra che possa compensare una disgrazia come questa, ma esistono certamente delle cifre che chi da questa disgrazia è colpito si trova a dover spendere per potervi far fronte. Cifre importanti, come abbiamo visto, soprattutto all’interno di un sistema dove la previdenza sociale non esiste. Queste persone non avranno più modo di farsele risarcire. E’ un aspetto importante, direi, eppure sta passando abbastanza in secondo piano, tanto da farmi pensare di essermi perso qualche pezzo. Non credo, però.
Il secondo riguarda i medici. Chi svolge questa professione non credo necessiti di una legge che lo “inchiodi” alle proprie responsabilità. Oltre al basilare discorso etico e professionale, ho questa visione naive per cui chi sceglie di studiare trent’anni per aiutare il prossimo non diventi così spesso un pazzo menefreghista refrattario alle sofferenze dei propri pazienti. Qui però stiamo parlando di una società tremendamente impantanata nel conservatorismo, gente dalle convinzioni talmente radicate e cieche da diventare molto pericolosa. La mia paura non sta tanto nella possibilità di dolo, di malafede, io temo per i medici convinti di operare per la volontà del loro Dio. Temo per chi, convinto di agire nel giusto, deciderà di operare una scelta al posto dei genitori del nascituro, costi quello che costi, fosse anche non riportare a questi ultimi la verità per come dovrebbe essere riportata, soprattutto quando brutta, ingiusta ed infame.
Non ho paura che i medici mentano ai pazienti, forse dovrei, ma credo che la linea sia molto più sottile. Forse è perchè ho avuto l’esperienza di una gravidanza in cui tutti i campanelli d’allarme che sarebbero potuti suonare sono suonati, infilandoci in una girandola di esami infinita, ma per quello che vale l’importante è stato avere qualcuno che questi dubbi se li è fatti venire e che questi esami ha suggerito di farli. Per quanto possa essere stato stressante viverli e terrificante aspettarne l’esito. Quello che mi spaventa è la possibilità di un futuro in cui gli accertamenti siano sostituiti dal sia fatta la volontà di Dio, quale che sia.
La trovo una cosa terrificante.

In Texas, il Senato ha deresponsabilizzato i medici in caso di mancata diagnosi di patologie prenatali gravi. E’ un posto lontano in cui vivono persone drammaticamente più ignoranti, bigotte e fondamentaliste di noi italiani.
La cosa potrebbe non riguardarci mai, non ho nemmeno idea di come sia la nostra legislazione in merito o se ci siano dei precedenti.
La nostra capacità di emulazione tuttavia non teme rivali, specie quando si parla di brutte idee, ed è quindi bene stare con gli occhi aperti.
Fidatevi, non vorreste svegliarvi una mattina e ritrovarvi in Texas.

Si stava meglio quando si stava peggio

I fatti: questo referendum costituzionale trattava una riforma imperfetta, capace di generare tanto supporto quanto antagonismo sulla base di posizioni perfettamente legittime e condivisibili.
Se suona strano è solo perchè non se ne è quasi mai parlato nel merito. Cosa che di certo non farò io adesso.
La premessa però mi serviva per analizzare la mia situazione personale: ho preso malissimo l’esito di una chiamata alle urne in cui, paradossalmente, le ragioni di merito della fazione opposta alla mia erano per una volta comprensibili. E’ strano.
Forse è solo che mi sono stancato di perdere, di essere sempre e comunque minoranza. Per quanto tutto sommato io mi ci senta, minoranza, e non manchi giorno dall’apprezzare di esserlo, in prossimità delle chiamate elettorali per magia dimentico 35 anni di esperienze e mi cullo nel limbo di una possibile svolta in cui la società, per incanto, si svegli a mia immagine.
Sono la band che fa dell’essere indie un vanto e che poi rosica perchè non vende milioni di copie.
Cristodio sono Manuel Agnelli.
Va beh.
Io volevo rendere omaggio ai Vincitori, quelli con la V maiuscola.
Sono contento per Civati e quelli di Possibile. Immagino queste ore di fibrillazione in attesa di sapere chi sarà il prossimo a cui fare opposizione dura e coerente.
Sono contento per chi, votando con la penna portata da casa, ha salvato la nostra Costituzione dai brogli delle matite cancellabili che, inspiegabilmente, non hanno limato 20 punti percentuali di distacco.
Sono contento per tutti quelli che hanno usato il referendum costituzionale per mandare a casa un Presidente del Consiglio non eletto dai cittadini. E che non ricapiti più!
Sono contento per Berlusconi e D’Alema che rientrano dalla porta principale nello scenario politico nazionale. Mancavano.
Sono contento per tutti quelli che, chiamati alle urne, hanno impedito la deriva autoritaria del Paese e la dittatura imminente. Meno male che da noi i dittatori chiedono il permesso.
Sono contento per chi ha sconfitto la P2 dando i natali ad una nuova Italia lobby free e governata dal basso.
Sono contento per chi ha salvato la costituzione più bella del mondo, anche solo per la sbatta che deve essersi fatto nel leggerle tutte e fare i paragoni.
Sono contento per quelli che “ora che abbiamo bocciato questa riforma possiamo farne una migliore!”. Tanta tenerezza.
Sono contento per il M5S che adesso, se riuscirà a scongiurare una nuova cospirazione che vuole una legge elettorale fatta apposta per non farli governare, potrà finalmente prendere in mano il Paese e gestirlo come si deve. Tipo Roma.
Sono contento per Salvini nuovo leader del centrodestra.
Sono contento per quelli che “Il sì al Referendum rende i bambini autistici”. Di questi non ne conosco, ma vuoi non ce ne siano?

