I vent’anni del disco dei miei vent’anni

Onestamente è difficile per me capire da dove iniziare a raccontare questa storia.
La prima immagine che mi viene in testa è di un ragazzino in macchina che canta più forte che può, ma il volume a cui suona la cassetta è così alto che nessuno potrebbe sentirlo. Sta tornando a casa frustando i cavalli della sua Y10 pervinca, in preda ad un euforia tutta giovanile che potrebbe essere correlata ad una certa ragazza.
Oggi quella cassetta si è persa chissà dove, la macchina è stata venduta, la casa a cui faceva ritorno non è più casa sua e la ragazza ha smesso da moltissimo di essere il fulcro della sua euforia.
In realtà anche quel ragazzino, oggi, non esiste più.

Well, I guess this is growing up.

Dude Ranch esce il 17 giugno del 1997, ma io lo sento per la prima volta nella primavera del 2000, in un negozio di dischi di Monaco di Baviera.
Sto dietro ai Blink dall’autunno del 1999, quando What’s my age again inizia a girare per radio e in tele, ma ancora sono un po’ scettico a riguardo. Orifizio mi passa la cassetta di Enema of the State dicendomi: “Questi sono tipo i Lit.” e io dentro ci trovo alcune cose che sì ed altre che proprio no, quindi sono perplesso.
Nel 1999 il mio gusto musicale fonda su un unico canone stilistico: quanto va veloce la batteria. Ascolto un disco e decido se approfondire o no unicamente in base a quanto spinge(1). Ho dovuto recuperare a posteriori un sacco di roba a causa di quel criterio di selezione, ma non è il caso di parlarne adesso.
Il punto è che Enema of the State non mi forniva garanzie sufficienti a determinare se questi Blinkcentottantadue fossero o meno gente giusta. Facevano video divertenti(2) e i singoli si incollavano in testa, ma stiamo pur sempre parlando del 1999, quando l’integralismo era TUTTO e un gruppo che passava in radio o TV semplicemente non mi doveva piacere(3). Nel giro che frequentavo io c’era questo parere ultra condiviso: “i dischi prima erano fighi e velocissimi, ma poi si sono venduti” e io mi ci aggrappavo abbastanza forte per poter andare avanti a capirne di più.
Il problema è che questi fantomatici dischi prima non li aveva nessuno, o quantomeno nessuno che potesse passarmeli.

Arriviamo quindi a questa benedetta primavera ’00.
Io e Ciccio suggelliamo la nostra supremazia come rappresentanti di classe organizzando la prima gita vera della nostra storia liceale. Cinque giorni a Monaco di Baviera, insieme ad una 4° nota a tutti come “la classe delle fighe” (#truestory). Il primo giorno in loco abbiamo qualche ora libera per le vie del centro ed entriamo in un negozio di dischi, che era più un megastore tipo la Ricordi a voler essere onesti.
La cosa fighissima è che in questo posto potevi prendere un disco qualsiasi dallo scaffale, portarlo in cassa ed ascoltartelo in cuffia per tutto il tempo necessario a farti un’idea. Senza impegno. Io sono arrivato in cassa con due CD: Dude Ranch e un disco orrendo dei Vandals (mi pare).
Ho consegnato Dude Ranch al cassiere, ho messo le cuffie ed è successo questo:

Don’t pull me down, this is where I belong
I think I’m different, but I’m the same and I’m wrong

I Blink per me sono questa cosa qui.
Tom che pensa ai riff unicamente sulla base del fatto che debbano essere velocissimi, senza curarsi se sarà mai in grado di suonarli dal vivo (SPOILER: no), Scott che fa filare via la batteria drittissima e le due voci che si intrecciano e si completano, diverse ed immediatamente identificabili. Non so come vi approcciate all’acquisto di un disco voi altri, a me è bastato arrivare al primo ritornello di questo pezzo qui e la decisione era presa ed irrevocabile.
Il disco però me lo sono sentito tutto lo stesso, lì in cassa, perchè con me in gita avevo solo il mio vecchio walkman a cassette e ci sarebbe stato il rischio di non poterlo fare fino al rientro a casa. Io non ho capacità di aspettare. Zero proprio. Se compro un disco, lo devo sentire subito, se compro un videogame ci devo giocare subito, se compro qualcosa da mangiare spinto dalla gola, devo mangiarla subito. E’ brutto, fidatevi, i miei picchi di entusiasmo sono altissimi, ma hanno un’emivita brevissima.

Did you hear he fucked her?

Dammit è la terza traccia del disco e la conoscete tutti. E’ il pop-punk per antonomasia. Ha la melodia giusta, il testo giusto e perfino il video giusto per essere il singolo perfetto, nel 1997. Infatti funziona e i Blink con Dammit fanno il primo vero botto della carriera.
Ora però provate a riascoltarla.
Ascoltate la voce di Mark e fate mente locale, non ci sono altri pezzi dei Blink in cui canta in quel modo, con quella voce graffiata e ruvida, con quel carico emotivo. C’è una certa urgenza nel far passare un concetto, dentro Dammit, una seconda chiave di lettura che ti porta a pensare non sia stata scritta per andare in radio o fare da sfondo a scenette buffe in un video e che forse sia diventata un singolo anche un po’ suo malgrado, con tutte le virgolette possibili. Ho sempre pensato che introdurla con This one song e infilarci in mezzo pezzi da tormentoni di teen idol a caso quando la suonavano dal vivo avesse da sempre la valenza di rimarcare questa cosa (allego indizio1 e indizio2 a supporto). Poi sono arrivati i singoli veri e tutto ha preso un’altra piega, ma Dammit resta diversa. Innegabilmente diversa.

Dicklips era uno dei pezzi che conoscevo prima di ascoltare il CD perchè c’era stato uno speciale su TMC2 dedicato ai Blink in cui era contenuto un estratto da un live tedesco(4) dove la suonavano. Me lo ricordo perchè ad una certa Mark canta un pezzo di ritornello sopra il bridge e Tom gli fa “NO” con la testa. A me quell’aggiunta è sempre piaciuta un botto e questo piccolo scorcio è se vogliamo un altro manifesto della questione.

I think you need some time alone
You say you want someone to call your own
Open your eyes, you can suck in your pride
You can live your life all on your own

Il testo di Waggy credo sia uno dei pochissimi che ho ritenuto rilevanti nella mia vita adolescenziale. Non ho mai badato più di tanto ai testi delle canzoni da ragazzino, un po’ per carenze linguistiche e un po’ perchè in molti casi non avevano davvero nulla da dirmi, ma qui iniziavo a viverla in un certo modo, ad avere un età per cui certe cose iniziavano a diventare importanti. Forse uno dei primi dischi di cui ho preso in mano i testi e ci ho trovato qualcosa che mi parlasse. Arrivavo da tutto un filone di punk-rock sociale, riottoso e se vogliamo “impegnato” che sì, ok, ci stava come messaggio di ribellione giovanile, ci credevo anche un bel po’ volendo, ma che sentivo comunque distante. La mia vita di tutti i giorni era più orientata agli amici e al tentativo di guarire da una forma cronica di figarepellenza, piuttosto che a salvare il pianeta. Questo disco parlava di quelle cose lì, di avere la mia età e di cercare di viversela al meglio, divertendosi, anche quando c’erano i problemi. I miei non saranno stati rilevanti come il buco nell’ozono o la guerra in medio oriente, ma a diciannove anni li sentivo certamente più incombenti.

Non posso raccontare tutto Dude Ranch traccia per traccia, perchè se no da questo post non ne esco più, però il blocco centrale resta un agglomerato di capolavori irripetuti (ed irripetibili) per la band di San Diego. Enthused, Untitled, Apple Shampo e Emo. Quattro pezzi monumentali, che per me non sono invecchiati di un minuto. Li sento oggi e mi danno la stessa manata di quando li ho sentiti la prima volta. Ovunque io sia, mi prendono e mi portano da un’altra parte, in un posto dove sto e starò bene sempre.
Dopo aver scritto la frase sopra ho realizzato che la traccia seguente è Josie e che dice esattamente quella cosa lì. Non è una citazione voluta, ma a pensare come sia venuta fuori involontaria sorrido molto.

She’s so smart and independent, I don’t think she needs me
Quite half as much as I know I need her
I wonder why there’s not another guy that she’d prefer

I miei vent’anni sono esattamente questa cosa qui sopra.
Gli amici come nucleo cui tutto attorno gira, definire se stessi come alternativa ad una massa che, a voler ben guardare, aveva fatto capire abbastanza chiaramente di non volermi al suo interno. Capelli colorati, pantaloni corti, piercing e tatuaggi che poi non ho mai fatto, fino al trovarsi morose per cui ti chiedi sul serio se non ci sia qualcuno meglio di te a cui dovrebbero puntare. Cercare di dissimulare timidezza ed insicurezza facendo lo scemo.
Ho sentito spessissimo la frase “music saved my life” e non sono mai riuscito a darle un senso reale, ma certamente ci sono dischi che mi hanno mostrato la via attraverso cui muovermi per uscirne, se non vittorioso, quantomeno in piedi.
Dude Ranch è il più importante di tutti e finisce così.

I know it hurts
But you’re just getting older
And I know you’ll win
You’ll do it once again

Alla fine ce la si fa.
Ancora oggi è il modo con cui mi piace guardare alle cose.

