Ciao Elia, stammi bene

Sabato sono andato al Circolo Arci Ohibò di Milano per il live dei The Singer Is Dead, che presentavano il disco di cui vi ho parlato qui e che confermo essere gran bello, soprattutto ascoltato live.
Ho scoperto che la tessera ARCI ora scade a fine settembre, quindi l’ho fatta nuova. Il prezzo è ancora variabile da circolo a circolo, da che leggo online, e l’Ohibò la fa pagare 13 euro. Sono 3 euro in più di quanto la fa pagare il Magnolia, locale dove mi capita di andare molto più spesso, ma tutto sommato non è questo gran dramma per una tessera che mi permette di accedere a moltissimi concerti durante l’anno. Perchè ormai davvero tanti concerti medio piccoli passano dai circoli ARCI, quindi volente o nolente la tessera ti tocca farla ogni anno, se vuoi andare a sentir qualcuno suonare dalle mie parti.
Leggendo in giro su diversi siti non sono riuscito a farmi un’idea di dove finiscano i soldi della tessera, se ci sia una gestione centralizzata o se tutte le quote iscrizione restino in mano al locale che le fa sottoscrivere. Da quanto ho capito io si tiene tutto il locale, che si riserva il diritto di scegliere quanto farla pagare.
Oltre alla tessera mi hanno chiesto 5 euro di ingresso.
In tutta onestà la sera in cui fai la tessera l’ingresso potrebbero anche evitare di fartelo pagare, visto che statisticamente ci saranno un tot di persone che si iscrivono in un certo circolo per poi magari non andarci più per tutto l’anno. Paghi la tessera ed entri, la volta dopo paghi l’ingresso. Non mi pare sia una proposta folle, ma vabbè.
In soldoni il concerto mi è costato 18 euro.
Conosco un tizio piuttosto fissato col concetto di pagare la musica e quando scrive di queste cose fa i conti in modo preciso. Io non ne ho voglia, posso solo dire che 18 euro per una serata come quella di sabato sono fuori dalla mia comprensione, seppur riconosca che gran parte della spesa in realtà non è per il concerto in sé, ma per garantirmi la possibilità di andare a dei concerti futuri, se e quando li faranno (che scritta così è raccapricciante in ogni caso).
Ho chiesto a Luca se li hanno pagati per suonare e mi ha risposto di sì, quindi quantomeno spero dietro ci sia una sorta di etica sul retribuire equamente band non professioniste che ti portano introiti.
Al netto di tutto questo, chiedermi 6 euro per una IPA media che faceva oggettivamente schifo al cazzo e servita male in un bicchiere di plastica non ha nessuna giustificazione plausibile.
Uscito dal locale ho provato per 15 minuti a smanettare con Instagram e fare una IGStory come i rapper, dissando il circolo Ohibò e tutta sta storia dei prezzi, ma ho realizzato di non essere manco capace di fare le IGStories.

Ad ogni modo, la cosa bella di tutta questa storia (e il reale motivo per cui mi son messo a scrivere questo post) è che dopo i The Singer is Dead hanno suonato i Malkovic e mi sono piaciuti una cifra.
Soprattutto un pezzo, che mi ha proprio preso benissimo.
Dopo il concerto sono andato al banchetto e ho comprato l’EP di 4 tracce che avevano lì e che è l’unica cosa che hanno registrato fino ad ora.
Manco a dirlo, il pezzo che mi ha conquistato sull’EP non c’è.
Ho comunque fatto due chiacchiere con il cantante al banchetto e poi via messaggio su Facebook e ho scoperto che la canzone che cercavo si chiama “Colossus” e uscirà nel 2018 insieme ad un video e forse un disco.
Forse perchè la situazione al momento è che quello di sabato è stato l’ultimo concerto di Elia, il loro batterista, e adesso dovranno cercare un sostituto.
Grazie, Elia.

Nel dischetto dei Malkovic ci sono quattro tracce. Su youtube si trova il video di Carlo e quello di Ufo, che dal vivo mi è piaciuta tanto tanto.
Il mio pezzo preferito però è questo qui e si chiama Tre.