Con tutti gli altri invece, indipendentemente da cosa abbiano votato, non posso che condividere il rammarico.
Il motivo è semplice: credo che la situazione politica di oggi sia peggiore di quella di ieri e, in sostanza, non mi pare ci siano i presupposti perchè domani migliori.
Si andrà a votare, probabilmente. Ma con quale legge elettorale?
E una volta votato, chi governerà? I numeri di ieri mostrano un Paese spaccato in cui difficilmente un partito o un movimento singoli potranno avere maggioranza e, se ancora non fosse chiaro, non siamo proprio il popolo delle larghe intese. Quindi?
Quindi.
Renzi si è messo in discussione, ha perso e si è dimesso.
Può non essere il cambiamento che l’Italia cerca, ma negare sia un cambiamento è dura.
Ora vediamo cosa ci offriranno le alternative.
Sono tutto un fremito.

Sto sul cazzo ad Andrea Pezzi.

Andra Pezzi (@andreapezzi) mi ha bloccato su twitter.
Al di là di farsene una ragione, obbiettivo su cui sto lavorando*, mi prendo uno spazietto sul mio blog per illustrare la dinamica della cosa.
Ieri sera qualcuno tra le persone che seguo ha retwittato una metafora nautica dell’ex-VJ volta ad illustrare il perché egli voti SI convinto al referendum del 4 dicembre. La mia reazione alla cosa è stata tipo: “Ehi, Andrea Pezzi è ancora vivo! Chissà che fine ha fatto!” e così sono andato a leggermi un po’ di tweet sul suo account. Ai tempi di MTV a me Pezzi piaceva, devo dire, ma poi l’avevo perso di vista nella sua deriva da intellettuale di destra, un po’ perché è sparito dai media con cui mi relaziono io, un po’ perché l’interesse per l’intellettuale di destra Andrea Pezzi era sotto la soglia necessaria a seguirne le gesta in modo proattivo. Parecchio sotto.
Twitter però è un posto magnifico, così sono andato sul suo profilo e mi sono messo a leggere un po’ di contenuti nel tentativo di farmi un’idea dello stato dell’arte a tema “Andrea Pezzi intellettuale di destra nel 2016”. Non è che twitti tantissimo, il nostro, quindi in pochi minuti sono finito a questo pensierino qui, vecchio di circa un mese:

Un mix simpaticissimo di sessismo e sicumera che, per come poi sono andate le cose, mi ha strappato un (amarissimo) sorrisone.
A questo punto, siccome twitter è un sistema orizzontale di comunicazione, ho pensato di retwittare il contenuto aggiungendo un mio commento altrettanto simpatico:

M’ero perso l’oracolo.