Insieme a tutto quello che il tempo si è portato via, ci sono anche i Blink 182 che, oggi, sono una cosa che poco ha a che fare non tanto con questo disco, ma con il concetto di band in generale. A vent’anni sognavo di essere Tom DeLonge e suonare nei Blink, oggi anche ci fossi in qualche modo riuscito, il sogno sarebbe comunque infranto per metà.
Il giorno in cui Dude Ranch compie vent’anni i Blink suonano a Monza ed è incredibile pensare che sul palco, per 2/3 della band, questa cosa non significherà niente.
Io non so ancora se ci andrò, alla fine.
Da un lato scrivere di questo disco negli ultimi 15 giorni(5) mi ha messo nel peggior mood possibile in relazione al concerto, ma dall’altro c’è sempre il discorso della manciata di canzoni per cui avrà sempre e comunque senso uscire di casa ed andare a sentirle sotto il palco col dito alzato.
Chissà come andrà a finire.
L’altra sera ho rivisto American Reunion(6) e mi sono divertito molto, per dire.

(1) lo faccio ancora e funziona 9/10.
(2) il video divertente è stato la rovina dei Blink 182, qualcosa da cui non sono mai riusciti a smarcarsi, forzati in un crescendo per cui ogni volta dovevano in qualche modo mostrarsi più idioti della precedente quando in realtà lo erano meno. Poi oh, gli ha anche fatto fare i miliardi quindi credo per loro sia andata bene così.
(3) lo so cosa stai pensando: e gli Offspring? e i Green Day? Nel 1999, per me, erano tutti dei venduti. Sad but true.
(4) ho ritrovato quel video, il link è questo e l’episodio a cui mi riferisco sta a 1:41.
(5) Non ho mai iniziato a stendere un post con quindici giorni di anticipo e credo sia indice di quanto tenessi a questa cosa. Come ovvio, metterci così tanto mi ha incasinato la testa e ora o paura di rileggere per timore che non mi piaccia per nulla. Molte cose il tempo se le è portate via, ma l’insicurezza non se ne andrà mai.
(6) I primi due American Pie per me sono l’equivalente cinematografico di questo disco. American Reunion è il quarto episodio, con cui sono tornati al cinema dopo una decina d’anni.
(7) Dude Ranch l’ha prodotto Mark Trombino, che oltre a questo disco ha prodotto una camionata di altri dischi fondamentali per il sottoscritto. Lo so, il rimando numero 7 nel testo non c’è, ma questa cosa andava scritta da qualche parte.

13 cose su 13

13 é una serie Netflix il cui titolo originale, evidentemente intraducibile, é “13 reasons why”. Parla di una ragazza del liceo che si ammazza, ma prima di farlo lascia alcune audiocassette con le ragioni per cui l’ha fatto. Ognuna di queste ragioni è riconducibile ad uno dei suoi compagni di scuola, che lo scoprirà solo dopo il fattaccio proprio ascoltando queste cassette, secondo un piano escogitato dalla morta. Non la sto banalizzando o rendendo più scema di quel che è, la sinossi è esattamente questa, ma un plot assurdo non implica necessariamente il prodotto che ne esce faccia cagare.

Volendone parlare, quale modo migliore se non stilare una lista di 13 commenti?
Probabilmente molti, tutti più originali, ma tant’è, quindi ecco la mia lista.

1) In questo pezzo ci saranno degli SPOILER, tutti ben indicati. Questa, a ben pensarci, è una cosa piuttosto assurda perchè la storia è nota dal primo minuto. La serie però è scritta in modo furbo, cercando di portare lo spettatore a chiedersi, passo dopo passo, chi avrà fatto cosa. Dovendo prendere una rincorsa infinita di 13 episodi e volendo dare al tutto un effetto climax per cui in ogni cassetta c’è un misfatto peggiore del precedente, il risultato è che per i primi 4/5 episodi la cosa stenta davvero ad ingranare. Superato il pilota, infatti, ci si trova di fronte ad una prima parte di stagione in cui sai che la tipa s’è uccisa, ma i problemi che ti presenta ti risultano troppo difficili da prendere sul serio e questo contrasto è davvero tosto da ignorare. Sembra un Pretty Little Liars, ma senza la vena demenziale e quindi senza un senso. Poi però l’intreccio si fa via via più pesante e l’attenzione aumenta, anche e soprattutto perchè vuoi sapere il ruolo nella storia di Clay.

2) Clay è il co-protagonista della vicenda, ovvero il tizio che si sta sentendo le cassette e attraverso cui riviviamo le vicende di Hannah. Il fatto che stia sentendo i nastri implica che sia una delle 13 ragioni e, per come viene presentato nel corso degli episodi, non è facile immaginare come mai possa esserlo. Da lì la curiosità che spinge a proseguire, episodio dopo episodio. In questo aspetto la serie ha, credo, il suo più grande difetto strutturale, perchè dopo undici dei tredici episodi… arriva uno SPOILER… è evidente che Clay nella lista semplicemente non ci dovrebbe stare. Siamo di fronte ad una delle più grandi prese per il culo ai danni dello spettatore dai tempi degli orsi polari di Lost e, come in Lost, funziona benissimo perchè quando il velo cade e capisci che sei stato preso in giro, ormai sei talmente dentro la vicenda da passarci sopra. Il trucco paga, quindi, ma sempre un trucco resta.

3) 13 è uno show che si propone, principalmente, di sensibilizzare i teenagers verso tematiche serie come il bullismo, la violenza sessuale ed il suicidio. Un altro sbaglio che fa, a mio avviso, è quello di tratteggiare in maniera troppo fine e discontinua il confine tra giustizia e vendetta. Io non ho problemi quando una serie o un film parlano di vendetta, anzi, ci sguazzo in quel tipo di narrativa. La vendetta però non può avere spazio in un contesto pedagogico/formativo. Se la serie vuole lanciare un messaggio e sensibilizzare, allora è alla giustizia che deve tendere. In 13 invece c’è un po’ troppa sindrome da Selvaggia Lucarelli, quel meccanismo che ti parla alla pancia e crea fomento, rabbia e voglia di “veder pagare i colpevoli”. Siamo nella società americana, i ragazzini hanno accesso alle armi e questo viene mostrato anche nello show. Se il bullismo diventa qualcosa di cui vendicarsi, il rischio è di chiudere un buco ed aprire una voragine.

4) In termini di sensibilizzazione però 13 fa una cosa molto bene: mostra. La scena del suicidio di Hannah è cruda, diretta, sconvolgente. Nel finale di stagione la sofferenza viene davvero fuori tutta, senza filtri, e questo è quel che serve se si vuole generare una reazione nello spettatore. Sono finiti i tempi delle moraline spicce da 7th Heaven, o dei drammi acqua e sapone. L’obbiettivo non è suggerirti idee distanti di malessere ipotetico, ma è darti una sberla e farti aprire gli occhi. Il mondo che viene raccontato è esattamente quello che circonda anche te.

5) Ultimamente Netflix punta molto sull’effetto vintage. Parlandone con un amico abbiamo convenuto come questo sia un barbatrucco per garantirsi l’audience anche da parte di chi teenager non lo è da tempo, ma che invece costituisce la grande maggioranza dell’utenza del canale: i trent’enni. Tutta la storia delle cassette, intese come formato, non ha una reale utilità narrativa se non dare al prodotto l’ormai fortunatissima patina anni ottanta, che su di me ancora funziona, ma che, a lungo andare, temo finirà per andarmi in noia. Il lato positivo però è che…

6)… la colonna sonora è una mina, indubbiamente tra le cose migliori della serie. Se del revival estetico faccio fatica a capire il senso e anzi in certe situazioni addirittura mi disturba, non potrò mai, MAI, lamentarmi di serie che usano Elliott Smith al posto di Ed Sheeran.

7) A differenza di Brian Yorkey, l’ideatore della serie, inizio a pensare siano troppi 13 motivi per parlare di 13. Quindi, come Brian… SPOILER… ne uso uno due volte. La colonna sonora è molto molto ben curata e pensata. Nonostante Selena Gomez.

8) Al di fuori della storia principale, è stato fatto un certo lavoro sulla costruzione dei personaggi collaterali. Non sempre buono, ovviamente. I compagni di Hannah ballano infatti spesso sul confine tra cliché e macchietta (la ragazza con due papà che si scopre lesbica è probabilmente il punto più basso in tal senso). Il meglio viene fuori, a mio avviso, nella descrizione delle famiglie. Da quella di Clay, ai genitori della defunta, fino anche a situazioni più collaterali come la famiglia di Alex. Lo stereotipo è spesso dietro l’angolo, ma tutto sommato non disturba troppo e fa il paio col fatto che in diversi casi anche la morale che lo show lancia tende ad essere tagliata con la scure. Il mio avere bisogno di sfumature però non è target per lo show, che come detto punta a sensibilizzare e in tal senso, volendo parlare a gente di un’età per cui tutto è bianco o nero, colora tutto di bianco o nero. Credo sia una scelta giusta e che alla fine abbia pagato.

9) Il cast di ragazzini funziona piuttosto bene. Fa sempre un po’ specie notare come il livello di interpretazione medio sia alto in prodotti come questo, anche quando coinvolgono ragazzi molto giovani. Per essere una storia di drammi adolescenziali, direi che il rischio più grande è sempre quello dell’overacting, l’esagerazione, e qui, a memoria, non succede mai. Sono bravi, misurati e credibili in tutte le situazioni. Questo, ovviamente, aiuta molto.

