Sarri, Mancini e le contraddizioni del calcio italiano

Non credo ci siano altri Paesi in cui il calcio sa tirare fuori contrasti ai limiti dell’assurdo come accade in Italia.
Prendiamo la questione Sarri-Mancini. In pratica l’allenatore del Napoli, evidentemente fuori dai gangheri, decide di insultare il suo collega e avversario e ha la malaugurata idea di dargli del “finocchio” o forse del “frocio”, non ho ben capito. Credo cambi poco.
Ovviamente è subito il pandemonio.
Giusto, viene da pensare, perché certi atteggiamenti andrebbero stigmatizzati con fermezza, specie nello sport dove dovrebbero regnare concetti come il rispetto dell’avversario e l’etica sportiva. Da lì lo scandalo, i cori di sdegno e le richieste unanimi di sanzioni.
Eppure qualcosa non mi torna.
Inizio a leggere in giro la parola “omofobia” e ho questa impressione per cui non sia del tutto chiaro quanto successo. Sarri ha voluto insultare Mancini e l’ha fatto con il primo appellativo offensivo che gli è filtrato dal cervello alla bocca. Non credo, anzi, sono sicuro non avesse in testa i gusti sessuali dell’allenatore nerazzurro.
Se dai del bastardo a un tale è perché pensi non sia veramente figlio di suo padre?
Ecco come la penso io: ogni lingua e ogni cultura comprenono gli insulti, che sono niente più che la manifestazione di mancanza di educazione. Personalmente trovo abbastanza ridicolo mettermi a fare dei distinguo su quali siano accettabili e quali no: nessuno dovrebbe esserlo.
Certamente ci sono insulti che esprimono più di altri carenze culturali nella popolazione che li utilizza. Un popolo che usa “frocio” come insulto è chiaramente un popolo di base omofobo, tuttavia molti di coloro che dicono “frocio” non lo fanno con lo scopo di denigrare le abitudini sessuali del bersaglio. Molti lo fanno perché è una parola comunemente usata allo scopo di attaccare/offendere l’interlocutore. Abitudine. Poi certo, se incontrando due ragazzi che si tengono per mano in strada grido loro “froci” è decisamente diverso, ma non è questo il caso. E poi, volendo davvero essere ipersensibili, non è forse altrettanto omofobo chi apostrofato come “Frocio” si risente?
Sarri è stato maleducato e soprattutto è venuto meno all’etica che dovrebbe stare alla base dello sport e per questo andrebbe sanzionato, ma sarebbe stata la stessa cosa se avesse dato a Mancini dello stronzo, eppure nessuno ne avrebbe fatto un caso.
C’è una sorta di moralità posticcia e forzata nel nostro calcio che, a mio avviso, è solamente dannosa e non aiuta ad educare.
Un altro buon esempio è il razzismo negli stadi, una gigantesca nuvola di fumo negli occhi.
Mi spiego.
In america hanno una cosa che si chiama “Trash talk” il cui principio è fondamentalmente insultare l’avversario, ferirlo più possibile a parole, in modo da deconcentrarlo e trarne vantaggio sul campo. Se lo chiedete a me è quanto di più antisportivo esista, ma è tollerato dalle regole. Il “tifo contro” è fenomeno del tutto accomunabile e non si può certo chiedere ad un tifoso la sportività che non si pretende dagli stessi atleti. Quindi se dando del negro o dello zingaro ad un calciatore, o facendo BUH ogni volta che tocca palla, riesco nell’opera di deconcentrarlo io sto centrando il mio obbiettivo di tifoso e non è per nulla scontato io sia razzista. Sopratutto, non vedo perché questa cosa vada criminalizzata quando è lecito cantare ingiurie alla madre morta di Materazzi o al fratello disperso (poi morto) di Kaladze.
Ma i contrasti assurdi non si trovano solo dentro il calcio. Il brutto è quando confrontiamo il calcio alla società e scopriamo che la seconda è molto peggio, sebbene nessuno purtroppo se ne lamenti. Non si tratta di benaltrismo eh, ma di priorità.
Un paese in cui Salvini fa politica non può risultare credibile quando prova a stigmatizzare il razzismo negli stadi. Non è un concetto di ipocrisia, che comunque è evidente, ma proprio di modus operandi.
Siamo un Paese razzista? Si.
Cambiare questa realtà si può, ma sono convinto che sia più facile il problema svanisca dagli stadi una volta ripulita la politica che forma l’opinione pubblica piuttosto che vice versa. Infatti il mondo del calcio è il primo a credere sia solo questione di immagine. Tavecchio va bene a tutti finché non esterna il suo pensiero (davvero razzista e omofobo in quel caso, roba che manco Trump…). Se importasse qualcosa a qualcuno il tizio non dovrebbe stare dove sta. Non dovrebbe nemmeno esserci arrivato, ad onor del vero, e invece le sue uscite diventano “gaffe” e le si insabbia appena possibile.
Stesso discorso per l’omofobia.
Non è pensabile che in un Paese in cui la forza teoricamente progressista e di sinistra è ancora ampiamente insicura in tema di diritti civili, il calcio debba provare in modo palesemente artificioso ad apparire irreprensibile in merito. È chiaro che l’operazione puzzi di finto. Specie quando la base del contendere è pretestuosa, come nel caso Sarri-Mancini.
In Italia ogni singolo campetto in cui giocano bambini e ragazzi è una cellula che accresce il cancro della diseducazione sportiva, alimentata da genitori ed allenatori incapaci di dare un esempio corretto.
Volendo risanare e dare un modello di comportamento, forse, varrebbe la pena partire da lì.

MTV Generation

Disclaimer: il titolo di questo post va pronunciato come foste Fred Durst.

Ieri su twitter è partito un fenomeno di revisionismo storico a tema MTV, il canale musicale che ha fatto da sfondo ai pomeriggi di moltissimi ex-ragazzi che oggi navigano nell’intorno dei 35 anni. Alla base di questa ondata di ricordi c’è la notizia vera o presunta dell’imminente ribrendizzazione (che bella parola, soprattutto scritta così, scevra di qualsiasi riferimento anglofono) di quello che oggi è il canale in chiaro di MTV, ovvero MTV8.
Premesse d’obbligo:
– Non ho idea se la notizia sia, appunto, vera o presunta.
– Non ho idea se MTV8 sia davvero un canale esistente oggi sul digitale terrestre, nè se questo sia davvero il discendente di MTV.
– In generale se ci fosse un decimo del fact checking sbandierato per sta vicenda in una qualsiasi delle situazioni della vita che richiederebbero davvero un fact checking, si starebbe tutti meglio.

Il punto è che al grido di #AddioMTV molti di noi si sono sentiti in diritto ti ripescare a piene mani dalla memoria per tirare fuori aneddoti e ricordi appartenuti ad un tempo in cui si stava tutti meglio. E quando ce la lasciamo scappare un’occasione per scivolare nella dolce malinconia dei giorni che furono? Io personalmente mai. Credo di aver iniziato con questa attitudine che ero ancora minorenne. Una vita proiettata costantemente indietro, che ha come faro il nume tutelare del “quando eravamo giovani”: Max Pezzali.
Così via libera a citazioni, immagini e ripescaggi improbabili. Certo, ogni cinque twit in argomento toccava leggere l’immancabile intervento di quello che “Eh, MTV è morta da dieci anni e ve ne accorgete solo ora” che ci sta nella misura in cui il mondo è evidentemente sovrappopolato, ma tutto sommato seguendo l’hashtag di cui sopra saltavano fuori robine di un certo spessore.