Tempo un paio di minuti ed è arrivato il blocco.
Ok, ok, la mia poteva sembrare una trollata inutile.
Cioè, più che altro lo era.
Un tweet come quello che ho scritto non aveva lo scopo di intavolare una discussione o di interagire in qualsiasi modo col personaggio. L’intento alla base era diffondere quella cazzata. Attenzione, non è che Andrea Pezzi sia l’unico al mondo ad aver cappellato il pronostico sulle presidenziali USA e, a conti fatti, il suo errore in ambito pesa certamente meno di quello di chi le presidenziali USA le conosce bene e le segue per lavoro (poi oh, magari Andrea Pezzi è il massimo conoscitore mondiale di politica statunitense eh, ma se così fosse diciamo che è molto bravo nel non darlo a vedere). Il punto è che se ti poni con quel tono e quell’arroganza e poi sbagli, ti esponi a prenderla in saccoccia. Si dovrà pur dar conto di quanto si dice, specie se si è personaggi pubblici, no? Altrimenti vale tutto.
Questa credo sia la cosa di Twitter che mi piace di più.
Mi è capitato diverse volte di interagire con personalità “illustri” in maniera più o meno elegante o costruttiva. A volte qualcuno mi risponde, a volte no. Può succedere anche che il personaggio in questione mi blocchi: l’hanno fatto Gasparri, Selvaggia Lucarelli e ora Andrea Pezzi (queste almeno le volte in cui me ne sono accorto). Ci sta tutto, ovviamente.
Capisco che la regola aurea di internet sia “never feed the troll”, anche se fatico sempre un po’ a vedermi come tale**, però come dicevo ci sono tanti modi di porsi e il blocco è un esercizio di potere veramente povero di stile in questo contesto. Non ci si può aspettare una reazione alla Mentana da tutti, anche perché bisogna esserne capaci e avere dalla propria degli argomenti per poterlo fare, però è innegabile che il vedersi bloccare sia la risposta più snob e altezzosa si possa ricevere. Specie alla prima manifestazione di dissenso, come è capitato a me in tutte e tre le occasioni. Anche io arriverei a bloccare qualcuno che mi rompe sistematicamente i coglioni. Credo però sia un’opzione nata per tutelare le vittime di stalking o di cyberbullismo, non per dare uno scudo virtuale a chi si crogiola quotidianamente negli apprezzamenti del proprio stuolo di seguaci senza però saper accettare la minima critica o opposizione. Andrea pezzi però la pensa diversamente***:

Il mio ego non può che pensare stia parlando di me.
La biografia di Andrea Pezzi su twitter recita: “Cancello dai miei follower gli stupidi e i maleducati. La mia sensibilità è il solo criterio di giudizio.”.
Io la trovo una cosa triste.
Nel mondo gli stupidi e i maleducati esistono, non si possono eliminare. Non è obbligatorio volerci avere a che fare, ma fare finta che non esistano è una roba da bambini viziati. Oltretutto bloccare una persona prima di etichettarla come sub-umano e miserabile è davvero molto elegante.
Quindi niente, il gruppo delle persone che non mi sopportano su twitter ha un membro in più.
Visti gli iscritti, non dubito ci sarà presto una corsa a farne parte.

EDIT: il nostro eroe ha eliminato il tweet sulle quote rosa da cui è partita tutta questa storia. Perché il mondo è pieno di sub-umani, ma forse alcuni di questi riescono a cogliere la sua natura di scemo ed è meglio evitare capiti di nuovo. Quanta poesia.

* Vorrei dire che non mi interessa, ma questo stesso post è l’evidenza che non è così. Poi ecco, si vive bene uguale.

** Definizione di TROLL da wikipedia: un troll, nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. Ecco, io non ho mai questo scopo e anche quando rispondo in maniera aggressiva è perchè, in qualche modo, mi sento insultato.

*** Mi hanno segnalato questo tweet uscito poco dopo essere stato bloccato. Lavorando alla NASA sono riuscito a recuperarlo.

Due robe su Trump

Questa è tipo la terza bozza che apro nel tentativo di scrivere qualche riflessione a tema Trump dopo il commento a caldo fatto il giorno della sua vittoria. Le precedenti sono finite nel cestino e non c’è al momento molta speranza che questa faccia una fine diversa. Piuttosto che parlare del nuovo Presidente degli Stati Uniti, però, questa volta provo a partire da una prospettiva nuova:

Una montagna di persone che conosco, tra cui anche qualcuna che stimo, sta condividendo questo video di Jonathan Pie come espressione più lucida e centrata delle ragioni alla base della vittoria di Trump e io, onestamente, non mi trovo del tutto allineato.
Cosa dice il tipo del video? Essenzialmente tre cose:
1- Hilary Clinton era un pessimo candidato.
2- Non è corretto pensare che tutti coloro che hanno votato Trump siano razzisti e sessisti quanto lui.
3- La sinistra (sì, parla di sinistra) dovrebbe smetterla di autocompiacersi della propria supposta superiorità etica e intellettuale e tornare a parlare con le persone.
Come dicevo, non è che sia proprio una posizione peregrina quella esposta, eppure è riuscita ad andarmi di traverso. Lasciando stare il punto 1, la cui evidenza era nota anche prima del 9-11-2016, vorrei soffermarmi sul fatto che votare Trump non implicherebbe essere sessisti o razzisti.
Questa a mio avviso è una cazzata.
È ovvio che votare un rappresentante non coincida mai con l’esprimere completa aderenza al suo programma o alla sua idea. Ci sono da fare dei compromessi. Chi vota responsabilmente però a questi compromessi ci deve arrivare dopo una riflessione, una tara di quanto le idee non condivise pesino sul totale e, perché no, sulla propria coscienza etica.
Trump è un razzista e sessista manifesto. Non lo nasconde e, anzi, radica in questi principi le sue proposte. Ignorare lo sia è impossibile per l’elettore, quindi per dargli comunque il voto restano solo due vie. La prima, facile, è essere razzisti e sessisti quanto lui. La seconda è pensare di non esserlo, ma valutare questi aspetti meno rilevanti nella scelta del proprio Presidente e votarlo comunque.
Qui è dove io mi incazzo.
Il razzismo o si sposa o si condanna, non c’è una terza strada. Se si pensa di poterlo ignorare, se non lo si reputa sufficiente a squalificare una persona che mira a rappresentare una nazione, beh, lo si sta sposando. Chi non ha problemi a farsi rappresentare da un razzista è razzista. Può non ostentarlo nella sua vita di tutti i giorni, può addirittura essere convinto di non esserlo, ma lo è. Con ogni probabilità parliamo di quelle persone che dopo “Non sono razzista” sentono il bisogno impellente della congiunzione avversativa.
La maggioranza degli americani quindi è razzista e maschilista. Non credo questo Election Day ci abbia detto nulla di nuovo o sorprendente. Il punto che viene sollevato nel video è che ci dovrebbe essere modo di dibattere con una parte di questa maggioranza e portarla a votare in maniera differente, solo che la strada suggerita è sbagliata.
La battaglia è culturale, prima che elettorale.
Bisogna portare questa maggioranza a comprendere che il razzismo e il maschilismo non sono tollerabili e sono concetti da cui prendere distacco. Bisogna continuare a sostenere, con forza, che le opinioni non sono tutte legittime e le idee non tutte rispettabili. Non me ne fotte un cazzo se questo risulti snob o offensivo, razzismo e maschilismo sono espressioni di arretratezza culturale e chi li supporta o li accetta è culturalmente indietro.
L’obbiettivo è superare questi retaggi del cazzo.
Quindi, se il livello è “Con te nemmeno ci parlo perchè sei un razzista di merda”, ovviamente possiamo e dobbiamo fare meglio (lo so, è difficile, ma è un dovere provarci.), non dovremo però mai scendere a compromessi sul fatto che queste persone hanno torto marcio. Mai.
Non è pensabile che almeno 20 milioni di donne* (VENTI MILIONI) votino per uno come Trump senza che ci sia un problema culturale dietro. Idem se si pensa ai numeri relativi alle minoranze etniche, specie in un Paese dove essere di colore sta in alto nella classifica delle cause di decesso. La scusa non può essere “La Clinton non era un candidato accettabile”. Quello è un problema, certo, ma stiamo pur sempre parlando di un popolo in cui un buon 40% degli aventi diritto a votare manco ci va, in cui il partito astensionista prende la maggioranza netta ad ogni tornata. Chi ha votato Trump ha voluto votare Trump.
Ci sarebbero davvero molte altre cose da dire, ma non riesco a metterle giù come vorrei. Negli anni pensavo di aver smussato non poco la mia intransigenza politica e probabilmente è anche vero, ma non arriverò mai ad accettare come legittime posizioni che la storia ha dimostrato sbagliate solo per il gusto di poter essere politicamente corretto o, peggio ancora, di non sembrare arrogante.
Alla fine, il “mea culpa” del video qui sopra mi risulta più che altro un’immensa posa, quella sì figlia di un tentativo costante di dimostrarsi migliori anche nella sconfitta.

* la stima non si basa sui sondaggi, ancora una volta inattendibili**, ma sul fatto che Trump ha preso 60 milioni di voti. Dire che almeno 1/3 siano donne non credo vada tanto lontano dalla realtà.