10) Momento pippone, lo dico prima così eventualmente si può saltare il paragrafo. Ad un certo punto, nell’ultimo episodio, si susseguono le deposizioni dei ragazzi di fronte alle parti legali che seguono il caso. Una di queste coinvolge Kat, unica vera amica di Hannah che lascia la città ad inizio stagione e che non ha un reale ruolo nella vicenda. Proprio perchè non coinvolta direttamente nel plot, le viene affidata dagli sceneggiatori una delle dichiarazioni più a fuoco ed interessanti. L’analisi riguarda il sistema scolastico americano, ma per una volta la chiave di lettura non è legata alle diversità economiche, quindi a fattori esterni che entrano nella scuola e ne condizionano la vita, ma alla stratificazione sociale che si crea dentro la scuola in relazione allo sport. La cultura sportiva americana, che parte dai licei e che spesso viene largamente indicata come esempio positivo (non a torto, va detto), qui viene mostrata attraverso il suo lato più crudo e duro. La scuola che come primo obbiettivo ha la formazione di future star dello sport, che ne determinano il prestigio e a cui tutto diventa dovuto. Formazione sportiva, ma non dello sportivo in quanto uomo. Non è un tema nuovo, ma credo sia affrontato particolarmente bene.

11) Il finale resta aperto. Lo scopo non è mostrare una risoluzione “giuridica” delle vicende, la risoluzione cercata è solo nella vita dei protagonisti, tra chi supera la tragedia e chi ci rimane invischiato dentro. Le cicatrici restano su tutti e tutti hanno, alla fine, dovuto venire a patti non tanto con quanto avevano fatto, ma con la persona che hanno realizzato di essere. L’ho trovata una gran bella soluzione, che spero resti tale a fronte del fatto che…

12) La serie è stata confermata per una seconda stagione. Evito appositamente di cercare in rete come sarà strutturata e di cosa parlerà, proprio perchè resto convinto che le vicende del Liberty High abbiano già avuto degna conclusione. Non so quanto possa essere fattibile un nuovo “caso” da svelare attraverso un susseguirsi di ragioni/indizi. La prima stagione si lascia aperta quella porta… SPOILERONE… con Alex, ma salvo assurdi salti mortali in fase di scrittura, dubito ci sia davvero qualcosa di più che abbia senso raccontare in merito. Lo show potrebbe quindi continuare a mostrarci le storie di Clay e compagnia, diventando con ogni probabilità un’altra cosa completamente sconnessa dalla stagione precedente e dal suo stesso titolo. Come se Dexter fosse morto alla fine della prima stagione e si fosse andati avanti con protagonista la polizia di Miami, ma senza il serial killer, reale tratto distintivo che oltretutto presta il nome al prodotto. Non che sia vietato eh, però ho davvero tanti dubbi.

13) Giudizio finale: a conti fatti per me è un sì. Non ho l’età per farne la mia serie preferita, ovviamente, e non credo nemmeno sia così buona come se ne legge o sente in giro, però dal momento in cui ingrana porta a casa il risultato con soddisfazione, sia questo intrattenere un adulto o far ragionare un ragazzino. C’è da turarsi un po’ il naso qua e la, quando il teen drama viene fuori più prepotente e porta l’anima thriller in secondo piano, ma sono cose che si superano.
Poi oh, io non ho nulla contro i teen drama, Dawson’s creek resta una delle mie serie della vita, però ecco, l’ho vista che avevo 17 anni. Non 36.

Ce l’ho fatta, ho scritto 13 commenti su 13*.
Ora spero di riuscire a scrivere anche qualcosa che non tratti di serie TV.
Prima o poi.

* in realtà no, mentre scrivo questa chiusa ne ho messi insieme solo 10 e mi son già giocato la ripetizione. Ma credo molto in me.

Weeds

Ieri sera ho finito di vedere Weeds.
Per chi non la conoscesse, Weeds è una black comedy andata in onda su Showtime e che si è chiusa nel 2008. Racconta le vicende di una famiglia della middle-class americana che finisce a campare spacciando erba. Su Netflix si trovano tutte e 8 le stagioni, 102 episodi in totale da poco più di 20′ l’uno. Io li ho recuperati tutti senza sforzo in un paio di mesi e me ne sono innamorato.
Sigla.

La prima cosa da dire parlando di Weeds è che a guardarlo si ride. Tanto.
Certo, magari non sempre e non ogni volta con lo stesso gusto, ma quando vuole questo show arriva a picchi difficilmente raggiungibili, anche guardando ad altre comedy ben più note e comunemente ritenute divertenti.
Si ride per i personaggi e per le situazioni, che sembrano sempre completamente sopra le righe, ma che poi a ben guardare non lo sono affatto, o meglio, non quanto può sembrare in prima analisi. Quello che riesce meglio a questa serie infatti è presentare tutti i controsensi, le assurdità e le problematiche, spesso drammatiche, della società americana, ma senza fare pistolotti noiosissimi o avventurarsi in metafore assurde. Non c’è una morale, un messaggio. E’ come se Jenji Kohan, l’autrice dello show, fotografasse gli Stati Uniti e ce li mostrasse usando di volta in volta filtri di instagram diversi. Anche quando possono far sembrare le immagini artificiose ed irreali, queste restano sempre e solo foto e una foto non esprime giudizi, li lascia a chi la guarda. Droga, criminalità, corruzione, perbenismo di facciata, crudeltà, consumismo sfrenato, disuguaglianze sociali, speculazioni finanziarie, truffe assicurative, assenza di previdenza sociale, fanatismo religioso e un mucchio di altri elementi che sto probabilmente dimenticando dipingono le avventure della famiglia Botwin, che si limita a sguazzarci dentro di volta in volta trovando sempre un modo “creativo” per uscirne male o finire dalla padella alla brace.
La seconda cosa che mi ha fatto amare Weeds è la cura per la colonna sonora, almeno per quanto riguarda le prime 4/5 stagioni. A partire dalla sigla, che nella seconda e nell’ottava stagione è stata reinterpretata da un tot di artisti (qui ci sono tutte le versioni, OCCHIO AGLI SPOILER), ma anche e soprattutto le scelte musicali durante gli episodi: sempre azzeccate, capaci di dare al tutto una profondità molto più ampia, non solo nei momenti di tensione o nelle parti più emozionanti, ma anche quando c’è da ridere. Mentre guardavo lo show, più di una volta mi sono trovato a pensare: “wow, che scelta figa!” e non è una cosa che mi accade tanto spesso.
E poi ci sono gli attori e le tonnellate di comparse illustri, tutti bravissimi, su cui sono stati costruiti tantissimi personaggi indimenticabili che hanno reso archi narrativi meno riusciti comunque degni di essere visti. Questa è una grossa qualità, dare anima anche a personaggi che restano sullo schermo un paio di episodi, una roba del tutto non comune.
Ciliegina finale, c’è dentro davvero un sacco di figa.
Il mio consiglio è quindi di guardare questa serie, che a 12 ore dalla conclusione già mi manca tantissimo. Ha dei difetti, soprattutto nelle due ultime stagioni, ma ha davvero tanti pregi e se le si presta un minimo di attenzione sa mostrare molto più di quel che appare in superficie.

Selfie

Stavo rientrando in box, questa sera. La Polly seduta affianco, Giorgio nel seggiolino dietro che diceva cose tipo “Oggi ho giocato tanto”.
Ero lì che guidavo e d’improvviso ho avuto la percezione che quello che sto vivendo sia il periodo più bello della mia vita.
Non so quanto durerà, io del futuro ho sempre e solo paura.
Sarebbe fantastico essere qui a pensare la stessa cosa, avere la stessa percezione della propria esistenza, tra moltissimi anni. Non è quello però il punto.
Domani non è importante, come non lo è ieri.
Il concetto di vivere il presente è qualcosa di ultra comune, quasi retorico, ma tra il predicarlo e il saperlo/poterlo fare c’é tutta la differenza del mondo.
Oggi, nel box, questa consapevolezza mi si è accesa nel cervello e mi ha sconvolto. Tante volte mi è capitato di rivalutare a posteriori porzioni della mia vita, quella sensazione agrodolce di malinconia verso momenti che “allora sì che si stava bene”.
Rendersi conto di stare bene oggi è tutta un’altra questione, ha tutta un’altra potenza.
È una roba speciale che non credo mi fosse mai successa prima.
La nebbia fittissima che avvolge il futuro continua a spaventarmi, oggi più che mai, ma per una volta non è bastata a scatenare le mie ansie.
Sono sdraiato al sole.
Potrebbe piovere? Certo, ma ora non c’é che qualche nuvola lontana quindi me ne resto sdraiato qui e, vaffanculo, me la godo.

Questo spazio negli anni è stato tante cose, ma per me era, é e sarà sempre soprattutto un posto dove mettere in ordine, scrivendo, i “casini” che ho in testa.
Farlo in internet può sembrare senza senso e forse lo è, ma con me ha funzionato e, devo dire, funziona ancora oggi dopo tanto, tanto tempo.