Un pippone sui concorsi

Diciamo che sei un PI, alias Principal Investigator, e dirigi un tuo gruppo  di ricerca nell’ambito life science (1) in Italia.
Diciamo che sei bravo: lavori in maniera accurata, pubblichi risultati rilevanti su riviste peer reviewed (2)  e porti avanti una linea di ricerca utilizzando grant (3) che con ogni probabilità ti sei dovuto procurare da solo. Per stare ad un buon livello infatti, soprattutto nel nostro Paese, procurarsi fondi non statali da associazioni ed organizzazioni varie è vitale perchè i contributi ministeriali sono pochi e mal distribuiti.
Hai i tuoi soldi, quindi, ma difficilmente lavori nel tuo soggiorno. Spesso sei “ospite” di spazi statali, ospedalieri o universitari, dove puoi usufruire di locali idonei e, se ti va di lusso, di strumentazione comune. Questa cosa ha un prezzo, ovviamente, che spesso comporta tra le altre cose il rimandare all’amministrazione della struttura la gestione dei tuoi fondi. Se interessa (4), questa cosa può essere analizzata da tanti punti di vista, ma quello che credo sia importante alla luce delle tante discussioni di cui leggiamo in questi giorni è il risvolto legato ai contratti dei collaboratori: assegni di ricerca, borse per dottorati e via dicendo.
Torniamo al nostro amico PI.
Per lavorare ai livelli di cui sopra è essenziale che si circondi di un team di persone valide e degne di fiducia che possano aiutarlo. Menti brillanti che portino idee e risultati alla causa, ma anche mani precise che si occupino dell’esecuzione pratica degli esperimenti, lasciando a lui il tempo di scrivere progetti e articoli volti a raccogliere nuovi fondi. Siccome stiamo ragionando per ipotesi, questo PI vuole addirittura pagare i collaboratori (!!!) usando la porzione di finanziamento appositamente allocata per i salari (5).
Ora prendiamo un laureando, costretto ad almeno 12 mesi (6) di lavoro in laboratorio continuativo e non retribuito per costruire la propria tesi sperimentale. Questa tesi, il cui contenuto è deciso ovviamente dal PI, può costituire parte di un progetto già in essere dove un po’ di manovalanza gratuita fa sempre comodo, ma può anche essere usata per generare dati preliminari volti a gettare le basi per la stesura di un progetto più ampio.
Quindi, riassumendo: il laureato lavora gratis in lab per più di un anno producendo i dati necessari a strutturare un progetto ed il PI usa quegli stessi dati per farselo finanziare in termini di materiale consumabile, eventuale strumentazione e personale. E ce la fa, ottiene i soldi.
A questo punto sarebbe facile no? Il PI ha in casa una risorsa che:
– conosce il progetto e ne ha gettate le basi
– è ormai perfettamente integrata nell’ambiente lavorativo
– gode della sua fiducia e si è dimostrata elemento valido
– cerca una borsa come fosse ossigeno per iniziare in qualche modo a pagarsi la vita.
Perfetto, peccato che IL CONCORSO.

Nei dieci anni in cui ho militato nella ricerca accademica, a diversi livelli, sono stato pagato sempre (7) ed in moltissimi modi diversi.
Sono rientrato dalla Germania vincendo il concorso per una borsa ministeriale volta all’inserimento in azienda: due anni di assegno di ricerca pagato dall’università per farmi entrare in azienda e portare avanti un progetto accademico. A win-win-win (8) situation, per dirla in inglese. L’università vince perchè usufruisce della struttura e dei mezzi di un’azienda per un proprio progetto, l’azienda vince perchè ha una persona pagata da altri che all’atto pratico viene fatta lavorare anche (in realtà soprattutto) su progetti propri e il ricercatore vince perchè alla fine dei due anni l’azienda avrebbe grossi sgravi fiscali nell’assumerlo e stabilizzarlo.
Io ho vinto quel concorso in modo ultra trasparente: non conoscevo nè la professoressa che lo ha indetto nè l’azienda in cui sarei finito a lavorare. Gli altri candidati erano per la maggior parte neo-laureati o comunque non avevano un CV che potesse competere.
Avrei comunque potuto perderlo, venire dalla Germania apposta per farmi passare avanti da qualcuno che magari ricalcava il profilo descritto qui in alto. Sarebbe stato giusto? Ovvio che no, ma la mancanza di rispetto sarebbe stata più che altro nel farmi perdere tempo (e nello specifico i soldi del viaggio).
Anche per entrare in dottorato mi sono sparato un maxi concorso (9) e anche in quel caso per me fu tutto regolare, infatti entrai per miracolo.
Concorsi “pilotati” però ne ho visti fare tanti. Tutti, senza eccezione, volti a fare in modo che il PI potesse dare i suoi soldi al collaboratore da lui scelto come fa qualunque capo in qualunque realtà non statale, sempre nell’ottica di fare il meglio per il proprio gruppo e la propria linea di ricerca.
Come per altro funziona in larghissima parte delle altre realtà scientifiche mondiali.