** Le persone si vergognano di ammettere quel che votano. Può certamente essere perchè la propaganda di sinistra ha ormai instaurato un complesso di inferiorità in chiunque non si allinei, come dice il tipo nel video, ma forse è più probabile che molti elettori sappiano in cuor loro di stare facendo qualcosa di cui, semplicemente, sono i primi a non essere fieri.

Allontana, astrai, nega. E dimentica.

Oggi ho scritto questa cosa:

La triste realtà è che a quello di Imagine hanno sparato in faccia.

Credo sia una metafora buona per la circostanza. Questo mondo non è destinato a veder vincere chi ci crede, chi ci spera o chi sogna di poterlo vedere migliore. Forse tra mille anni queste tragedie non succederanno più. Potrà essere perché l’umanità avrà altri problemi o forse perché i problemi non avranno più alcuna umanità da affliggere, io tuttavia credo dovrò conviverci per il resto dei miei giorni.
Non una grande prospettiva.
Tempo fa scrivevo che con me la strategia del terrore ha vinto, ma ho cambiato idea. Capita.
Oggi sono convinto il terrorismo non possa vincere e adesso vi spiego perché. È piuttosto semplice in realtà: la morte non l’hanno inventata loro.
L’uomo convive con la certezza di morire da sempre ed è una cosa che, a tutti, fa una paura fottuta. Il viverla meglio o peggio dipende solo da quanto uno sia capace di distrarsi. Di non pensarci. Siamo programmati per non pensarci, in realtà. Il nostro cervello ci lavora con costanza, crea separazione, distacco. E dimentica, molto in fretta grazie al cielo. Non fosse così, andare avanti sarebbe impossibile.
Quindi la lotta di chi cerca di farci vivere nella paura costante è persa in partenza. Possono solo spaventarci di tanto in tanto, ma se continueranno con questa frequenza é probabile anche quell’effetto vada a svanire. Il cancro fa molte più vittime ed è certamente un problema più vicino a ciascuno di noi di quanto lo siano gli attentati, statisticamente. Eppure ne parliamo meno e ne abbiamo meno paura. Esorcizziamo. Ci distraiamo. Neghiamo, inconsciamente.
Quello che è successo a Nizza mi ha sconvolto. Tempo fa ho scritto:

Diventi adulto quando smetti di avere paura per la tua vita ed inizi a preoccuparti per quella degli altri.

In quel caso non mi riferivo ad un figlio, ma avere un figlio questo concetto te lo tatua nel cuore.
Oggi leggendo di tutti quei bambini coinvolti nel massacro ho avuto un crollo, fisico e mentale, finendo sull’orlo di una crisi di panico, a tanto così dal piangere e vomitare. Non mi era mai successo. Ho cercato di leggere delle notizie evitando foto e video, ma è stato complesso. Ora non tornerò su quanto mi disgusti chi pubblica contenuti completamente non necessari alla cronaca di una tragedia, ne ho già parlato troppe volte. Penso che parte della mia indignazione razionale derivi dalla necessità irrazionale di non voler vedere per avere un particolare in meno da rimuovere dalla memoria. Credo sia il mio cervello che ottimizza le risorse.
Sui social è pieno di persone che oggi postano immagini di sdegno e commenti altisonanti su come siano tutti sconvolti sul momento, ma poi dimentichino tutti poco dopo. E’ vero e posso capire sia una cosa razionalmente deprecabile e disgustosa, ma è ciò che ci tiene vivi. E’ ciò che ci fa prendere i mezzi tutte le mattine, ciò che ci fa andare ai concerti o frequentare manifestazioni affollate. E’ il meccanismo che ci porta a mettere al mondo dei figli in una società in cui, potendo scegliere, non vorremmo stare noi per primi, con davanti un futuro che spaventa noi per primi.
Sta sera va così.
Rientrato dal lavoro ho abbracciato mio figlio più stretto del solito, poi sono uscito e mi son buttato in corpo tre birre.
Ora scrivo sul blog nel tentativo di fissare nel tempo emozioni che andranno svanendo domani o dopodomani, soppiantate da nuovi avvenimenti da vivere con più o meno distacco e poi rimuovere con più o meno fatica. L’esito però sarà sempre uguale: separazione, astrazione, negazione. In loop.
Poi scopri che tre giorni fa sul treno in puglia, oltre ad un tot di sconosciuti, è morta la sorella di una ragazza che conosci e, mentre ancora stai metabolizzando, ti dicono che tuo cognato è bloccato in aereoporto a Istanbul durante un colpo di stato.
Così, onestamente, inizia a diventare complicato.