Cinecomics: una chiacchierata con Nanni Cobretti

Per un certo periodo di tempo i blog sono stati una cosa bella. Sia quelli personali, che soprattutto quelli tematici. In questa sorta di “età dell’oro” io avevo identificato essenzialmente tre siti che, quotidianamente o quasi, mi offrivano spunti di riflessione interessanti a tema musica, cinema e serie TV. Non era sempre quello di cui scrivevano, la chiave, spesso era (ed è) come lo scrivevano. Tempo fa ho deciso di provare a fare una chiacchierata virtuale col fondatore del primo di questi tre siti ed andò bene. Un paio di anni dopo dopo fu la volta del secondo e anche in quel caso ne uscì una cosa carina. Da quel momento ho cercato uno spunto per poter chiudere il cerchio e fare la stessa cosa anche con Nanni Cobretti, fondatore e capo supremo de I 400 Calci. Qualche settimana fa, dopo aver visto Logan e Suicide Squad in rapida successione, ho pensato che parlare di Cinecomics con lui potesse essere interessante e così è nato il pezzo qui sotto.
Come sempre non è una vera e propria intervista perchè le mie più che domande sono pipponi faziosi, ma ormai dovreste saperlo. Diciamo che io faccio delle affermazioni più o meno comprensibili a tema e Nanni, con pazienza, cerca di spiegarmi come stanno le cose in realtà.
Chiudo con una nota: prima di conoscere i 400 calci avevo letto dei pezzi su siti che non esistono più e per me furono una vera e propria folgorazione. Ne ricordo uno su un live di Andrew WK, per esempio, così come uno sull’aver visto Twilight al cinema. La firma in calce era un’altra, ma anni dopo scoprii che si trattava sempre di Mr. Cobretti. Grazie quindi a Nanni per aver partecipato a questa cosa, per me è un punto di riferimento e chiudere questa sorta di trilogia con lui è davvero una soddisfazione grossissima.

NOTA: Manq parla e chiede in corsivo,
Nanni risponde giustamente in grassetto.

Io non sono mai stato un lettore di fumetti coi supereroi, neanche da ragazzino, di conseguenza ad entrare nel vortice dei cinecomics ci ho messo un po’ di tempo. Non mi sono mai filato Superman, per dire, e dei vari Batman pre-Nolan ricordo giusto quello di Tim Burton dell’89, mentre tutti gli altri li ho infilati in quell’angolo del cervello in cui stanno film che guardi con gli amici per non stare a casa da solo. Anche gli Spiderman di Raimi li ho visti tranquillamente in home video molto dopo, apprezzandoli il giusto.
Ad un certo punto però è arrivata la Marvel e le cose sono cambiate. Io il click credo di averlo fatto con il primo Avengers. Da lì sono entrato in una sorta di fase completista che mi ha fatto recuperare tantissima roba uscita prima. Per un paio di anni buoni sono stato in fottissima, mi piaceva tutto e non smettevo di volerne ancora. E’ ovvio che le cose non potessero durare ed ora sono nella mia terza fase: la stanca. Guardo ancora tutto ciò che esce al cinema, ho lasciato perdere le derive seriali, ma lo faccio quasi per dovere, non restando mai (o quasi) completamente insoddisfatto, ma uscendo sempre meno volte dalla sala con la sensazione di aver investito bene il mio tempo.
Ora parliamo di mia moglie, che oltre a non avere mai avuto una passione per i fumetti non è nemmeno una fanatica del grande schermo (eufemismo) e quando le capita di dover scegliere un film da un qualsiasi servizio on demand, parte da categorie tipo “cinema in famiglia” o “commedia romantica”. Ecco, lei ha fatto il mio stesso percorso e, ad oggi, non manca in sala un appuntamento che sia uno.
Per arrivare a fidelizzare persone prive delle basi culturali che stimavo necessarie a poter apprezzare questo specifico prodotto deve essere successo qualcosa. Molti dicono che i cinecomics (o forse i Marvel cinecomics) abbiano cambiato il cinema, dieci anni fa. Sei d’accordo? Riconosci al “genere” un merito nella storia del cinema recente? La prendo larghissima, per iniziare.

Partiamo da un dato più grosso: i film Marvel, tendenzialmente, a livello mega-blockbuster, mettono d’accordo pubblico e critica come non succedeva forse dagli anni ’80. Lo fanno a tal punto, e con tale regolarità, che abbiamo ricominciato ad avere delle pretese e persino che non associamo più automaticamente la parola “sequel” all’inevitabilità di un prodotto inferiore, quelle cose che una volta davi talmente per scontato che ti sentivi in dovere di citare Il padrino e Terminator come eccezioni, un po’ come oggi scatta ogni volta identico il mantra “i remake fanno tutti schifo” “e però La Cosa e La Mosca”. Questo alla facciaccia di chi magari è ancora convinto che non diventeranno classici.
La formuletta pare chiara: si scommette tutto sulla sceneggiatura, su personaggi sufficientemente elaborati e umanizzati da far scattare l’empatia, si appiattisce il contorno visivo in modo da renderlo intercambiabile e dare l’idea di questa lunga saga incrociata di cui devi vedere anche gli episodi meno “intriganti” per seguire (quanti hanno visto Ant-Man solo per fiducia e completezza?). Il resto è roba da catena di montaggio: le scene action non puntano più a essere “la cosa più spettacolare che vedrete quest’anno” (formula obbligatoria per i blockbuster post-Independence Day e pre-Avengers) ma vengono addirittura storyboardate dal comparto tecnico prima ancora che venga scelto un regista. Il quale viene spesso pescato tra gente che viene dalle commedie leggere appunto per curare il lato narrativo/umano.
E così incroci tutti, crei un prodotto più solido e universale, e spendi pure meno.
Come formula alla lunga personalmente mi annoia, ma solo un pazzo furioso non ne vede meriti (proprio meriti, non semplice influenza) nella storia del cinema recente.

La formula annoia te e inizia ad annoiare me, eppure il fenomeno sembrerebbe tutt’altro che in fase calante se guardiamo alla quantità di roba in uscita/produzione. E’ una cosa ben oltre il cinema, ormai, ma anche a voler restare focalizzati sui prodotti destinati alla sala tutto sembra tranne che ce ne libereremo a breve. Qualcosa però sta inevitabilmente cambiando.
Leggendo la recensione di Logan sui calci, Jackie affronta il tema del cambiamento parlando di un percorso che sta portando a raccontare la figura dell’eroe in un modo diverso, non più esaltando la sua superumanità (?) ed i suoi poteri, ma focalizzandosi sul peso che queste due componenti hanno sulla parte umana dell’eroe stesso, impegnato soprattutto a non rimanerci schiacciato sotto. Commentando il pezzo non mi sentivo molto allineato, nel senso che io questo percorso non lo vedo per nulla e trovo il tema sviluppato sì in Logan, ma in maniera estemporanea.
Quello che vedo, invece, è un cambiamento del ruolo del supereroe non tanto nello script, quanto nella struttura vera e propria del film. Vediamo se riesco a spiegarmi. Se in principio i supereroi erano ciò che si voleva raccontare, ora sono lo strumento attraverso cui raccontare o addirittura la scusa per poter raccontare qualcosa prendendosi qualche rischio in meno sul botteghino. Guardo Logan e mi trovo a pensare che l’unico ruolo di Wolverine nel film sia portare la gente al cinema a vedere un western cupo, violento e disilluso che, con un protagonista diverso e senza questo richiamo in locandina, avrebbe fatto un centesimo degli incassi. Non c’è la minima continuità con il personaggio nè con l’ambientazione, più che una storia di Wolverine è una storia con Wolverine. Ho questa impressione magari sbagliatissima per cui “Il nuovo film di Capitan America” sarà presto come dire “Il nuovo film di Di Caprio”. I Guardiani della Galassia è un cinecomics perchè tratto da un fumetto, ma è un film di fantascienza/fantasy come potrebbe essere Star Wars. Il secondo Capitan America è uno Spy Movie imbottito di steroidi. Anche Lo Chiamavano Jeeg Robot (su cui mi piacerebbe tornare dopo in maniera più specifica) a conti fatti è grossomodo un episodio di Romanzo Criminale. Forse una roba molto più convenzionale di quel che in realtà si dica di loro sono i Batman di Nolan.
Da un lato non è poi sta grande epifania, perchè dire “tratto da un fumetto” è come dire “tratto da un libro”, eppure per me “tratto da un fumetto” ha sempre avuto un significato chiaro ed identificabile, che solo ultimamente scricchiola.
Tu cosa ne pensi? C’è davvero una volontà crescente di raccontare altro usando i supereroi o è solo un modo per mantenere viva l’attenzione?
Ah, Ant-Man per me filmone.

Logan è un caso isolato a Hollywood per certi versi paragonabile a Mad Max Fury Road. Entrambi, per motivi diversi, hanno goduto di una libertà artistica che normalmente non viene concessa: Mad Max è stato afflitto da una produzione lunghissima e funestata di incidenti che dall’altro lato hanno permesso a Miller di giocare con calma con più idee e approfondire e limare tutto fino al minimo dettaglio; Logan dall’altra parte non ha vantaggi temporali ma nasce come ultimo capitolo dichiarato, e quindi come tributo a Hugh Jackman, come specie di medaglia al servizio. Le regole a Hollywood sono semplici: se vuoi che un film incassi molto devi farlo sembrare interessante, ma fondamentalmente è solo se poi vuoi farne un altro che ti devi anche preoccupare che piaccia. Logan si vendeva da solo (è un film di Wolverine) e non aveva esigenze di sequel: Jackman e Mangold – che comunque hanno contenuto i costi raccontando una storia abbastanza piccola – hanno potuto fare più o meno quello che volevano. Questo per dire: ci andrei piano a prenderlo come simbolico di tendenze, se non “involontariamente” per via del fatto che, pur non avendo giocato affatto sul sicuro, è piaciuto e ha incassato molto. A me interessa di più osservare se il genere supereroistico, oltre a omaggiare il western, ne rifletterà davvero le fortune: il western ha avuto il suo periodo d’oro quando portava al cinema le persone cresciute con quel tipo di storie, che è quello che accade ora coi supereroi. Sono curioso di vedere se subirà lo stesso tipo di contaminazioni e lo stesso tipo di parabola.