Sto descrivendo scenari, non sto ad entrare troppo nel dettaglio o a discutere obbiezioni idiote tipo: “Se il candidato è tanto bravo perchè non vince il concorso?”, la questione è complessa ed il pezzo già abbastanza noioso.
Il punto è che un capo dovrebbe poter scegliere i suoi collaboratori come meglio crede, soprattutto se i soldi con cui intende pagarli sono “suoi”. Forse è proprio questa la questione su cui riflettere: perchè un capo laboratorio dovrebbe mai infilare un raccomandato, magari incapace, nel suo team?
Non sto dicendo che non succeda, ben inteso, sto dicendo che il problema è da spostare a monte del concorso e delle assegnazioni, sta piuttosto nel fatto che per molti professori italiani essere competitivi scientificamente, pubblicare e perpetrare il modello virtuoso di cui ho scritto, non è necessario.
Una delle prime cose da fare quindi sarebbe chiedersi: “Come mai?”.
E rimediare.


(1Avrei potuto scrivere Capo Laboratorio e Scienze della Vita, ma tradurre forzatamente termini tecnici che nell’ambito sono di comune utilizzo non ha senso, quindi ti becchi le note e alla peggio impari qualcosa.
(2Si tratta di riviste scientifiche a cui si spedisce il proprio lavoro e questo viene valutato da un organo di revisione esterno, composto da altri scienziati estremamente competenti nel campo in cui il lavoro si colloca e provenienti da tutto il mondo. Chi manda il lavoro non sa da chi verrà valutato, ma le opinioni del comitato saranno poi inviate all’autore a corredo della decisione di pubblicazione o non pubblicazione dell’articolo presa dall’editore. Se ci sono i presupposti, l’autore può rispondere ai dubbi sollevati dal comitato fornendo ulteriori dati e portare quindi l’editore a rivedere un’eventuale risposta negativa. Non è un sistema infallibile ed esente da problematiche, ma diciamo che è più facile far peggio che meglio.
(3Qui potevo tranquillamente scrivere fondi, mi son fatto prendere la mano.
(4LOL
(5Quando si scrive un progetto e lo si presenta perchè venga finanziato si chiedono fondi per il personale che sono distinti da quelli per l’acquisto del materiale o della strumentazione. Per quello spesso ricercatori pagati con fondi privati o esteri che non passano per la gestione statale possono avere salari più alti.
(6Di solito sono ben più di 12 mesi, io ad esempio ne ho fatti 17.
(7Non è merito mio ed è una roba piuttosto peculiare nell’ambito. In ricerca non pagare chi lavora è pratica talmente diffusa che nessuno si mette nemmeno a trovare giustificazioni idiote tipo “pago in visibilità”.
(8Lo so, di solito si dice win-win situation e probabilmente c’è una ragione reale perchè anche in quel caso finì per essere una win-win situation, ma non sto a spoilerare quale dei tre win venne meno. Col senno di poi, una delle migliori cose che mi siano successe è stato vedersi negare quel win.
(9) La storia l’ho raccontata qui e qui dieci anni fa. #FeelOldNow

Quinoa or not quinoa?

Da ieri rimbalza per la rete un pezzo intitolato “PERCHÉ NON C’È NULLA DI ETICO NELLA VITA DI UN VEGANO“. Dopo averlo letto l’ho condiviso e ho provato a parlarne con alcune persone vegane che conosco.
Ci sono due livelli di analisi del pezzo di cui sopra.
Il primo è focalizzarsi sui toni, che è la cosa che viene più immediato fare, credo anche nell’intento di chi ha scritto il pezzo. Da quando internet ha reso la figura del giornalista indistinguibile da quella del blogger ci tocca continuamente leggere articoli dai toni “simpa”, con livelli di sarcasmo semplicemente inadeguati e per cui lo sforzo principale diventa arrivare in fondo al primo paragrafo senza spaccare il PC. Il mio riferimento mentale in questi termini è Scanzi, c’è chi (a ragione) cita Travaglio, sono entrambi ottimi esempi di quanto irritante può essere quel tipo di approccio. L’articolo uscito su The Vision è un fulgido caso di sbagliare i toni. D’accordo, ma andrei oltre.
Il secondo livello è focalizzarsi sui contenuti e qui la questione diventa più interessante. A mio modestissimo parere, il senso dell’articolo è nell’ultima frase:

“L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.”