E quindi eccomi qui, col pensiero che forse due parole su MTV sarebbe anche carino scriverle.
Io MTV l’ho guardata tanto, davvero tanto, dai primi anni novanta fino ad un punto imprecisato in mezzo agli anni zero. Scrivo sforzandomi di non usare google per ricordare come andò, ma se la memoria non mi inganna è possibile la guardassi prima che nascesse ufficialmente come MTV Italia, cosa a quanto pare successa nel 1997 (sì, ok, ho usato google alla prima frase dopo aver detto che non l’avrei fatto. That’s me.).
Negli anni novanta tenere sotto controllo i canali musicali era di vitale importanza, perchè delineavano la linea netta ed incontrovertibile che separa il bene dal male. Tutto ciò che passava su MTV era commerciale e la roba commerciale andava disprezzata. Un manifesto chiaro, preciso ed inappuntabile.
Ai tempi della dicotomia MTV / TMC2 era al più lecito seguire la seconda, almeno per quanto riguarda la mia etica personale, ma ancora una volta unicamente sulla spinta dell’antagonismo radicale verso i VJs, TRL e compagnia. Che poi, se MTV Italia è nata nel 1997 e TMC2 è morta tipo nel 2000 (sto giro non googolo, ricordo di aver seguito l’ultimo giorno di trasmissioni su TMC2 con un forte dispiacere e di averne parlato alla mia morosa di allora che, giustamente, pensava fossi scemo a dare tutto sto peso alla cosa.), la battle of the brands (mi escono così) è stata molto più breve di quel che ricordassi.
Dicevamo, MTV come parametro di riferimento per dare una faccia al nemico. D’altra parte, lo dicevano pure i NOFX nel booklet di Heavy Petting Zoo: “No Thanks to: MTV” e siccome il nemico dei miei idoli era il mio nemico, discussione chiusa.
Col tempo però mi sono ammorbidito un tot nei confronti del canale musicale per antonomasia e ho iniziato a trovarci del buono. Tipo:

Ecco, lei era buona.
Mi ricordo ancora quando una sera partì un programma in diretta da Roma e condotto da Mao, non saprei dire il titolo, e Valeria, da sempre bionda, si presentò in studio mora, spiegandomi nel dettaglio il concetto di amore.
E’ un peccato che tra noi le cose non abbiano funzionato e lei si sia ostinata ad ignorare la mia esistenza negli anni in cui ero single (non proprio 2 su 34 eh, carina, avresti avuto margine cazzo…). C’est la vie.
Tornando ai lati positivi di MTV, il primo ed inarrivabile è l’avermi permesso di vedere Scrubs. Non so se vi ricordate la campagna mediatica con cui MTV aveva spinto il lancio della serie. Ne parlavano sempre, a tutte le ore ed in ogni contesto. Clip a sorpresa ogni 15′. Un martello. Quell’anno facevo già l’università e uscivo tutte le sere. Andavo con gli amici nel parcheggio di fronte a casa eh, non proprio nella movida milanese, ma ero fuori sempre. Tranne il giovedì, perchè c’era Scrubs. Le prime due stagioni di Scrubs sono la cosa migliore mai uscita da un televisore. Poi è diventato “solo” una roba oltremodo divertente, ma le prime due stagioni CAPOLAVORO, col caps lock.
Se lo chiedete a me MTV ha sempre dato soddisfazione soprattutto quando non trasmetteva musica.

Non solo però. Ad un certo punto, ad anni zero ormai inoltrati, la sera mi guardavo Brand: New e Sgrang! (si chiamava così il programma wannabe musica pesa? EDIT: No. Accentosvedese mi ricorda che il programma “peso” di MTV era Superrock. Sgrang! Stava su TMC2.). Ore di sciroppamento di musica alternativa comunque fastidiosa per beccare una tantum un video capace di svoltarti l’esistenza. Tipo. Ma anche. Va riconosciuto che quantomeno quello di Coppola fosse un bel programma. L’unico che ricordi, a conti fatti.

La fascia pomeridiana è sempre stata il peggio, anche una volta conclusa la mia parentesi di antagonismo a priori. Total Request Live. I danni che ha prodotto TRL sono incalcolabili. Erano gli anni del boom dei Blink 182 e Giorgia Surina, che sta alla musica quanto io sto a lei, li accostava a qualunque cosa avesse delle chitarre e/o velleità simpa. “Una cosa alla Blink” passava da elogio a dura critica ogni santo giorno in cui ella volesse spingersi al commento tecnico/tattico su uno dei pezzi passati nel programma. I riferimenti musicali di Giorgia Surina credo si componessero unicamente di U2 e dei tre singoli di Enema of the State. Fine. In coppia con Maccarini e poi con Cattelan riuscì nel non difficile compito di criminalizzare la parola EMO, regalandoci fenomeni come i LOST. Se la morte delle tv musicali implica non dover più assistere a cose tipo questa, è davvero avvenuta troppo tardi. Maccarini l’ho incontrato al Milano Whisky Festival un paio di mesi fa. Chi si sconvolge leggendo che i nati nel ’98 quest’anno diventano maggiorenni (cit.) dovrebbe incontrare per caso Maccarini nel 2016 e dare un senso reale al proprio sconvolgimento.

Una volta sono stato ad un programma di MTV, Supersonic o forse solo Sonic, conduceva Silvestrin. Enri lo usava palesemente per tirar dentro a suonare gruppi che piacevano a lui. La sera in cui ho presenziato io c’erano in cartello gli Undeclinable e Max Gazzè. Ricordo che avevo scritto in redazione chiedendo di poter partecipare per vedere i primi e mi invitarono. Forse perché l’unico (non è vero dai, c’era un altro tipo li per loro e mi aveva tirato un pippone sul dramma della cancellazione della prima data italiana dei New Found Glory.). Andai con Ciccio, che per l’occasione si era preso un paio di adidas che a detta sua avevano solo lui e un qualche personaggio di spicco dell’alternative mondiale. Silvestrin aveva la maglietta dei The Get Up Kids. Io ero probabilmente vestito come al solito. Fu bello, tutto sommato, ed è un peccato non ci siano tracce di quella puntata su youtube. La cosa mi suggerisce che forse non fu mai trasmessa. Ci starebbe.

In qualunque modo la si metta, MTV è stata un pezzo importante della formazione della mia generazione. Non so se fosse il caso di ingigantire una notizia o inventarsi un ipotetica ribrendizzazione (volevo riscriverlo, scusate) per parlarne. Certo è che una paginetta a tema su questo blog ci sta e, senza questa circostanza, probabilmente non sarebbe mai uscita. E forse per una volta sarebbe un peccato perché pur non avendo riletto ho l’idea mi sia uscita benino.