Non lo so.
I cinecomics portano al cinema persone cresciute con quel tipo di storie quanto F&F porta al cinema la gente in fissa con le macchine. Certamente si è partiti da lì, ma a mio avviso la fortuna è arrivata scollinando, come dicevo all’inizio. C’è un monte di gente in giro per il mondo che gioca a World of Warcraft, ma per limiti di scrittura e/o di estetica eccessivamente “cafona” il film non ha fatto lo stesso salto ed ha incassato solo in cina (ho questa ipotesi per cui il giocatore medio di WoW abbia pagato un cinese per andare al cinema al posto suo).
Non ho i numeri alla mano e non ho le basi per definire quanti/quali cinecomics abbiano floppato al botteghino, ma da quanto ho letto in giro la parola “fallimento” in Marvel non è pervenuta e la DC è riuscita a portare a casa incassi onestissimi anche per prodotti insalvabili come Batman vs. Superman e Suicide Squad, il cui “sequel” uscirà comunque e ha tutta l’aria di non voler alzare il livello. Probabilmente mi manca qualche pezzo, ma penso di non seguire il discorso. Logan è un prodotto conclusivo, certamente, ma non è l’ultimo X-Men che faranno. Davvero essere la conclusione di un capitolo in un libro ancora in scrittura conferisce così tanta libertà? Non voglio rifarti la domanda di prima solo perchè non ho capito, quindi provo ad ampliare il discorso. Come dicevamo all’inizio, l’impressione è che ci sia ormai un mare magnum di cinecomics che la gente va al cinema a vedere a priori, eppure la DC sceglie di non osare nemmeno con un prodotto concepito per essere eccessivo come appunto Suicide Squad. Per motivi diversi e con modi diversi Deadpool e Logan dimostrano che lo spazio per calcare la mano ci sarebbe e non si rivelano, soprattutto il secondo, quel passo falso che si ha forse paura di fare non volendo associare nella testa del pubblico generalista la parola cinecomics alla parola violenza. Eppure tu stesso sottolinei non possano che essere eventi sporadici.
Tirando le somme: Mamma Marvel i toni li cambia bene tra i diversi prodotti, ma resta pur sempre Disney e ci sono direzioni che credo le siano precluse. Quello spazio potrebbe essere riempito, nell’ottica di diversificare, raccontare qualcos’altro e provare a crearsi un’identità, da Fox e DC. La prima ha sondato il terreno solo con prodotti sulla carta senza prospettive e non mi pare intenzionata a tornarci su seriamente nonostante le sia andata tutto sommato gran bene (in questo senso sono piuttosto curioso di vedere che roba sarà il secondo Deadpool). La seconda… boh, non ho ancora capito dove voglia andare a parare.
Ci deve essere una logica in tutto questo, anche se io non la vedo, quindi mi piacerebbe se la spiegassi provando a valutare le mosse dei tre player e dando un quadro d’insieme.

Ma i cinecomics sono ormai un intero genere a parte, con le sue regolette, convenzioni e luoghi comuni. F&F è solo un franchise, WoW solo un brand. Unbreakable di Shyamalan è un film nel suo complesso semi-orribile, ma è un dramma che – con anticipo clamoroso – rielabora il genere supereroistico proprio come oggi qualcuno rielabora i western nella forma di qualcos’altro. Il campo è quello, e sono curioso di vedere quali altri similitudini persisteranno, se lo faranno. Un giorno magari saranno i cinevideogames a essere la norma, e qualcuno dirà (sparo a caso) “oi, avete notato che la trama di Trevor, lo spin-off di GTA, è un cinecomic moderno?”. Nel frattempo gli X-Men saranno andati avanti un altro po’ con un Wolverine diverso (ma chissa’ quando avranno davvero il coraggio di eleggerlo).
Detto questo, se le sperimentazioni funzionano si proseguono, e la Sony ha appena annunciato Venom versione fanta-horror Rated R ispirato a La Cosa di Carpenter.
Il futuro non e’ facilissimo da decifrare, pero’ la distinzione piu’ ovvia da tenere a mente e’ che la Marvel ha creato al proprio interno i Marvel Studios con il preciso scopo di dare a Kevin Feige un’intera area esclusiva dedicata alle produzioni cinematografiche e televisive, mentre la DC non ha nulla di simile e per ora sta solo affiancando Geoff Johns a un trio semi-improvvisato composto da Christopher Nolan, David Goyer e Zack Snyder (che comunque hanno gia’ compiuto una serie di scelte precise e vincenti sul lato principalmente estetico), e dall’altra parte Fox e Sony sono rimaste abbandonate a loro stesse a proseguire sostanzialmente tra inerzia e botte di culo.
I film Rated R aumenteranno perche’ hanno funzionato e incassato bene, ma credo che rimarranno una via percorribile solo da brand che hanno un target preciso in quel senso (Deadpool, o Lobo che probabilmente sta aspettando gli incassi di Deadpool 2 per avere il green light) o in generale da film che possono permettersi di rischiare. Di certo non da quelli che costano $200 milioni.

Ci sta.
L’ultima domanda mi piacerebbe dedicarla alla situazione di casa nostra. “Lo chiamavano Jeeg Robot” è stato decisamente il caso cinematografico dello scorso anno: ha riscosso consensi trasversali da pubblico e critica e, soprattutto, si è imposto agli ultimi Sylvester in tutte le categorie che contano. Io andai a vederlo al cinema fomentato proprio dalle belle parole spese dai calci e ci rimasi un po’ così. Le parti decisamente italiane del film, quelle che raccontano la malavita del nostro Paese come da Romanzo Crimimale in poi sappiamo fare gran bene, per forza di cose risultavano un po’ eccessive e caricaturali. Ci sta, nell’ottica “fumetto”, il calcare i tratti caratteristici dei personaggi, però sul napoletano che mangia le mozzarelle (forse erano babbá, non ricordo) io ho accusato il colpo, per fare un esempio. Dall’altro lato, le parti fracassone in cui il lato fumetto sarebbe dovuto arrivare prepotente, mi son sembrate un bel po’ loffie. Risultato: un mix di due registri che per essere coerenti tra loro ne sono usciti gambizzati entrambi, nonostante sia indiscutibile gli attori principali fossero tutti in grande spolvero.
Non ti chiedo un parere sul film, a meno che tu non voglia illustrare quanto sia sbagliata la mia analisi, ma guardo più che altro alla situazione del cinema italiano in questo nuovo “genere” supereroistico. È palese i mezzi del nostro cinema non arrivino a quelli di Hollywood, quindi perché correre in quella categoria? Non sono un esperto ma credo la nostra cultura fumettistica possa offrire materiale assai più semplice da trasporre anche con mezzi limitati, senza andare ad infilarsi in storie di super poteri e città demolite che soffriranno sempre un po’ il paragone.
In fin dei conti in un film di supereroi l’impatto visivo avrà sempre un lato importante e per quanta qualità di scrittura ed interpretazione ci si metta, da sole rischiano di non bastare. Da quel lato, per esempio, film come Smetto quando voglio mostrano molto meno il fianco e finiscono per risultare (a me) pensati meglio.
No?

In questo momento, da tifoso della cinematografia italiana nel senso ampio e “industriale” del termine, mille volte un film imperfetto che sblocca la situazione di uno perfetto che rimane nella nicchia da dove proviene. Smetto quando voglio è impeccabile ma è ancora superficialmente vendibile come commedia classica e bisogna guardarlo per accorgersi che osa ben di più (e non ho visto il sequel che mi si dice alzi ancora di più la scommessa). Jeeg Robot è più arrogante e non può nascondersi, e il suo pregio maggiore è proprio quello di avere azzeccato almeno gli ingredienti base per “localizzare” il film di supereroi in un modo che fa convivere entrambi gli aspetti – il film saldamente piantato nella cultura italiana e il cinecomic – senza farli stonare e senza vergognarsi né dell’uno né dell’altro. E azzecca diverse cose incredibili anche a livello assoluto, basti vedere ad esempio quant’è impietoso il confronto tra il Joker di Jared Leto e lo Zingaro di Marinelli. Sono anche il primo ad ammettere che non ero convinto avrebbe funzionato col grande pubblico, un po’ perché il personaggio della Pastorelli è delicatissssimo e temevo respingesse, un po’ perché effettivamente il finale spaccone suda visibilmente a cercare il miglior compromesso fra teoria, risorse e resa. Però sono felicissimo che abbia fatto bella figura e abbia effettivamente ispirato non solo il pubblico ma tutta l’industria, e che stia gradualmente passando la paura di proporre film “di genere”. Il sottobosco italiano è imballato di gente che non vede l’ora di girare horror, action o sci-fi, e sarebbe ora di tornare ad ammettere che ci mancano solo il coraggio e la lungimiranza.

Texas is NOT the reason.