A me pare ovvio l’obbiettivo del pezzo sia mettere in discussione un preciso approccio al veganesimo, che non è quello della maggior parte dei vegani che conosco, ma che è quello della maggior parte dei contenuti Go Vegan che mi arrivano in faccia.
Oggi ho condiviso un secondo pezzo, che punta a rispondere a quello di ieri: “Perché non c’è nulla di etico in quell’articolo sui vegani“. E’ un bell’articolo, scritto bene e ben costruito, che contestualizza i dati in maniera accurata e apre ulteriormente la visione di insieme. Solo che sbaglia mira. Dice, in riferimento al post di Lenardon:

…è un hatchet job dove si isolano informazioni dal loro reale contesto per porle in una narrativa che cerca di rassicurarti che quelli che mangiano piante sono tutti hippies scemi e tu che mangi wurstel sei uno figo e razionale e intelligente.

Non è affatto quello il punto, per me. Discutere chi scrive libri di “cucina etica” promuovendo la quinoa non è discutere chi sceglie di essere vegano.
Anni fa, in seguito ad alcune dichiarazioni omofobe di Guido Barilla, era partita una campagna di boicottaggio al marchio. Scelta legittima e se vogliamo condivisibile, a patto poi si acquisti la pasta da un produttore che sappiamo per certo essere gay friendly, o quantomeno la cui posizione in merito possa essere considerata meno sbagliata. “Compro Rummo perchè, se anche odiano i gay, hanno la decenza di non dirlo in pubblico” è una posizione assolutamente legittima, “Compro Rummo perchè Barilla odia i gay” lo è meno.
In risposta al pezzo originale però ci sono stati anche articoli davvero impresentabili, che tuttavia aiutano ad analizzare il fenomeno a tutto tondo, tipo: “Perchè non c’è nulla di etico nella vita di Matteo Lenardon : una critica sensata (forse)“. Ecco, già il titolo non lascia sperare benissimo (tanto meno il sito su cui è pubblicato), ma andando a leggere viene da pensare che articoli come quello di The Vision tutto sommato male non facciano. Cito:

Magari sarebbe stato più completo cercare di andare alla radice di questo problema, non è di certo colpa del vegano se vengono espropriate terre e ridotti umani alla fame per la produzione di quinoa (che poi, a dirla tutta, quante volte avete mangiato la quinoa?). Magari sarebbe stato più corretto parlare del comportamento aggressivo di ogni multinazionale del cibo, che vedendo aumentare la domanda, si è comportata di conseguenza. Semplice logica di mercato, non c’era nessun pretesto per attaccare il vegano.

La visione è abbastanza miope. Una scelta vegana che si basa sull’impatto ambientale dell’alimentazione carnivora/onnivora non può essere messa di fronte al suo stesso impatto ambientale perchè, ehi, il problema sono le multinazionali e le logiche di mercato, che evidentemente non si applicano al business della carne o non sono in ogni caso sufficienti a redimerlo.

E’ oggettivo ci siano nella scelta del veganesimo una buona fede indiscutibile ed un obbiettivo encomiabile. Il punto è cercare di comprendere se la strategia che si usa per arrivarci sia utile, ininfluente o addirittura controproducente. In un contesto sociale ed economico in cui l’etica sta sui menu dei ristoranti, ma non nelle teste di chi legifera su temi come commercio, agricoltura, allevamento e lavoro, per me è difficile comprendere i reali effetti della mia dieta. Da ignorante sono portato a pensare ci sia un numero X di vegani a cui tendere, sufficiente ad alleggerire l’impatto della produzione di carne, ma non abbastanza alto da diventare reale oggetto di speculazione economica globale e quindi causare danni maggiori rispetto al beneficio.
Un amico via whatsapp mi ha scritto: “Il mondo è come un grande party GdR. Servono tutti: chierici, ladri, maghi, guerrieri,… l’equilibrio che si crea in questa eterogeneità porta grandi benefici. I vegani sono quei paladini un po’ idioti che prendiamo tutti per il culo, ma alla fine in un party numeroso servono anche loro. Un mondo di soli maghi, o guerrieri, o salcazzo non funzionerebbe. Io rispetto la loro scelta, sono sicuro che per molti punti di vista sia migliore della mia. Allo stesso tempo non penso che il mondo sarebbe necessariamente un posto migliore se tutti fossero vegani.”
Ecco.