Opinioni personali

Ho provato a non dire nulla, a caldo, su quanto successo a Parigi venerdì notte. Bombardato in ogni direzione dai commenti più diversi, ho tentato in tutti i modi di tenermi il mio parere per me, convinto che se avessi parlato sarebbe stato solo per dire qualche banalità o per dare addosso a qualche idiota.
Di idiozie però ne ho lette davvero troppe e, pur continuando a pensare non abbia il minimo senso dare addosso direttamente a chi le ha scritte*, ritengo sia mio sacrosanto diritto usare questo spazio per fare qualche precisazione.
Segue la lista delle opinioni che reputo stronze. Se sentite vostro uno o più di questi concetti, sappiate che non godete della mia stima e se non ve lo dico direttamente é solo perché non ritengo ne valga la pena. Poi oh, ci sono miliardi di persone che senza la mia stima vivono comunque bene quindi penso possiate farvene una ragione.
1) Qualunque pensiero colleghi le stragi di Parigi a qual si voglia campagna xenofoba, é merda. Non c’è molto da dilungarsi in merito.
2) Associare gli atti terroristici alla religione islamica è una stronzata. Sarebbe come dire che i preti pedofili sono tali per colpa del cristianesimo. Non ha senso. Io non sono religioso, ma la religione non è il problema. Il problema è sempre l’uso che se ne fa. Il discorso è analogo a quello che qualcuno fa per le armi, ma il paragone non tiene perché lo scopo ultimo della religione non è arrecare danno al prossimo. Come in tutte le cose, il problema sono gli uomini. Quindi NO, non è sbagliato o deprecabile che chi crede preghi per Parigi e NO non è asserendo con supponenza che le religioni siano roba da scemi e/o fondamentalisti che si contribuisce alla questione.
Questa cosa non vi entra in testa. D’altra parte siete convinti che il tifo sia la causa della violenza negli stadi e non un pretesto.
3) È davvero necessario condividere una frase dal corano che condanna l’omicidio? Ma soprattutto: quella frase è davvero nel corano? Ne siete sicuri? E anche fosse, nel corano non ci sono anche frasi in contraddizione con quella? Io non lo so. So che nella Bibbia ci sono le stragi E il comandamento non uccidere. Lo so perché la bibbia almeno un po’ l’ho letta. Avete letto il corano? Chi cazzo siete per andare ad insegnare il corano ai mussulmani? E soprattutto, tornando al punto 2, davvero siete convinti che la base su cui fonda il terrorismo sia una scarsa conoscenza delle sacre scritture islamiche e che questa lacuna possa essere colmata dai vostri profili social?
4) “Adesso ti scandalizzi per Parigi, ma dov’eri quando a morire erano i vulcaniani (pregasi inserire nome di popolazione a piacere)?”
Questa è una roba che mi manda davvero il sangue in testa. In primis i media non mi sovraespongono alle continue stragi che capitano. Gente nel mondo ne muore in continuazione ed è ovvio che, per dispiacermi, devo saperlo.
Non basta però. Proprio perché succede di continuo devo non solo venirne a conoscenza, ma essere forzato a percepirla come una cosa più grave di altre. E questo è ancora legato all’azione dei media. Conosco molte più persone che siano andate in vacanza a Sharm almeno una volta di quante siano state ad un concerto alternative in un piccolo locale. Eppure l’aereo turistico russo fatto saltare dall’Isis in rientro dall’Egitto poche settimane fa non ha generato tutto questo moto di indignazione. Questo perché vivere le disgrazie come distanti è parte costituente della nostra natura. Se non veniamo forzati a fermarci e pensare, a sentirle vicine, non lo facciamo. Non riusciremmo ad andare avanti, altrimenti. Quindi ok, non discuto che parte del fenomeno “lutto di massa” si basi su omologazione, sovraesposizione mediatica e scarsa informazione, ma chi cazzo siete voi per pontificare?
La maggior parte delle persone che scrivono “Eh, ma dove eravate quando a morire erano i vulcaniani” io non me le ricordo a piangere per i vulcaniani. Quindi è solo voglia di rompere il cazzo, una cosa di cui in questo momento non c’è bisogno.
5) Sottolineare che il cordoglio social sia nel migliore dei casi inutile e nel peggiore moda non fa di voi persone piú autorevoli. E, se lo chiedeste a me, risponderei che il cordoglio social ormai ha lo stesso impatto di una mobilitazione di piazza. Che voglia dire molto oppure niente non conta, conta il fatto che meriti lo stesso livello di analisi e lo stesso metro di giudizio.
6) Basta dietrologie. Può anche esserci un ruolo di Istraele, degli Usa, del prossimo G20 e di chissà chi altri in quanto successo. Dirlo oggi non aggiunge nulla, soprattutto se lo si dice senza mezza prova o dettaglio al seguito. Se qualcuno ha le basi per dimostrare qualsiasi collusione ai teagici attentati farebbe bene a dirlo, altrimenti son solo ipotesi più o meno fantasiose.
7) EDIT del 16/11 alle ore 9:21. Le foto dei morti. Chi pubblica le foto dei morti è un verme.
8) Al punto uno ho detto che la strumentalizzazione di questi avvenimenti per legittimare propagande xenofobe di intolleranza é da stronzi. Lo ripeto.

Come detto, è probabile queste mie riflessioni non aggiungano nulla alla questione, ma sentivo di metterle nere su bianco. D’altro canto purtroppo quel che penso del terrorismo l’avevo già espresso a gennaio e non credo sia necessario ripetermi. Nulla è cambiato.
La discriminante ormai è solo la fortuna: sperare di non esserci quando capita.
Quando, non se.

* A me di solito “litigare” online diverte. Non trollo mai tanto per fare, ma certamente non manco occasione di commentare ciò che non condivido nella speranza ne nasca un dibattito acceso.
In questo caso non l’ho fatto perché non sarebbe stato divertente.

Rosicare: v. tr. [lat. *rōsĭcare, der. di rōdĕre (part. pass. rōsus) «rodere»]

Se hai un blog come il mio da dieci anni, è evidente che quello che scrivi lo scrivi essenzialmente per te stesso.
Nei ritagli di tempo investi ore per buttare giù impressioni non richieste su ciò che ti circonda e sai già che quel che ne uscirà sarà letto ad andar bene dalle solite dieci persone. Con ogni probabilità, oltretutto, gente a cui volendo quelle cose le puoi dire di persona quando le incontri. Tutti i week end, tipo.
Con questo non voglio dire che non mi interessi essere letto, anzi, ci provo ogni volta a diffondere quel che scrivo il più possibile, ma pur fallendo sistematicamente me la vivo benissimo perchè non è quello lo scopo ultimo.
Di solito.