Ve l’ho già (P)detto!

Sta sera ho aperto la posta e ci ho trovato questa email:

Cioè, sul serio?
Ancora?
Siamo nel 2016, l’Italia è il più arretrato tra gli stati considerati civili e quella che dovrebbe essere la forza progressista del Paese sta ancora lì a cercare legittimazione per fare qualcosa di sinistra?
SIAMO FAVOREVOLI!
“Eccola la mia dichiarazione, la prenda e se la schiaffi su per il culo!” per dirla alla Jimmy Dix.
Se poi qualcuno tra gli elettori non fosse della stessa idea, beh, che voti qualche altro partito, se mai prima o poi in Italia si tornerá a votare.
Avete rotto i coglioni, che sono quelle appendici simbolo di coraggio e determinazione di cui siete evidentemente privi.
E mi gira il cazzo perché di questa cosa abbiamo già parlato.
Ve l’avevo già detto.
Questo nuovo sondare la base mi fa pensare (temere, più che altro) che davvero le scimmie urlatrici che compongono il M5S vi abbiano tolto le castagne dal fuoco con quella cagata del dietrofront sul canguro (sorvolo sul fatto che si parli di canguri e supercanguri quando sul piatto ci sono i diritti e la vita di molte persone, ma solo perché sono un signore.).
È davvero ora di smetterla.
Fate questa legge, in fretta e senza parlare, possibilmente.
A discriminare destra e sinistra nel mondo globalizzato in cui viviamo sono rimasti pochi punti, lo spazio di manovra è esiguo. Almeno dove è possibile, fate qualcosa di sinistra, (P)Diomadonna.