In questi giorni potreste aver letto che in Texas il Senato ha votato una legge chiamata SB25. Non è così improbabile vi sia sfuggito perchè:
1) Quello che succede nel mondo ci interessa solo se ci riguarda immediatamente.
2) Da noi non si discute mai delle notizie, ma eventualmente delle reazioni alle notizie, e Adinolfi ha i profili social ancora bloccati.
Ad ogni modo, vi faccio un riassunto.
Nei primi anni ’70 una donna statunitense di nome Dortha Jean Jacobs si è presa la rosolia nel primo trimestre di gravidanza ed ha poi partorito un figlio con gravi problemi di salute che, nel solo 1973, sono costati 21K dollari in spese mediche. La famiglia Jacobs ha quindi deciso di fare causa al medico per la mancata diagnosi di rosolia e dei conseguenti impatti sul feto. Nel 1975 il tribunale le ha dato ragione. In questa circostanza è nato il concetto di causa per “wrongful birth”, ovvero la possibilità di imputare al proprio medico la responsabilità per la nascita di un figlio con gravi disabilità non correttamente e tempestivamente diagnosticate.
Voliamo ora nel Texas del 2017, anno in cui il senatore Brandon Creighton, che ha certamente fatto anche cose buone, decide di promuovere un provvedimento che elimini la “wrongful birth” tra le possibili motivazioni da utilizzare per citare in giudizio un medico. La sua tesi prevede due punti fondamentali: non si può far causa ad un dottore per una malattia che non ha direttamente causato e, soprattutto, nessuna nascita può essere considerata un errore.
La legge è stata approvata dal senato dello stato a larga maggioranza.
Ora, secondo voi, quante devono essere le cause analoghe a “Jacobs v. Theimer” per portare all’attenzione di un senatore la necessità di tutelare i poveri medici che ne cadono vittime? Pochissime, esatt… aspetta. Come sarebbe a dire pochissime?
Pochissime. Ed ha perfettamente senso, pensandoci. Quando si tratta di prenatale, in generale, qualunque medico sta molto attento a ciò che dice al paziente. Un po’ per deontologia professionale, un po’ perchè il genitore a cui viene mancata una corretta diagnosi sul nascituro tende a prenderla malino e, di conseguenza, a fare causa. Ovunque, ma soprattutto in un Paese in cui finire in tribunale è una paura costante per qualunque cittadino. Hanno talmente tanti avvocati impegnati a far cause in giro che, in qualsiasi ambito, nessuno si vuol prendere più mezza responsabilità se non costretto.
Vi faccio un esempio. Questa estate ho noleggiato un’auto con il seggiolino per mio figlio. Me l’hanno dato senza istruzioni e, vi garantisco, il sistema per fissare il seggiolino in America è drammaticamente diverso dal nostro e per nulla intuitivo. Di conseguenza ho chiesto al tipo di Budget se potesse darmi una mano. Risposta: “No, mi spiace. Se fai un incidente e succede qualcosa a tuo figlio poi tu mi fai causa. Non fa parte dei miei doveri.”. Ecco, è così per tutto. Lo so perchè con gli americani ci lavoro.
Ci troviamo quindi di fronte ad un provvedimento che deresponsabilizza in toto i medici in caso di errata diagnosi prenatale. Ci sono due livelli di analisi per questa decisione.
Il primo riguarda eventuali vittime di diagnosi errate o mancate. Non esiste una cifra che possa compensare una disgrazia come questa, ma esistono certamente delle cifre che chi da questa disgrazia è colpito si trova a dover spendere per potervi far fronte. Cifre importanti, come abbiamo visto, soprattutto all’interno di un sistema dove la previdenza sociale non esiste. Queste persone non avranno più modo di farsele risarcire. E’ un aspetto importante, direi, eppure sta passando abbastanza in secondo piano, tanto da farmi pensare di essermi perso qualche pezzo. Non credo, però.
Il secondo riguarda i medici. Chi svolge questa professione non credo necessiti di una legge che lo “inchiodi” alle proprie responsabilità. Oltre al basilare discorso etico e professionale, ho questa visione naive per cui chi sceglie di studiare trent’anni per aiutare il prossimo non diventi così spesso un pazzo menefreghista refrattario alle sofferenze dei propri pazienti. Qui però stiamo parlando di una società tremendamente impantanata nel conservatorismo, gente dalle convinzioni talmente radicate e cieche da diventare molto pericolosa. La mia paura non sta tanto nella possibilità di dolo, di malafede, io temo per i medici convinti di operare per la volontà del loro Dio. Temo per chi, convinto di agire nel giusto, deciderà di operare una scelta al posto dei genitori del nascituro, costi quello che costi, fosse anche non riportare a questi ultimi la verità per come dovrebbe essere riportata, soprattutto quando brutta, ingiusta ed infame.
Non ho paura che i medici mentano ai pazienti, forse dovrei, ma credo che la linea sia molto più sottile. Forse è perchè ho avuto l’esperienza di una gravidanza in cui tutti i campanelli d’allarme che sarebbero potuti suonare sono suonati, infilandoci in una girandola di esami infinita, ma per quello che vale l’importante è stato avere qualcuno che questi dubbi se li è fatti venire e che questi esami ha suggerito di farli. Per quanto possa essere stato stressante viverli e terrificante aspettarne l’esito. Quello che mi spaventa è la possibilità di un futuro in cui gli accertamenti siano sostituiti dal sia fatta la volontà di Dio, quale che sia.
La trovo una cosa terrificante.

In Texas, il Senato ha deresponsabilizzato i medici in caso di mancata diagnosi di patologie prenatali gravi. E’ un posto lontano in cui vivono persone drammaticamente più ignoranti, bigotte e fondamentaliste di noi italiani.
La cosa potrebbe non riguardarci mai, non ho nemmeno idea di come sia la nostra legislazione in merito o se ci siano dei precedenti.
La nostra capacità di emulazione tuttavia non teme rivali, specie quando si parla di brutte idee, ed è quindi bene stare con gli occhi aperti.
Fidatevi, non vorreste svegliarvi una mattina e ritrovarvi in Texas.

Apologia di un disco

Questo post inizia da Pavel Nedved.
In trentacinque anni credo di non aver mai odiato un calciatore avversario quanto ho odiato Pavel Nedved, personificazione se ce n’è una del tristemente noto “Stile Juve” nella sua unica accezione possibile: quella negativa. Tutelato dagli arbitri qualunque porcheria facesse, simulatore come pochi altri nella storia del giuoco, il ceco è stato per anni un catalizzatore fulgido del mio disprezzo. Riusciva a farmi odiare la Juve anche più di quanto già la odiassi e, davvero, è come spingere qualcosa a superare la velocità della luce.
Chiunque capisca di calcio non può negare Nedved sia stato un grande giocatore, magari non tra i primi della storia, ma innegabilmente un ottimo calciatore. Nel 2003 ha vinto anche il pallone d’oro, in un’epoca in cui il premio non era necessariamente assegnato al più forte di tutti, ma al più determinante o incisivo nella stagione. Gli addetti ai lavori ne parlano anche come un grande professionista dentro e fuori dal campo.
Se lo chiedete a me però, Nedved è e sarà sempre una merda prima come uomo e poi come sportivo, irredimibile, e non c’è nulla che abbia fatto nella sua carriera in grado di farmi cambiare idea. E’ una posizione sincera e rispettabile, ma chiaramente poco obbiettiva.

Gli Aiden sono tante cose. Una band lo sono stati per poco, ben presto si sono trasformati in una sorta di emanazione dell’ego del loro frontman, all’anagrafe William Roy “wiL” Francis, uno di quelli che ad un certo punto della vita, in genere troppo presto, decide di essere il più grande e controverso artista di ogni epoca. A volerli descrivere, parliamo di cinque ragazzi cresciuti ascoltando grossomodo quello che ascolto io che nei primi anni 2000, poco più che ventenni, hanno pensato fosse una buona idea cavalcare l’onda nascente della poseraggine tutta polsini, frangette, tatuaggi e mito dell’oscurità. Sono gli anni del nu-emocore e di twilight, per dare dei riferimenti. A vent’anni cazzate ne abbiamo fatte tutti, ma visto il baratro in cui la scena è piombata in seguito a questo fenomeno, diventa complesso non farne una colpa a chi ha contribuito attivamente alla caduta e gli Aiden sono certamente tra i primi ad aver preso la pala ed iniziato le operazioni di scavo.
E’ quindi più che lecito trovarli detestabili per ciò che rappresentano, un’idea di musica basata sull’apparenza e unicamente figlia della ricerca spasmodica di visibilità che la moda del momento può dare. Non che sia un fenomeno innovativo o peculiare all’interno della storia della musica, dalle boy-band all’indie rock, passando per il pop-punk anni novanta o lo pseudo rap di Fedez oggi, fare musica per moda è un concetto ricorrente. L’aggravante per gli Aiden credo sia soprattutto nel fatto che il trend scelto da loro sia indiscutibilmente il più osceno e rivoltante di tutti i tempi, cosa che non sono certo qui a negare. Li prenderei a sprangate anche solo per i pantaloni skinny e gli shorts sopra il ginocchio.
Quindi chiariamoci: capisco il disprezzo che la comunità riserva loro.
I can feel it.