Ieri ho buttato online un pezzo sulla questione della carne rossa cancerogena. Quel post è nato con un obbiettivo diametralmente diverso, ovvero quello di provare a mettere a disposizione delle informazioni non facilmente reperibili rispetto ad un argomento molto dibattuto su giornali e social.
Mi ci sono sbattuto, per scriverlo: ho raccolto le informazioni, ho riportato le fonti, ho cercato di essere chiaro nell’esposizione e il più completo possibile. Di solito scrivo i pezzi di getto e li pubblico senza post-produzione (a volte rileggo solo dopo essere andato online, per dire), ma questa volta mi son preso più tempo. Ho provato a fare le cose per bene. Leggendo molto di quanto uscito in ambito sui media ho anche la netta impressione di averci messo più impegno io di chi viene pagato per farlo.
Risultato?
Una quindicina di like su FB, qualche commento dalle solite persone. Un mio amico che fa il professore e ha aperto un blog molto carino che parla di fisica ha condiviso il link sul suo wall (grazie, btw). That’s it.
La cosa, per una volta, è frustrante. A differenza di quando scrivo di un disco, di un film, dei cazzi miei o di tutte le altre amenità che si possono trovare qui sopra io non sentivo il bisogno di scrivere quel post. Pensavo solo potesse essere utile. E invece un cazzo.
Che poi magari è successo che chi ha letto il post ha pensato non fosse una roba da condividere. Ci sta eh. Posso aver scritto cose non chiare, o sbagliate o semplicemente non condivisibili. E allora forse mi tira il culo per non aver ricevuto nemmeno uno straccio di riscontro negativo. Manco un insulto.
Credo quindi che la maggior parte delle persone a cui è capitato sotto gli occhi il link del mio pezzo l’abbia semplicemente ignorato e sia passata oltre. Molte sono persone che hanno discusso animatamente dell’argomento, condiviso vignette, battute, pagine complottiste e notizie false, ma che hanno ritenuto non valesse la pena leggere o condividere ciò che avevo da dire. La cosa, sto giro, mi dispiace.
Mi rendo conto che se andassi avanti a scrivere finirei probabilmente per dire robe brutte, biasimare chi mi circonda e passare per quello che si sente migliore degli altri e vive incompreso.
Non che sarebbe un dramma eh.
Dicono che l’albero che cade non faccia rumore se intorno non c’è nessuno ad ascoltare.

“Certo che se ti lagni sempre così è ovvio che nessuno ti legge.”
Hai ragione anche tu.

Credevo fossero i Maya e invece era un prosciutto

E’ notizia di ieri che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) ha reso pubblico un documento sulle possibili correlazioni tra le carni rosse, processate e non, e l’insorgenza del cancro.
La comunicazione ufficiale è disponibile qui.
Ovviamente (?) tra giornali e social la notizia è stata recepita e diffusa con la solita pacata volontà di analizzare e comprendere e così il risultato è stato, ovviamente (!), il panico mediatico.
Di primo acchito, la mia reazione è stata stata quella espressa alla perfezione da questo twitt che ho letto:

A mente fredda tuttavia ho pensato, probabilmente sbagliando, di poter dire qualcosa di un filo più significativo e dettagliato in merito e quindi ho deciso di riprendere in mano la questione sul blog.
Partiamo dalla base. Lo studio è uscito sulla rivista The Lancet Oncology (Impact Factor 24,69, terza testata per importanza in ambito oncologico) e registrandosi online è possibile scaricare il pdf gratuitamente. Io l’ho fatto, come immagino tutti coloro che si sono espressi in materia, giornali in primis.
Premetto che lo studio clinico di popolazioni non è proprio il mio pane quotidiano, ma quello che hanno fatto i 22 ricercatori coinvolti è analizzare la correlazione tra incidenza di diversi tipi di cancro e consumo di carne rossa / carne rossa processata in popolazioni differenti, con livelli di consumo differenti. To cut a long story short, è emerso che la carne rossa è da considerare tra gli elementi “probabilmente cancerogenici per l’uomo” (Gruppo 2A) mentre la carne processata tra gli elementi “cancerogenici” (Grupppo 1). Ok.
Se vi interessa sapere su che base le sostanze vengano associate alle diverse categorie ora provo a spiegarlo. Essendo una roba noiosa, la metto in corsivo così chi non vuole sapere può saltarla (come se qualcuno fosse arrivato a leggere fino qui, vabbeh). Chi invece volesse una spiegazione davvero dettagliata, può leggerla direttamente alla fonte.

Per attribuire quale livello di “pericolosità” abbia un certo elemento vengono tenuti in considerazione tre aspetti: gli studi di popolazione su casi clinici umani, lo studio in modelli animali e quelle che vengono definite evidenze meccanicistiche. Il risultato dell’analisi del primo aspetto è stato riportato in questi termini: “… a majority of the Working Group concluded that there is sufficient evidence in human beings for the carcinogenicity of the consumption of processed meat. Chance, bias, and confounding could not be ruled out with the same degree of confidence for the data on red meat consumption, since no clear association was seen in several of the high quality studies and residual confounding from other diet and lifestyle risk is difficult to exclude.”.
Per la parte relativa ai dati da modelli animali, la conclusione è la seguente: “There is inadequate evidence in experimental animals for the carcinogenicity of consumption of red meat and of processed meat.”
I dati meccanicistici costituiscono come detto la terza risorsa per la valutazione finale e sono composti di quelle ricerche fatte in laboratorio in cui si parte da certi elementi o certe risposte biologiche, ne si evidenzia la connessione con la patogenesi e di conseguenza il livello di rischio. Ubersemplificando: l’oncogenesi può essere indotta da una certa risposta cellulare ad uno stress -> questo stress è dimostrato in vitro essere causato anche da certe concentrazioni di una sostanza X -> questa sostanza X è presente nella carne in concentrazioni paragonabili a quelle risultate dannose => la carne può indurre oncogenesi. Per questo tipo di analisi, il responso è: “The mechanistic evidence for carcinogenicity was assessed as strong for red meat and moderate for processed meat.”
In generale però, leggendo il testo dell’articolo, si nota come siano comunissime parole come moderate, mild, slight, modest, ecc. questo non per sminuire la portata della ricerca, ma proprio perchè si tratta di piccole variazioni che, tuttavia, essendo statisticamente significative devono essere prese in considerazione.