Opinioni personali

Ho provato a non dire nulla, a caldo, su quanto successo a Parigi venerdì notte. Bombardato in ogni direzione dai commenti più diversi, ho tentato in tutti i modi di tenermi il mio parere per me, convinto che se avessi parlato sarebbe stato solo per dire qualche banalità o per dare addosso a qualche idiota.
Di idiozie però ne ho lette davvero troppe e, pur continuando a pensare non abbia il minimo senso dare addosso direttamente a chi le ha scritte*, ritengo sia mio sacrosanto diritto usare questo spazio per fare qualche precisazione.
Segue la lista delle opinioni che reputo stronze. Se sentite vostro uno o più di questi concetti, sappiate che non godete della mia stima e se non ve lo dico direttamente é solo perché non ritengo ne valga la pena. Poi oh, ci sono miliardi di persone che senza la mia stima vivono comunque bene quindi penso possiate farvene una ragione.
1) Qualunque pensiero colleghi le stragi di Parigi a qual si voglia campagna xenofoba, é merda. Non c’è molto da dilungarsi in merito.
2) Associare gli atti terroristici alla religione islamica è una stronzata. Sarebbe come dire che i preti pedofili sono tali per colpa del cristianesimo. Non ha senso. Io non sono religioso, ma la religione non è il problema. Il problema è sempre l’uso che se ne fa. Il discorso è analogo a quello che qualcuno fa per le armi, ma il paragone non tiene perché lo scopo ultimo della religione non è arrecare danno al prossimo. Come in tutte le cose, il problema sono gli uomini. Quindi NO, non è sbagliato o deprecabile che chi crede preghi per Parigi e NO non è asserendo con supponenza che le religioni siano roba da scemi e/o fondamentalisti che si contribuisce alla questione.
Questa cosa non vi entra in testa. D’altra parte siete convinti che il tifo sia la causa della violenza negli stadi e non un pretesto.
3) È davvero necessario condividere una frase dal corano che condanna l’omicidio? Ma soprattutto: quella frase è davvero nel corano? Ne siete sicuri? E anche fosse, nel corano non ci sono anche frasi in contraddizione con quella? Io non lo so. So che nella Bibbia ci sono le stragi E il comandamento non uccidere. Lo so perché la bibbia almeno un po’ l’ho letta. Avete letto il corano? Chi cazzo siete per andare ad insegnare il corano ai mussulmani? E soprattutto, tornando al punto 2, davvero siete convinti che la base su cui fonda il terrorismo sia una scarsa conoscenza delle sacre scritture islamiche e che questa lacuna possa essere colmata dai vostri profili social?
4) “Adesso ti scandalizzi per Parigi, ma dov’eri quando a morire erano i vulcaniani (pregasi inserire nome di popolazione a piacere)?”
Questa è una roba che mi manda davvero il sangue in testa. In primis i media non mi sovraespongono alle continue stragi che capitano. Gente nel mondo ne muore in continuazione ed è ovvio che, per dispiacermi, devo saperlo.
Non basta però. Proprio perché succede di continuo devo non solo venirne a conoscenza, ma essere forzato a percepirla come una cosa più grave di altre. E questo è ancora legato all’azione dei media. Conosco molte più persone che siano andate in vacanza a Sharm almeno una volta di quante siano state ad un concerto alternative in un piccolo locale. Eppure l’aereo turistico russo fatto saltare dall’Isis in rientro dall’Egitto poche settimane fa non ha generato tutto questo moto di indignazione. Questo perché vivere le disgrazie come distanti è parte costituente della nostra natura. Se non veniamo forzati a fermarci e pensare, a sentirle vicine, non lo facciamo. Non riusciremmo ad andare avanti, altrimenti. Quindi ok, non discuto che parte del fenomeno “lutto di massa” si basi su omologazione, sovraesposizione mediatica e scarsa informazione, ma chi cazzo siete voi per pontificare?
La maggior parte delle persone che scrivono “Eh, ma dove eravate quando a morire erano i vulcaniani” io non me le ricordo a piangere per i vulcaniani. Quindi è solo voglia di rompere il cazzo, una cosa di cui in questo momento non c’è bisogno.
5) Sottolineare che il cordoglio social sia nel migliore dei casi inutile e nel peggiore moda non fa di voi persone piú autorevoli. E, se lo chiedeste a me, risponderei che il cordoglio social ormai ha lo stesso impatto di una mobilitazione di piazza. Che voglia dire molto oppure niente non conta, conta il fatto che meriti lo stesso livello di analisi e lo stesso metro di giudizio.
6) Basta dietrologie. Può anche esserci un ruolo di Istraele, degli Usa, del prossimo G20 e di chissà chi altri in quanto successo. Dirlo oggi non aggiunge nulla, soprattutto se lo si dice senza mezza prova o dettaglio al seguito. Se qualcuno ha le basi per dimostrare qualsiasi collusione ai teagici attentati farebbe bene a dirlo, altrimenti son solo ipotesi più o meno fantasiose.
7) EDIT del 16/11 alle ore 9:21. Le foto dei morti. Chi pubblica le foto dei morti è un verme.
8) Al punto uno ho detto che la strumentalizzazione di questi avvenimenti per legittimare propagande xenofobe di intolleranza é da stronzi. Lo ripeto.

Come detto, è probabile queste mie riflessioni non aggiungano nulla alla questione, ma sentivo di metterle nere su bianco. D’altro canto purtroppo quel che penso del terrorismo l’avevo già espresso a gennaio e non credo sia necessario ripetermi. Nulla è cambiato.
La discriminante ormai è solo la fortuna: sperare di non esserci quando capita.
Quando, non se.

* A me di solito “litigare” online diverte. Non trollo mai tanto per fare, ma certamente non manco occasione di commentare ciò che non condivido nella speranza ne nasca un dibattito acceso.
In questo caso non l’ho fatto perché non sarebbe stato divertente.