Cosa rende diversi gli Aiden da Pavel Nedved?
Nedved era un individuo ben riconoscibile, lo juventino tra gli juventini, il simbolo. Gli Aiden al contrario si perdono all’interno di un marasma di band esteticamente identiche, un’ondata di merda oceanica che l’avvento della musica libera online ha trasformato in tsunami e riversato nelle nostre orecchie. L’attaco dei cloni. Centinaia di band sovrapponibili e prive di identità a godere simultaneamente della stessa identica (sovra)esposizione mediatica. Indistinguibili. Un terreno quantomai fertile per l’effetto sineddoche, in cui dici Aiden per dire “la scena fake-emo-punk-dark primi anni zero”, quindi ti accanisci con loro per accanirti con ciò che rappresentano. L’esatto opposto di Nedved.

Il perderli dentro una scena fluida di gruppi privi di qual si voglia peculiarità è certamente discorso soprattutto estetico, ma può avere basi anche musicali se si pensa a roba tipo “Conviction”. Quello che mi preme tirare fuori con questo post però è che a quella roba lì arriva da un percorso abbastanza peculiare e se vogliamo “più onesto” rispetto alla massa e, anche se questo non li redime come band, può redimere un disco.
Questo disco.

Dicevamo di ragazzini di poco più di vent’anni con la fissa di un certo punk-rock anni novanta incline ad un certo tipo di estetica, che parte dai Misfits e si completa negli Afi. Spirito di emulazione che sfocia in carnevalata, certamente, ma che ancora non ha i tratti della caricatura. E’ evidente non ci sia malafede, ancora. Ad esserci, invece, sono i pezzi.
Adesso dobbiamo guardarci in faccia, seriamente, e chiederci cosa cerchiamo da un disco pop-punk uscito nel 2005. Ovviamente posso rispondere per me, ma ci sono cose che a mio avviso sfiorano l’oggettività assoluta. Pensare che un disco come questo possa essere originale nel genere che propone è come pensare che il movimento 5 stelle possa svincolare l’italia dalla politica economica globale smettendo di trattare con le banche. Rispetto il credo di chiunque, ma resto agnostico.
Io cerco pezzi carichi, melodie solide, refrain che ti si incollano in testa, cori da cantare e, se proprio mi sento in vena di esagerare, un uso minimamente conscio degli strumenti a disposizione (nella fattispecie, le due chitarre). Niente che mi faccia andare in estasi, ma che si faccia ascoltare e possibilmente non dimenticare un minuto dopo. Questi ingredienti per me ci sono tutti. In quella parentesi temporale in cui i ragazzini partivano dal post-HC di Thrice e Thursday o dal pop-punk dei Good Charlotte (!!!) per “riscoprire” un’estetica dark e farne moda, gli Aiden si sono trovati sul cavallo vincente senza neanche accorgersi di stare giocando lo stesso sport, arruolati per meriti extra-musicali. Un jolly che si sono giocati nel modo peggiore, ma che non hanno per forza di cose cercato.
Gli è più che altro capitato in mano.

Se gli Aiden vi causano l’effetto Pavel Nedved lo capisco e non giudico.
Potendo andare oltre però si dovrebbe poter riconoscere in Nightmare Anatomy un disco che, ripulito da tutto ciò che non sono le tracce che contiene, è una discreta bombazza.

Questo post è dedicato a quelli del fragolone e ad Andrea Orio.

Modern Baseball

Non lo so bene quando è cominciata.
E’ una roba successa negli ultimi vent’anni, lentamente ed inesorabilmente, e ora sono al punto in cui quando mi metto a pensare ai concerti l’associazione mentale è lo sbattimento. La dichiarazione ufficiale ad uso stampa solitamente è un mischiotto di parole tipo famiglia, impegni e vecchiaia, ma come ogni dichiarazione ufficiale basterebbe una minima di fact checking per trovare crepe nel ragionamento.
E’ il 2011, vivo al quarto piano di un palazzo in centro a Colonia. Una sera suonano i Get Up Kids nel locale quattro piani sotto casa mia. Torno dal lavoro e vedo la coda fuori dal posto. Fa freddo. Salgo in casa pensando che al massimo posso scendere più tardi. Entro, tolgo la giacca, forse faccio la doccia e sicuramente mangio qualcosa. Guardo fuori: il buio, il freddo. Guardo l’orologio, mancano tipo due ore all’inizio del concerto. La Polly mi propone di guardare un episodio di qualche serie TV. Mi siedo sul divano, forse sul letto. Mollo il colpo.
Per lo stesso gruppo due anni prima avevo guidato 400 km.
Non dico sia per tutti così, ma per me lo è. Leggo di un concerto interessante in zona e penso immediatamente al doverci andare da solo, al parcheggio, agli orari*. Quando proprio voglio esagerare ci metto anche il carico della disponibilità biglietti, con conseguente idiosincrasia per la prevendita e Ticket One. Questa palude di fastidi in cui mi impantano ha col tempo minato qualsiasi euforia associabile al discorso concerti, riducendoli ad eventi che scrivo in agenda nella remota possibilità in cui, quando il fatidico giorno arriva, io sia nel mood di farmi, appunto, lo sbattimento.

Ieri sera sono andato a vedere i Modern Baseball ed è stato così:

Una cazzo di festa.
Che poi non è nulla più di ciò che dovrebbe essere un concerto: gente che sta insieme e si diverte insieme. Facile, semplice e bellissimo, come tutte le cose facili e semplici. E no, per una volta non era pronosticabile perchè le pessime premesse ‘sto giro non riguardavano solo me e il mio atteggiamento da orso, ma anche (anzi, soprattutto) la band.
Il 25 gennaio Brendan (il tizio che canta nel video qui sopra) scrive sulla pagina del gruppo:

I have some unexpected news. I will not be joining Modern Baseball on the upcoming Europe / UK tour. I am okay — but I need this time at home to focus on my mental and physical health. The band will continue on with the tour thanks to help from mega friends Thins Lips, Superweaks and all the MOBO crew. This was an incredibly hard decision for me, and it was even harder confronting myself and the band about how I am feeling. Still, I know this is what I need right now. I can never thank MOBO and our crew enough for taking on the roles they have to support me.
I love y’all very much.
Mental illness is very serious and should never be taken lightly. It’s a long journey to understanding and coping with your illness but I have so much faith in y’all, and myself. If you or a friend ever feels lonely, depressed, sad, confused, whatever here are some crisis hotlines you can call. Again, I love y’all very much — talk soon <3

Non proprio una cosina da ridere, insomma.
L’impatto principale di questa brutta storia sul tour è che un tizio del loro staff deve sopperire alla mancanza sul palco, suonando la chitarra. Si è imparato un po’ di pezzi, ma non tutti, quindi lo show viene diviso in tre atti: il primo, full band, in cui James canta i suoi pezzi, il secondo con James in acustico per le canzoni che il sostituto ancora non ha imparato a suonare, ed un terzo di nuovo full band per i pezzi di Brenden. Che però non c’è.
La decisione della band è di far cantare al posto suo chiunque ne abbia voglia, tra gente del pubblico e ragazzi dei gruppi che girano con loro in tour**. Siccome è una festa, oltre al karaoke sul palco iniziano anche a passarsi gli strumenti e ogni pezzo alla fine viene suonato da persone diverse. E’ una cosa bella.
Non nuova, al più inconsueta ai concerti a cui vado io ultimamente, non strana.
Bella.
Di solito sono i gruppi con cui siamo cresciuti a riportarci indietro. Vai a vedere gente di quaranta e passa anni che suona roba da dischi che potrebbero fare la patente e bere negli Stati Uniti e grossomodo firmi una sorta di tregua col tempo che passa per quei sessanta minuti di show. Tu fai finta di non vedere capelli bianchi della band, la band fa finta di non averli e ci si crogiola tutti insieme in quella sorta di bolla, al più ripensando a quanto era bello.
E’ difficile avere questo tipo di feeling quando a suonare è gente schifosamente giovane tipo i Modern Baseball.
C’è uno rospo gigante da buttare giù nell’accettare che il tuo passato sia il loro presente, che non stiano suonando per ricordarti e ricordarsi quanto fosse figo il 1998, ma per celebrare quanto sia figo il 2017.
Cristo, è una roba che a scriverla qui sopra mi fa l’effetto delle coltellate.
A fine concerto sono andato al banchetto e gli ho comprato una maglietta. Avrei potuto prendere i dischi, pagandoli tipo 1/3 di quanto li pagherò oggi su Amazon, ma avevo in tasca giusto 20 euro e la maglietta per me è la cartina tornasole di quanto un concerto è figo.
Tempo fa mi chiedevo da quanto non mi finisse in mano una band “nuova” capace di spaccarmi il cuore con un disco. Non ricordo quale sia stata l’ultima, certamente non i Modern Baseball.
Di loro mi sono innamorato giusto ieri sera vedendoli suonare di fronte a cento persone in condizioni molto precarie.

* La pagina Facebook dell’evento di ieri indicava l’inizio alle ore 22:00 (EDIT: la pagina facebook ovviamente era una pagina sbagliata, ma a mia discolpa è la prima che esce se si usa il search di facebook. Ticket One riportava comunque 22:00 come inizio.). Io sono arrivato alle 22:03 e mi son sentito il primo pezzo del set dalla biglietteria. Errore mio, ma forse sarebbe ora di allinearsi ad una politica e mantenere quella per tutti gli eventi. Invece è impossibile sapere prima se arrivando giusti si rischi di aspettare ore o di perdere l’inizio del concerto. Non c’è una logica e questa gigante rottura di cazzo non aiuta ad invertire la tendenza di cui scrivo ad inizio post. Manco per il cazzo, direi. A voler scegliere, comunque, firmerei per concerti come quello di ieri che finiscono alle 23:00. Basta saperlo prima.