Quello che è importante capire di tutta questa faccenda, prima ancora di preoccuparci delle conseguenze, è che si tratta di correlazioni statistiche. Come sempre, quando si parla di studi clinici.
L’incidenza del cancro al colon retto è inferiore a 43 individui su 100K, uomini e donne (ref.). La ricerca ci dice che una percentuale significativa di questi casi correla con il consumo di carne rossa, rendendolo quindi un fattore di rischio. Quanti sono però gli individui che mangiano abitualmente un quantitativo di carne superiore alla soglia emersa come limite nello studio? Il cuore della vicenda sta proprio lì: una piccolissima percentuale di chi mangia carne svilippa il cancro e, contemporaneamente, non tutti coloro che sviluppano la patologia lo fanno in relazione a questo fattore di rischio.
Questo studio è quindi una bufala? Affatto. Io non sto svalutando o discutendo quanto emerso dalla ricerca. Se avete questa impressione è perché sto svalutando e discutendo la percezione che avete avuto della ricerca, trasferitavi da chi vi ha riportato la notizia. Questo perché, con ogni probabilità, ve l’hanno riportata male. Io ho solo esplicitato i concetti presenti nell’articolo.
Fino a qui spero mi stiate seguendo, quindi una volta chiarito il punto statistico resta da esaminare la seconda, grossa, variabile da considerare: il dosaggio.
Qualunque effetto biologico sul nostro organismo dipende dal trattamento, certamente, ma vincolato ad un dosaggio e ad un tempo di esposizione. La traduzione é che non basta consumare carne per essere a rischio, ma bisogna consumarne un certo quantitativo per un certo periodo. Ora, nel 2015 davvero c’era ancora qualcuno ignaro del fatto che consumare grandi quantitativi di carne rossa ripetutamente fosse poco salutare? Io non credo. Questo studio non fa che confermare il concetto, anzi, se vogliamo il cancro è solo una delle problematiche che una dieta troppo ricca di carne rossa può comportare.
Ok, ho detto alto consumo e capisco sia un po’ labile come definizione, ma la verità è che per i diversi casi e le diverse conseguenze, i termini possono davvero cambiare moltissimo. Nella ricerca, ad esempio, i danni al DNA imputabili ai NOC contenuti nella carne (poi torno su sta cosa, tranquilli) sono stati associati a consumi che vanno “dai 300g ai 420g al giorno”. Non proprio uno scherzo insomma. In generale però i dati si riferiscono a consumi di 100g al giorno di carne rossa e 50g al giorno di carne rossa processata. Questo è il dosaggio associato all’incremento dell’incidenza (intorno al 18% per entrambi i prodotti). In numeri, per tornare alla statistica di cui sopra, vuol dire 118 carnivori col cancro ogni 100 vegani col cancro. Non sono un drago della statistica, ma credo di non aver scritto stupidate.
Ci siete ancora? Dubito, ma a sto punto insisto e apro a qualche considerazione personale.
Nella ricerca viene chiarito come ovviamente non sia la carne il problema, ma sostanze e metaboliti in essa contenuti, derivanti dal metodo di cottura o, nel caso degli insaccati, di conservazione. La carne bollita è meno nociva di quella alla brace e con ogni probabilità un salame e un prosciutto affumicato avranno caratteristiche molto diverse. Lo studio è stato fatto sui grandi numeri e difficilmente può quindi considerare il dettaglio del tipo di prodotto o della cottura. Sollevare la questione però è utile perché può aprire ad approfondimenti. Riconoscere che certi processi possano rendere la carne più nociva che altri è importante per la produzione industriale, ad esempio, o per la messa in commercio di nuovi prodotti. Ecco perché si fanno questo tipo di ricerche.
Chi pare non averlo capito è il Codacons, che nella persona di Carlo Rienzi oggi se n’è uscito con una richiesta completamente assurda nelle basi e tremendamente dannosa negli sviluppi, ovvero il blocco della commercializzazione di carne rossa e carne rossa processata.
Sulla questione è intervenuta anche il ministro Lorenzin che, tutto sommato, pur parlando un po’ a casaccio di regole di produzione restrittive e altamente controllate per i prodotti italiani, si limita a ribadire l’ovvio, ovvero che una dieta varia ed equilibrata è l’unica vera regola da seguire. Oggi avevo letto un articolo su Repubblica in cui le veniva attribuita la dichiarazione “Consumare carne fresca” e sul momento avevo pensato che la Lorenzin non avesse mezza idea di cosa stesse parlando. Poi ascoltando la dichiarazione linkata qui sopra ho realizzato che, con ogni probabilità, fosse il giornalista di Repubblica ad aver riportato frasi a casaccio e fuori contesto. Non ne ho la prova, potrebbe trattarsi di un altro intervento, ma diciamo che di Repubblica non mi fido più da un po’.
Cosa resta da dire?
Non molto, grazie al cielo.
Fun fact: nell’articolo che riporta lo studio si trovano frasi come “Red meat contains high biological value proteins and important micronutrients such as B vitamins, iron (both free iron and haem iron), and zinc.” ad indicare, non fosse chiaro, che non stiamo parlando di veleno.
Ok, non è un fun fact, ma a me ha fatto sorridere.

Hipsterismo alimentare®

La notizia è che il franchise americano Domino’s Pizza sbarca in Italia, ovviamente a Milano.
L’inaugurazione del primo negozio è oggi, ma nel piano aziendale ne dovrebbero seguire molte altre nell’immediato futuro. Io metterei un euro sul fatto che Napoli resterà fuori da questo disegno di business, ma potrei anche sbagliarmi visto che, me lo avessero chiesto prima che apprendessi la notizia, avrei risposto che per me importare il brand di una catena di pizzerie statunitensi in Italia è una scelta senza senso.
Immaginando abbiano fatto un’appropriata ricerca di mercato prima di partire con il progetto, pare ovvio io non veda così lungo sull’argomento.
Ora, io non sono tra quelli che tengono particolarmente al concetto di eccellenza italiana e al made in Italy a tutti i costi, però trovo assurda questa operazione a più livelli.
Il primo è chiaramente legato al discorso pizza. Io la pizza di Domino’s l’ho mangiata, negli States, più di una volta. Prima di partire, puntualmente, mi prometto che qualunque cosa accada non dovrò finire a mangiare Italiano oltre oceano perchè so quanto ogni volta mi penta di averlo fatto. Poi succede che sei lì e al quarto giorno, colmata ogni ragionevole voglia di prodotto USA, hai talmente poche opzioni da non poterti permettere di scansarne nessuna, nemmeno una pizza che sai a priori essere orrenda. La pizza di Domino’s fa schifo. Non è una questione di gusti nè di paragoni, è proprio un prodotto di merda in senso assoluto. Di conseguenza, se il progetto è portare in Italia la pizza di Domino’s “originale”, non posso che essere fortemente perplesso.
Più probabile quindi si decida di utilizzare solo il brand Domino’s per spacciare una pizza semplicemente mediocre (questa volta sì in senso relativo, ovvero nel contesto nazionale medio) trainata da un marchio che sappia imporsi nella moltitudine. Un progetto di questo tipo è certamente più verosimile e potenzialmente vincente, ma il suo esserlo evidenzia non pochi limiti nel target. In italia non è che la pizza la facciano solo gli italiani eh, anzi. Nel mio piccolo, statistica vuole che le migliori pizze del circondario siano tutte di pizzerie italiane, ma conosco certamente molte pizzerie italiane che fanno una pizza orrenda così come kebbabbari e cinesi che fanno una pizza buona. Ecco, io se vado da un kebabbaro mangio il kebab, come se vado al cinese mangio cinese, ma non è che posso aspettarmi una società a mia immagine e somiglianza. Il punto quindi non è “L’Italia La Pizza agli italiani!” come diktat. Ben vengano realtà straniere che si propongano qui con un buon prodotto. Credo sia anche stimolante, da un certo punto di vista, venire qui e imporci la pizza. Tipo quei film in cui il protagonista arriva in un posto e ci mette un po’ a farsi accettare, ma poi conquista tutti facendo proprio quello in cui la comunità eccelle e diventa un idolo. Una sorta di Karate Kid 2 della pizza. Divagazioni a parte, dicevo che non è importante che la pizza sia italiana, ma che sia buona. Di conseguenza nessuno va a mangiare la pizza in un posto per il nome sull’insegna, ma per la qualità di quel che arriva nel piatto.
Domino’s punta a spostare completamente l’approccio: è evidente che chi ci andrà, perlomeno all’inizio, andrà per il nome, probabilmente aspettandosi o addirittura sperando che la pizza sia meglio di come sarebbe entrando in un qualsiasi Domino’s americano. Quindi non sarebbe nemmeno un discorso di brand associato alla qualità, ma puro e semplice hipsterismo alimentare®. La cosa fa incazzare perchè è uno di quei casi in cui la moda punta ad abbassare il livello e per cascare in un tranello del genere bisogna essere piuttosto fessi. Da qui, ecco perchè dicevo che il problema è il target.
Prima di scrivere il post ho commentato la notizia su twitter e qualcuno mi faceva notare che la mia posizione oltranzista non tiene effettivamente conto del fatto che Domino’s potrebbe invece avere senso perchè offre qualcosa di diverso. Non ci credo molto. Dal punto di vista del prodotto, ho già spiegato che non credo potrà distaccarsi più di tanto da una mediocre pizza italiana. Il marchio è noto, ma non è MacDonald e se servissero la loro pizza TRUE continuo a pensare chiuderebbero esaurito l’effetto novità. In questo c’è molta differenza con altre operazioni insensate che possono venire in mente. La prima è Starbucks (che, tuttavia, se non erro ancora non ha aperto pur avendo in giro molti più estimatori di Domino’s). Starbucks offrirebbe qualcosa di diverso da quanto si trova in molti bar: beveroni, muffin, donuts e via dicendo, eppure quanti italiani ci andrebbero se non una tantum? Pochini. Andrebbe meglio con gli stranieri, che è noto non apprezzino sempre il nostro espresso in piedi per colazione. Ma quanti stranieri, in italia, rimpiangono la pizza di casa loro? Quindi abbiamo un marchio più noto, con un prodotto che si differenzia dallo standard nazionale per tipologia e non solo per qualità e con una nicchia di mercato garantita che, tuttavia, all’idea di stanziarsi da noi ancora non è sicuro il gioco valga la candela.
Se la differenziazione non arriva dal prodotto, quindi, si potrebbe pensare al prezzo. Ma onestamente, quanto meno si può pagare una pizza da Domino’s? Se parliamo di Milano vedo anche del margine, sebbene anche qui non sarebbe così semplice surclassare in rapporto qualità/prezzo uno Spizzico qualsiasi. Estendendo poi il concetto su scala nazionale, cosa a cui Domino’s punta, io la vedo davvero maluccio. Sempre che il prezzo conti. C’è chi paga 4 euro per un Magnum quando con 2 può avere un buon cono artigianale, ma ancora una volta non credo che Domino’s da noi valga Magnum sul piano del riconoscimento del brand.
Insomma, non vedo molte ragioni per cui questa idea non si riveli un fiasco clamoroso, ma è sempre vero che le mie supposizioni non hanno mezza base concreta nè studi alle spalle. Più probabile quindi che abbiano ragione loro.
Io però ho come il sospetto sarà tutto legato all’hype e alla moda che sapranno generare e, in tal senso, non vedo l’ora di vedere quanto se ne parlerà sui vari social.
Chissà quante twitstar ci diranno di essere da Domino’s, magari proprio a partire da questa sera.
#AcquaCalda