La cosa buona di tutta questa faccenda è esserci fermati a pensare alla questione, in quest’ottica tutti gli articoli hanno fatto qualcosa di utile.
Tranne questo, ovviamente.

Metro

Sono sulla metro e non c’é spazio nemmeno per l’ossigeno.
La giornata è iniziata particolarmente bene non facendomi trovare posto a sedere al capolinea e la sto vivendo per quello che è: una merda. I problemi sono certamente altri, ma in questo momento è difficile farseli venire in mente. Attacco Spotify.
Sono in piedi nel primo vagone e con l’andare delle fermate la situazione è andata ovviamente degenerando, quindi intorno a Udine sono pervaso da una razionale e lucida voglia di morte, che oscilla tra picchi autolesionisti e odio per l’umanità. La gente intorno a me litiga, quindi alzo il volume.
Quando tutto farebbe presagire un crollo psicologico totale prima dell’arrivo a Centrale, Spotify mi spara nelle orecchie una canzone.
Io chiudo gli occhi e più il pezzo corre più sento salire la voglia di muovermi. Ci sono le persone intorno che mi schiacciano e penso sarebbe bello partisse un enorme circle pit sul vagone. Avere gente schiacciata addosso inizia a darmi sensazioni positive.
Voglio cantare.
Vorrei che tutti ascoltassero quello che sto ascoltando e cantassero insieme a me. Sarebbe catartico.
Anche solo immaginarlo mi ha svoltato la giornata.

Il pezzo è “Don’t drive angry” e ce l’ho in testa da quando ieri sera ho ripreso in mano gli Iron Chic dopo tanto tempo, quindi questa mattina su Spotify mi son sentito il disco.
Il video, tra l’altro, è stupendo.

 

Il punto (ennesimo) su Game of Thrones

Premessa: viene da se che leggere un articolo a tema Game of Thrones senza essere in pari col materiale uscito espone a dei rischi. Pare superfluo dirlo. Quello che non è superfluo, a quanto pare, è precisare che tutto ciò che riguarda possibili leak della sceneggiatura di ciò che ancora deve uscire NON è tema di discussione. Non qui sopra. Quelli sono solo SPOILER inutili che potete trovare ovunque in rete, ormai, ma che io non voglio sapere. Grazie.

Alla fine della settima stagione è tempo di rifare il punto in merito allo show che tanto sta appassionando me e larga parte delle persone che conosco. Con questi sette episodi siamo ormai davvero in dirittura d’arrivo, la storia di tutti i personaggi sta convergendo al tanto atteso gran finale e per gli show runner HBO non è stato più possibile nascondere le carte: ora sappiamo come intendono chiuderla.
Non dico a livello di trama, dove ovviamente c’è ancora più di qualche interrogativo rimasto aperto, ma a livello di approccio. Questi sette episodi ci dicono chiaramente che David Benioff e D.B. Weiss vogliono tirare tutti i fili, chiudere tutte le linee narrative che hanno aperto, con metodo e dedizione. Nessuno, credo e spero, si aspettava da loro un possibile approccio stile Lost. Lasciando da parte per un momento le opinioni personali su quel tipo di scelta narrativa, mi pare abbastanza ovvio che una risoluzione di quel tipo fosse proprio incompatibile con l’opera in questione.
Che tuttavia ci fosse così tanta attenzione a non lasciare davvero niente in sospeso non era per nulla ovvio e questa, ideologicamente, è una scelta di cui essere felici. Attenzione, io parlo dell’approccio, che è ben diverso da come questo poi viene messo in atto. Su quello, ovviamente, si può discutere.
Parliamo di Zio Benjen.*

La chiusura della storia del ranger di casa Stark credo sia senza mezzi termini il punto più basso mai raggiunto dallo show in termini di scrittura.
All’interno di un episodio già sufficientemente ricco di nonsense, la catena di eventi innescata per chiudere la storia dello zio è il picco dell’assurdo e lascia per forza di cose l’impressione di aver assistito ad una scena che aveva come unico scopo il mettere la spunta su una lista di cose da fare, più che la reale necessità di dare un epilogo al personaggio. Una cosa tipo: “Dai, e con questa anche Zio Benji ce lo siamo tolti dai coglioni”.
Possiamo ipotizzare diverse motivazioni alla base di una così brutta scelta. La prima è certamente la mancanza di tempo. La settima è a conti fatti la prima stagione di GoT in cui il numero di eventi eccede di gran lunga il tempo a disposizione. Questo si traduce in gran ritmo, ma anche in grossi sacrifici narrativi di cui Benjen è chiaro esempio. In altri casi, come quello di Nymeria, ci è andata meglio.
Ritenendo da sempre il detto “do or do not, there is no try” una cagata, continuo sulla linea di chi apprezza il tentativo degli sceneggiatori di chiudere tutto senza dimenticanze, anche quando il risultato non è soddisfacente.