** non ho avuto il piacere di sentirli, perchè a quanto pare l’ora di inizio evento ieri indicava l’ora di inizio del set della band principale, con buona pace del supporting cast che si è trovato sul palco prima dell’inizio effettivo del concerto. Magari mi sarebbero piaciuti. Chi può saperlo?

Come ARCADIA, ma con la O.

Se abitate dalle parti di Milano dovreste conoscere il Cinema Arcadia di Melzo e il suo circuito. Il motivo è semplice: la Sala Energia è semplicemente la migliore in zona.
Io vado a Melzo molto di rado, ma l’Arcadia di Bellinzago è proprio dietro casa mia. È un cinema normalissimo, in termini qualitativi, ma ha due grandi plus:
1) è supportato da una app che permette di prenotare i posti e ritirare i biglietti in cassa al pagamento.
2) è possibile acquistare una carta prepagata che permette di pagare gli spettacoli 6,50 euro.
Bello no?
NO.

Come detto, sono utente e cliente Arcadia da tanto tempo e mi sono sempre trovato benissimo fino a quando lo scorso anno, intorno a questo periodo, ho provato a prenotare uno spettacolo via app e questa operazione non era più possibile. Peccato. Ai tempi avevo chiesto in cassa il motivo e mi era stato detto che il circuito aveva deciso di sospendere le prenotazioni online per il periodo Natalizio.
La cosa è abbastanza noiosa perché la app non prevede l’utilizzo della sopracitata CineCard per l’acquisto, né la possibilità di richiedere biglietti ridotti, di conseguenza acquistare i biglietti in anticipo e senza recarsi al cinema implica pagarli prezzo pieno e, soprattutto, non poter usare il credito che ho già pagato e per cui Arcadia ha già incassato i soldi.
Come detto, la cosa è abbastanza noiosa.
Prima dello scorso Natale esistevano già spettacoli che non era possibile prenotare, ma si trattava di proiezioni particolari (ad esempio quelle in 70mm) per cui le riduzioni non sono comunque previste. In quei casi, pagare con la carta di credito poteva e può avere un senso perché il prezzo non cambia, ma qui parliamo di tutti gli spettacoli.
La restrizione, complice probabilmente la release della nuova versione della app, si è protratta ben oltre il periodo natalizio, ma alla fine (in primavera, se ricordo bene) tutto era tornato a funzionare come di consueto, con mia somma delizia.
Fino ad oggi.
Nel pomeriggio ho infatti provato a prenotare due posti per Rogue One e ho constatato che la restrizione era nuovamente attiva.
Non l’ho presa bene, diciamo, e così ho scritto all’account twitter* dei Cinema Arcadia (@arcadiacinema).

Eccoci quindi alla parte in cui mi bloccano su twitter, ormai un classico della mia vita (la parte sul farsi delle domande sto giro la evitiamo, magari, che tanto é evidente sia inutile.).
Il racconto della diatriba questa volta non può beneficiare di screenshot o documentazione diversa dalla mia versione dei fatti, perché le risposte che ho ricevuto sono state cancellate prontamente dal gestore dell’account in questione, che con sfoggio di signorilità ha preferito eliminare tutti i suoi twitt sull’argomento. I miei ci sono ancora, ma si capisce poco leggendo solo quelli.
In estrema sintesi, i social media guru del gruppo Arcadia prima mi hanno propinato una balla, dicendomi che da SEMPRE non è possibile prenotare via web sotto Natale. Poi hanno rigirato la storia, dicendo che la policy della CineCard non ha mai previsto l’uso online, cosa che però esula dalla mia lamentela: pagare in cassa al ritiro dei biglietti non è mai stato un problema, potendo prenotare questi ultimi. Il disservizio subentra se, come unica via per ricevere biglietti che ho già pagato quando ho acquistato/ricaricato la tessera, sono costretto a recarmi al cinema, fare la coda e magari trovare i posti esauriti.
Tutto questo prima cercando di fare i simpatici come un account Ceres qualsiasi (fallendo, a differenza di un account Ceres qualsiasi) e poi sbarellando in un minuto di follia composto da una risposta acida, il blocco del mio account e la successiva cancellazione di tutte le balle con cui hanno cercato di condirmi via. Questo perché, a detta loro, chiedere chiarimenti su un servizio non ritenuto sufficiente dal cliente è “combattere una crociata senza senso” e “polemizzare inutilmente”.
A stretto giro poi capita anche che una delle persone che mi seguono su twitter mi chieda chiarimenti sulla diatriba, finendo per venire bloccato anche lui a titolo cautelativo o forse in base al fatto che “il follower del mio nemico è mio nemico”.
Va beh, ci faremo passare anche questa. Intanto cresce la leggenda dei social media manager, esperti di comunicazione che poi magari non sanno gestire una banale discussione con un cliente scontento. Bravi loro e chi gli da lavoro.
Il succo della storia è che io continuerò ad andare all’Arcadia, perché rimane il cinema dietro casa e perché con la CineCard pago ancora meno che altrove. Potrei boicottarli, ma il risultato sarebbe semplicemente peggiorare la mia vita senza impattare sulla loro, quindi a che pro?
La storia però la racconto, magari ad altri può interessare sapere come funzioni la app del Cinema Arcadia, quali inconvenienti comporti avere una CineCard prepagata e quanto siano spassosi e competenti i responsabili dei canali social del gruppo.
Magari tra gli interessati c’è anche qualcuno che abita meno vicino di me e che ha altri cinema a cui eventualmente afferire.

* ok, ok… per completezza i tweet erano due:

Si stava meglio quando si stava peggio

I fatti: questo referendum costituzionale trattava una riforma imperfetta, capace di generare tanto supporto quanto antagonismo sulla base di posizioni perfettamente legittime e condivisibili.
Se suona strano è solo perchè non se ne è quasi mai parlato nel merito. Cosa che di certo non farò io adesso.
La premessa però mi serviva per analizzare la mia situazione personale: ho preso malissimo l’esito di una chiamata alle urne in cui, paradossalmente, le ragioni di merito della fazione opposta alla mia erano per una volta comprensibili. E’ strano.
Forse è solo che mi sono stancato di perdere, di essere sempre e comunque minoranza. Per quanto tutto sommato io mi ci senta, minoranza, e non manchi giorno dall’apprezzare di esserlo, in prossimità delle chiamate elettorali per magia dimentico 35 anni di esperienze e mi cullo nel limbo di una possibile svolta in cui la società, per incanto, si svegli a mia immagine.
Sono la band che fa dell’essere indie un vanto e che poi rosica perchè non vende milioni di copie.
Cristodio sono Manuel Agnelli.
Va beh.
Io volevo rendere omaggio ai Vincitori, quelli con la V maiuscola.
Sono contento per Civati e quelli di Possibile. Immagino queste ore di fibrillazione in attesa di sapere chi sarà il prossimo a cui fare opposizione dura e coerente.
Sono contento per chi, votando con la penna portata da casa, ha salvato la nostra Costituzione dai brogli delle matite cancellabili che, inspiegabilmente, non hanno limato 20 punti percentuali di distacco.
Sono contento per tutti quelli che hanno usato il referendum costituzionale per mandare a casa un Presidente del Consiglio non eletto dai cittadini. E che non ricapiti più!
Sono contento per Berlusconi e D’Alema che rientrano dalla porta principale nello scenario politico nazionale. Mancavano.
Sono contento per tutti quelli che, chiamati alle urne, hanno impedito la deriva autoritaria del Paese e la dittatura imminente. Meno male che da noi i dittatori chiedono il permesso.
Sono contento per chi ha sconfitto la P2 dando i natali ad una nuova Italia lobby free e governata dal basso.
Sono contento per chi ha salvato la costituzione più bella del mondo, anche solo per la sbatta che deve essersi fatto nel leggerle tutte e fare i paragoni.
Sono contento per quelli che “ora che abbiamo bocciato questa riforma possiamo farne una migliore!”. Tanta tenerezza.
Sono contento per il M5S che adesso, se riuscirà a scongiurare una nuova cospirazione che vuole una legge elettorale fatta apposta per non farli governare, potrà finalmente prendere in mano il Paese e gestirlo come si deve. Tipo Roma.
Sono contento per Salvini nuovo leader del centrodestra.
Sono contento per quelli che “Il sì al Referendum rende i bambini autistici”. Di questi non ne conosco, ma vuoi non ce ne siano?

Con tutti gli altri invece, indipendentemente da cosa abbiano votato, non posso che condividere il rammarico.
Il motivo è semplice: credo che la situazione politica di oggi sia peggiore di quella di ieri e, in sostanza, non mi pare ci siano i presupposti perchè domani migliori.
Si andrà a votare, probabilmente. Ma con quale legge elettorale?
E una volta votato, chi governerà? I numeri di ieri mostrano un Paese spaccato in cui difficilmente un partito o un movimento singoli potranno avere maggioranza e, se ancora non fosse chiaro, non siamo proprio il popolo delle larghe intese. Quindi?
Quindi.
Renzi si è messo in discussione, ha perso e si è dimesso.
Può non essere il cambiamento che l’Italia cerca, ma negare sia un cambiamento è dura.
Ora vediamo cosa ci offriranno le alternative.
Sono tutto un fremito.