Quando ti specchi in un disco (o anche solo una recensione del nuovo Envy)

Essere padre mi fa un effetto strano.
Ormai sono dentro questa cosa da più di quattro mesi ed inizio a percepirne i risvolti in maniera più netta. Non so se avete presente quando vi dicono: “La paternità ti cambia la vita!”. Ecco, é vero, ma non nel modo in cui pensavo. La rivoluzione attesa era soprattutto incentrata sul minor tempo libero e la ristrutturazione della vita di coppia. Nei momenti più onesti ed introspettivi temevo molto anche lo stand by forzato alla mia propensione ai viaggi, unico vero obbiettivo capace di rendermi accettabile la mia natura di lavoratore dipendente (nel senso di essere dipendente da una vita spesa a lavorare).
Invece no.
O meglio, queste sono tutte conseguenze della paternità realmente insorte, ma a cui alla fine non penso mai.
Essere padre ti cambia le prospettive. Passi diversi momenti ad essere incontrovertibilmente felice e questo, ad uno come me, crea più di qualche disagio. Non penso di potermi definire una persona pessimista, però sono certamente un paranoico ed in quanto tale vivo di ansie legate al fatto che questa felicità possa improvvisamente ed irreversibilmente venir compromessa. Di notte mi capita di dormire poco pur avendo un tesoro di bambino che, al contrario del padre, se la riposa volentieri. Se questa cosa vi facesse pensare al pane e ai denti e vi portasse ad odiarmi lo capirei. Il mio essere cosí non sta molto simpatico nemmeno a me.
Dicevo che questa cosa ti cambia le prospettive perché non sono diventato paranoico con la paternità, ho solo stravolto il fulcro delle mie psicosi.
Dicono che le madri in post-gravidanza subiscano sbalzi di umore legati alle fasi ormonali. Dei padri nessuno parla. Ci sta perché, non essendoci stravolgimenti fisici conseguenti l’avere un figlio, per noi i repentini cambi di umore devono per forza di cose avere radici psicologiche (parlo come se sapessi qualcosa di psicologia o anche solo ritenessi un plus conoscerne le basi.). Fatto sta che sono in questo momento emotivamente complicato da gestire, fatto essenzialmente di paure/preoccupazioni e sorrisoni ebeti in rapida e schizofrenica successione.
E questo è, a conti fatti, il più grosso stravolgimento dell’essere padre.

In un momento non meglio precisato di questo 2015 è uscito Atheist’s Cornea, che è un disco degli Envy. Non so dire di preciso quando perché non sono davvero più sul pezzo con nulla, ma per fortuna i social in questo aiutano e così da un paio di giorni non ascolto altro. Per me è un bel disco. Non ci si trova tutto il post-rock che ci si aspetterebbe dagli Envy, infatti il disco ha una durata ragionevole, ma ci si trovano di certo tutte le atmosfere a cui ci hanno abituati. Solo, questa volta, frullate insieme senza un senso anche minimo di continuità. Da qualche parte, non ricordo dove né in che contesto, ho letto la definizione “emotional rollercoaster” trovandola stupida. La uso adesso senza vergogna perché, pur restando stupida, mette a fuoco l’immagine meglio di come saprei fare io.
Non c’è niente di rivoluzionario in questo disco. A volersi spingere si può sottolineare l’inserimento di alcuni momenti di cantato pulito ad arricchire il pannello di soluzioni previa costituito solo da parti recitate/parlate e urla ferali, ma nel 2015 al più può essere definita una scelta retrò. In fin dei conti questo è un disco revival, pieno di pezzi che nessuno ormai scrive più, ma costruiti con la sapienza di chi ha le basi, le idee e una certa attitudine a fare sempre e comunque le cose a modo. In una scena che generalmente tende al post gli Envy, che credo siano stati tra i primi a percorrere quella strada, tirano il freno a mano e invertono il senso di marcia. La cosa del freno a mano si sente proprio, succede a 00:21 della prima traccia del disco. Io, in totale sincerità, apprezzo e ringrazio perchè ultimamente, se c’è un disco con cui mi sento in completa sintonia, è questo qui.