La volta che sono stato all’Expo

Alla fine sono andato all’Expo.
Ci ho messo un po’ a decidermi, non per chissà quali questioni ideologiche, quanto perché non avevo davvero molta idea di cosa fosse. Grossi padiglioni in cui le varie nazioni presentano la loro cultura gastronomica in relazione alla biodiversità territoriale e alle tecnologie agroalimentari per la sostenibilità nutrizionale. Figo eh, ma a me interessava più che altro mangiare robe strane. Immaginavo Expo come una sorta di mercato con le bancarelle di design, insomma, e tutto sommato non è che sbagliassi di molto, anche se dopo esserci stato la sensazione è più quella di un grosso parco divertimenti a tema cibo, con tanto di parata delle mascotte e spettacoli i vari. Come Gardaland, ma senza le giostre.
In una giornata piena, circa 12 ore, sono riuscito a visitare 13 padiglioni: Nepal, Thailandia, Cile, Cina, Giappone, Messico, Marocco, Austria, Kazakistan, Emirati Arabi, Azerbaijan, Cuba e UK. Avendo con me un bimbo di neanche 3 mesi ho saltato qualunque coda, quindi ho visto molto più di quanto avrei potuto in condizioni normali (certi padiglioni arrivano fino ad un’ora di attesa, senza contare le interminabili file all’ingresso dell’area Expo), il che significa che per vedere tutta la fiera senza “favoritismi” è presumibile siano necessari almeno tre giorni pieni, se non quattro. Dei padiglioni che ho visitato, col senno del poi trovo evitabilissimi UK (che ho scelto solo nella speranza, vana, di beccare una buona birra), Cuba (che è un bar di 3x3m che serve mojito a 8 euro), Azerbaijan e forse Messico. Menzione speciale in positivo alla Thailandia e al Giappone, che sono senza dubbio i migliori tra quelli che ho visitato. Volendo fare un podio metto al terzo posto il Marocco.
Un discorso particolare andrebbe fatto per il padiglione degli Emirati. Come dicevo all’inizio ho cercato di sorvolare sulle questioni ideologiche legate all’evento, però è difficile stare a sentire un pippone di 20′ sugli sprechi d’acqua nello stand di chi costruisce piste da sci nel deserto. Tutto il percorso del padiglione (disegnato da Foster, giusto per non farsi mancare nulla) è incentrato su un video il cui messaggio che ho colto è: se sei ricco vale la pena mobilitare elicotteri per trasportare una palma del cazzo dal cantiere dell’ennesimo grattacielo fino al giardino della reggia di tua nonna, sprecando 1000 volte più risorse di quante quella Palma di merda riuscirà mai a produrre. Qui il video, se ci trovate un messaggio diverso fatemelo sapere.
Cosa rimane da dire? Beh, in primo luogo che se uno ci va per mangiare robe strane e assaggiare prodotti del mondo, è facile rimanga deluso. Tolto il latte di cavalla fermentato offerto dallo stand Kazako con l’evidente scopo di trollare i visitatori (“Ehi, nello stand mostriamo storioni un po’ ovunque, ma la nostra chicca non è il caviale, è questa merda qui. Assaggia!”) e la frittellina al miele offerta dagli emiri (che tanto loro possono), per il resto nulla da segnalare. Mi sono fatto sapientemente inculare dai colombiani, che per 20 euro mi hanno rifilato due empanadas meno significative di un sofficino findus, e mi sono fatto ingolosire dal foodtruck americano, come il tipo che va nel birrificio artigianale e prende una nastro azzurro (cit.).
Ho evitato con estrema accortezza tutti gli stand “sponsor” ad eccezione di Chicco, che se hai un bambino di tre mesi con te risulta l’azienda con le istallazioni migliori, e il duo Moretti/Poretti perchè in 12 ore di caldo una birretta te la devi anche bere e piuttosto che spendere 5 euro per una birra colombiana il duo di casa nostra resta la soluzione migliore. Lo stand Poretti, anche noto come 50 sfumature di luppoli, presenta settecento alternative, lo stand Moretti ha SOLO il baffo d’oro (io le cose alla frutta non le conto, che non è birra). Il baffo d’oro, ovviamente, piscia in testa a tutte e settecento le alternative Poretti dimostrando, in Expo come nella vita, che il baffo è e sarà sempre il TOP.
Il mio giudizio finale in sostanza è questo: riuscendo ad avere un biglietto a prezzi ridotti (io ne ho avuto uno in omaggio da Sky, per dire, quindi ho speso 39 euro per due persone) ed un infante per saltare le code, l’esperienza Expo è piacevole e vale la visita. Non imparerete molto sul futuro del pianeta, ma vi verrà voglia di visitare posti in cui non siete stati. Se un certo tipo di architettura vi diverte, vedere gli stand è sicuramente piacevole. Oltre a questo, onestamente, non credo si possa andare.
Come detto all’inizio ho cercato di tenermi fuori dalle questioni ideologiche, ma se proprio volete un mio parere veloce e superficiale anche su quello, cito da un blog che dovreste leggere:

… Dovete sapere che l’Expo è un’esperienza che permette selfie praticamente a ogni passo, ed estremamente twittabile, quindi a noi giovani piace molto, esclusi naturalmente i giovani noExpo, secondo i quali un altro mondo è possibile.
Secondo me, no.
Eh. Spiace.

Alla fine speravo ci fosse una maglietta con la scritta “I went to Expo Milano 2015 and all I’ve got is this stupid t-shirt”, ma no.