Il pezzo nasce dopo aver letto la recensione di Pitchfork e l’averla trovata completamente sbagliata. Ne è uscito tuttavia un post che con ogni probabilità sembra più uno scarto del portale alfemminile, ma sto giro oltre che di parlare del disco avevo voglia di parlare un po’ di me e, davvero, mi è sembrato normale fondere i due contenuti.
Il disco completo lo si può ascoltare in streaming su youtube.
La coppia “Ticking time and string” / “Footsteps in the distance” spero chiarisca la misura di questo pezzo.
Se non fosse così è perché non avete un figlio.
O, più probabilmente, perchè siete persone equilibrate.

Mr. Robot

Quale altro blog vi propone l’analisi di una serie TV dieci giorni dopo la sua conclusione?
Ecco, infatti.
In termini di “internet time” un articolo scritto con dieci giorni di ritardo è come uscisse un’era geologica dopo. Nessuno è più in grado di mantenere vivo il proprio interesse così a lungo, come soffrissimo di una variante autoinflitta di ADD che ci porta a consumare vagonate di informazioni immediate per poi cancellare la cache del cervello* da tutto quel che abbiamo acquisito e presentarla vergine al next big thing.
Per forza di cose quindi mi ritrovo a scrivere riflessioni che potreste aver già letto in altri articoli a tema, ma in fin dei conti, visto il prodotto di cui si parla, questa circostanza rende il mio pezzo terribilmente “meta”.
Mr.Robot é la serie più bella che può capitarvi di vedere in questo 2015, ma in fin dei conti é anche la roba più derivativa e meno originale che si possa immaginare.

Qui è dove di solito vi metto in guardia dagli SPOILER che potrebbero seguire, ma essendo passati dieci giorni ed essendo voi arrivati fino a qui nella lettura, desumo non abbiate nulla da temere: o siete sul pezzo e quindi immuni alle sorprese, o non sapete di che si parla e di conseguenza anche la più cruciale rivelazione, letta nella completa ignoranza e fuori contesto, dovrebbe lasciarvi indifferenti e con ogni probabilità non fissarsi nella vostra memoria a sufficienza da guastare un’eventuale visione futura.
[SPOILER] Questa cosa potrebbe non essere vera. [/SPOILER]
Dicevamo, Mr.Robot. Il riferimento più ovvio che viene in mente già dal primo episodio è senza dubbio il “Project Mayhem” di Fight Club: la spinta anarchica ad una riorganizzazione del mondo basata sulla cancellazione del debito e di conseguenza della società come la intendiamo noi. In un’epoca in cui il denaro è perlopiù virtuale, un’ipotetica legione di hacker adeguatamente preparata e motivata potrebbe gettare un colpo di spugna sulla realtà. Non proprio lo script più innovativo ogni tempo, direi, ma è pur sempre roba che tendenzialmente su di me ha buona presa.
Noi viviamo le vicende dalla testa di Elliot**, sociopatico anaffettivo con chiari disturbi mentali che di notte hackera i cattivi e di giorno lavora in una società che offre sicurezza informatica. In sostanza il Dexter Morgan dei computer e, per essere sicuri che non vi possa sfuggire l’analogia con il serial killer dei serial killer, Elliot colleziona cd-r su cui salva i dati dei cattivi che hackera, esattamente come Dexter collezionava i suoi vetrini.
Non vi basta? La chicca é certamente la Fsociety, ovvero Anonymous/Occupy Wall Street. Siamo al cospetto di un fumetto da cui viene tratto un film, a cui si ispira apertamente un movimento politico REALE, che viene a questo punto inserito in una fiction costituendone però non più la parte fantastica, ma il rimando alla realtà. Se avete capito cosa intendo, é un loop straordinario.
Proseguiamo con la dissezione e troviamo Tyrell, assetato di potere e sposato con una bellissima e algida donna che lo asseconda e lo supporta nel suo arrivismo estremo salvo poi scaricarlo quando si presenta all’orizzonte l’ipotesi dell’insuccesso. Come a dire: ma House of Cards non ce lo mettiamo? Come no!
Prendete tutto questo e aggiungeteci una buona dose di complotto: avete chiesto i poteri forti, la minoranza che governa il mondo, l’elite così marcatamente e schifosamente cattiva e senza scrupoli da incarnare il male assoluto? Check.
Mr.Robot é come quando da piccolo prendevi tutti i tuoi giocattoli preferiti e li mettevi insieme in una mega avventura in cui He-Man e i pirati del Lego lottavano per sconfiggere l’esercito dei peluches. Più importante, Mr.Robot é la dimostrazione (ennesima) che usare bene le idee altrui e riproporre quanto già fatto da altri può comunque portare ad un risultato di altissimo livello. Gli autori sono così convinti di questa cosa che ne fanno proprio un elemento d’orgoglio: chi guarda deve capire a cosa si sono riferiti, quali siano le ispirazioni, a costo di fermarsi ed esplicitarle. Giro una scena UGUALE a quella di un altro film? Io ci metto pure la stessa colonna sonora. E vinco tutto.
Davvero, mr.Robot vince tutto e lo fa mettendoci pure una confezione perfetta fatta di regia, fotografia e musica sempre a fuoco.
Per me davvero un gioiellino.

“So this is what a revolution looks like, people in expensive clothing running around.”

Eh, a quanto pare si.

* Ho parlato di cache del cervello in un pezzo su mr.Robot come fossi uno che sa il fatto suo, ma in realtà è una frase che mi è uscita per caso e di cui ho notato il collegamento col tema del pezzo solo a posteriori. Hashtag stimarsi.

** SPOILER: lo spettatore in effetti è una persona immaginaria che solo Eliott vede e che per il resto del mondo non esiste QUINDI lo spettatore é Mr.Robot e siccome Mr.Robot é Eliott, tu che guardi sei Eliott. Tu che guardi puoi cambiare il mondo e rivoluzionare la società. Non è una metafora sottilissima, ma onestamente é figa dai…

La volta che sono stato all’Expo

Alla fine sono andato all’Expo.
Ci ho messo un po’ a decidermi, non per chissà quali questioni ideologiche, quanto perché non avevo davvero molta idea di cosa fosse. Grossi padiglioni in cui le varie nazioni presentano la loro cultura gastronomica in relazione alla biodiversità territoriale e alle tecnologie agroalimentari per la sostenibilità nutrizionale. Figo eh, ma a me interessava più che altro mangiare robe strane. Immaginavo Expo come una sorta di mercato con le bancarelle di design, insomma, e tutto sommato non è che sbagliassi di molto, anche se dopo esserci stato la sensazione è più quella di un grosso parco divertimenti a tema cibo, con tanto di parata delle mascotte e spettacoli i vari. Come Gardaland, ma senza le giostre.
In una giornata piena, circa 12 ore, sono riuscito a visitare 13 padiglioni: Nepal, Thailandia, Cile, Cina, Giappone, Messico, Marocco, Austria, Kazakistan, Emirati Arabi, Azerbaijan, Cuba e UK. Avendo con me un bimbo di neanche 3 mesi ho saltato qualunque coda, quindi ho visto molto più di quanto avrei potuto in condizioni normali (certi padiglioni arrivano fino ad un’ora di attesa, senza contare le interminabili file all’ingresso dell’area Expo), il che significa che per vedere tutta la fiera senza “favoritismi” è presumibile siano necessari almeno tre giorni pieni, se non quattro. Dei padiglioni che ho visitato, col senno del poi trovo evitabilissimi UK (che ho scelto solo nella speranza, vana, di beccare una buona birra), Cuba (che è un bar di 3x3m che serve mojito a 8 euro), Azerbaijan e forse Messico. Menzione speciale in positivo alla Thailandia e al Giappone, che sono senza dubbio i migliori tra quelli che ho visitato. Volendo fare un podio metto al terzo posto il Marocco.
Un discorso particolare andrebbe fatto per il padiglione degli Emirati. Come dicevo all’inizio ho cercato di sorvolare sulle questioni ideologiche legate all’evento, però è difficile stare a sentire un pippone di 20′ sugli sprechi d’acqua nello stand di chi costruisce piste da sci nel deserto. Tutto il percorso del padiglione (disegnato da Foster, giusto per non farsi mancare nulla) è incentrato su un video il cui messaggio che ho colto è: se sei ricco vale la pena mobilitare elicotteri per trasportare una palma del cazzo dal cantiere dell’ennesimo grattacielo fino al giardino della reggia di tua nonna, sprecando 1000 volte più risorse di quante quella Palma di merda riuscirà mai a produrre. Qui il video, se ci trovate un messaggio diverso fatemelo sapere.
Cosa rimane da dire? Beh, in primo luogo che se uno ci va per mangiare robe strane e assaggiare prodotti del mondo, è facile rimanga deluso. Tolto il latte di cavalla fermentato offerto dallo stand Kazako con l’evidente scopo di trollare i visitatori (“Ehi, nello stand mostriamo storioni un po’ ovunque, ma la nostra chicca non è il caviale, è questa merda qui. Assaggia!”) e la frittellina al miele offerta dagli emiri (che tanto loro possono), per il resto nulla da segnalare. Mi sono fatto sapientemente inculare dai colombiani, che per 20 euro mi hanno rifilato due empanadas meno significative di un sofficino findus, e mi sono fatto ingolosire dal foodtruck americano, come il tipo che va nel birrificio artigianale e prende una nastro azzurro (cit.).
Ho evitato con estrema accortezza tutti gli stand “sponsor” ad eccezione di Chicco, che se hai un bambino di tre mesi con te risulta l’azienda con le istallazioni migliori, e il duo Moretti/Poretti perchè in 12 ore di caldo una birretta te la devi anche bere e piuttosto che spendere 5 euro per una birra colombiana il duo di casa nostra resta la soluzione migliore. Lo stand Poretti, anche noto come 50 sfumature di luppoli, presenta settecento alternative, lo stand Moretti ha SOLO il baffo d’oro (io le cose alla frutta non le conto, che non è birra). Il baffo d’oro, ovviamente, piscia in testa a tutte e settecento le alternative Poretti dimostrando, in Expo come nella vita, che il baffo è e sarà sempre il TOP.
Il mio giudizio finale in sostanza è questo: riuscendo ad avere un biglietto a prezzi ridotti (io ne ho avuto uno in omaggio da Sky, per dire, quindi ho speso 39 euro per due persone) ed un infante per saltare le code, l’esperienza Expo è piacevole e vale la visita. Non imparerete molto sul futuro del pianeta, ma vi verrà voglia di visitare posti in cui non siete stati. Se un certo tipo di architettura vi diverte, vedere gli stand è sicuramente piacevole. Oltre a questo, onestamente, non credo si possa andare.
Come detto all’inizio ho cercato di tenermi fuori dalle questioni ideologiche, ma se proprio volete un mio parere veloce e superficiale anche su quello, cito da un blog che dovreste leggere:

… Dovete sapere che l’Expo è un’esperienza che permette selfie praticamente a ogni passo, ed estremamente twittabile, quindi a noi giovani piace molto, esclusi naturalmente i giovani noExpo, secondo i quali un altro mondo è possibile.
Secondo me, no.
Eh. Spiace.

Alla fine speravo ci fosse una maglietta con la scritta “I went to Expo Milano 2015 and all I’ve got is this stupid t-shirt”, ma no.

(P)Dico la mia

Il Partito Democratico ha avuto una bella idea.
Ha creato un portale online in cui i cittadini possano collegarsi ed esprimere la loro opinione in merito a questioni su cui il partito stesso è chiamato a prendere una decisione. Lo spazio si propone lo scopo di informare in merito al tema in discussione e raccogliere opinioni sullo stesso, in modo da colmare il buco che c’è tra la base e gli eletti e portare avanti quelle che possono essere davvero le posizioni di chi compone il partito e non solo di chi è chiamato a rappresentarlo nelle varie sedi.
E’ chiaramente solo una roba di immagine volta a dare questo aspetto giovane, social e 2.0 al partito, ma tutto sommato resta una bella idea, anche solo di marketing.
Hanno chiamato il sito PDlatua.
Ok, se lo chiedete a me il nome basta da solo per togliere al progetto qualsiasi ambizione giovane, social e 2.0, ma non sono qui con l’intento di fare la punta al cazzo quindi sorvolo sulla scelta e passo a dire cosa davvero non funziona del progetto, in qualsiasi ottica lo si voglia guardare.
Il primo tema in elenco sono le unioni civili.
Il Partito Democratico reputa che nel 2015 sia ancora il caso di chiedere alla base cosa ne pensa delle unioni civili. Io leggo la cosa e penso che, boh, magari vogliono anche sapere cosa ne penso rispetto alla schiavitù o al suffragio universale.
Davvero, vi sembra il caso?
Se ci penso a me vengono in mente solo due possibilità.
La prima è che il PD voglia davvero legittimazione della base per muoversi in quest’ambito. Delle due è quella meno plausibile perchè è talmente macroscopico lo sbaglio con cui hanno approcciato la questione, da rendere inconcepibile qualsiasi buona fede, ma insomma, è anche vero che non è proprio il partito delle faine (più dei giaguari, se ricrodo bene). La seconda è che sia il trucco vecchio come il mondo di non ha le palle per schierarsi apertamente e quindi tira in mezzo altri perchè lo facciano al posto suo. Capita di continuo in ogni compagnia, quando ti trovi, proponi un posto è c’è sempre quello che dice: “Vediamo se anche a tizio va bene” unicamente perchè non ci vuole andare lui. Gran classico.
Se dio vuole questo non problema smetterà di essere dibattuto in meno di una generazione, indipendentemente da quanto farà il PD o qualsiasi altro partito Nazionale nel breve. E’ triste però che proprio il PD rimanga schiavo di questo immobilismo democristiano su una questione come quella delle unioni civili. E non è certo qualcosa di imputabile alla gestione Renzi (primo indiziato quando si parla di democristianicità), perchè Da Bersani a scendere non ricordo un segretario con una posizione ferma e sicura sull’argomento. Va beh dai, il tempo avrà la meglio anche su di loro.
Resta il fatto che questo portale giovane, social e 2.0 si dimostri emblema del vecchiume e della staticità di un partito come il PD.
Il secondo punto in discussione è la legalizzazione della cannabis.
Dai.
Fate i seri.