La seconda cosa che questa stagione ci dice è che la conclusione sarà con ogni probabilità vicina alle aspettative dello spettatore. Non in termini di qualità o soddisfazione, ma proprio in termini di trama. Molti usano il termine “prevedibile” per definire la questione, ma per me la cosa è un po’ più complessa di così. Prima di infervorarmi quindi metto un’immagine che riassume il concetto.

Game of Thrones nasce da una saga di romanzi fantasy e fin qui ci siamo.
In questo tipo di opere è fondamentale un’unico aspetto: la coerenza. Una volta completa, l’opera deve poter filare via liscia e ogni evento deve essere conseguenza plausibile e sensata dell’evento precedente. Nessuno parte a guardare il Signore degli Anelli pensando che Frodo alla fine non riesca a distruggere l’anello, il punto è capire come possa farcela e, soprattutto, non avere mai la percezione dell’esito scontato mentre si guarda/legge. In questo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sia in versione cartacea che televisiva, hanno saputo portare il senso di sospensione a livelli mai visti, inculcando nella testa dello spettatore la percezione per cui tutto sarebbe potuto succedere, ma è da sempre un bluff. Ben costruito, magistrale in certi punti, ma pur sempre un bluff.
Che l’epilogo avrebbe riguardato Jon e Dany non è mai stato in discussione. Jon è RISORTO, manco la morte può fermarlo. Se ancora pensiamo che non sia scontato il suo arrivo in fondo è perchè siamo stati distratti per anni. La grandezza di quest’opera è stata portarci dove siamo ora, ovvero dove sapevamo saremmo finiti, senza che che ne accorgessimo. Mentre noi prestavamo attenzione ai vari specchietti che ci venivano messi di fronte episodio dopo episodio, loro avanzavano, lenti, ma inesorabili, verso la conclusione.
Ora che ci siamo però, che le strade convergono, è normale che sia più difficile perdere di vista l’arrivo e, di conseguenza, non pensare al fatto che fosse chiaro fin da subito.
Un buon finale non è quindi quello che sorprende, ma quello coerente con quanto visto. Dopo sette anni siamo così dentro la vicenda, abbiamo così tante informazioni, da poter unire da soli i tasselli mancanti seguendo la logica. E’ come un puzzle, meno pezzi mancano alla fine più è facile inserirli. Non dico che sorprendere lo spettatore a questo punto sia impossibile, dico che farlo senza venir meno alla linearità della storia è difficile. Preferisco un epilogo prevedibile, ma sensato, ad uno imprevedibile che però non abbia reali basi in quanto costruito.
Dany sarebbe potuta naufragare con la flotta e non approdare mai a Westeros. Sarebbe stato sorprendente, certo, ma davvero la sorpresa è tutto ciò che abbiamo da chiedere?
Questo è quello che ha fregato Martin nei libri. Non ha accettato che il suo pubblico avesse dedotto la svolta narrativa più importante (Aegon Targaryen) e ha provato a barare, venendo meno alla coerenza fino a lì costruita. Nella serie, almeno da questo punto di vista, sono stati più bravi.
Che Jon e Dany fossero destinati ad essere gli eroi vittoriosi della storia non implica certo che finissero a letto insieme, ovviamente. Moltissimi hanno trovato scontato questo dettaglio che ai fini della storia non dovrebbe essere troppo rilevante** e che quindi sarebbe potuto tranquillamente essere evitato. Questa credo sia questione essenzialmente di gusto: c’è chi aspettava questa love story da sempre e chi sperava di non vederla mai, ci sta tutto. Io non ci vado matto, ma non stride per nulla nè con la storia, nè con la caratterizzazione dei due personaggi. A Roma credo direbbero “stacce”.

A conti fatti quindi questa non è stata certo la miglior stagione di GoT, il picco credo rimarrà la stagione scorsa, però al netto di evidenti problemi di rapporto tra numero di eventi e minuti a disposizione io sono soddisfatto.
Chiudo quindi con alcune note sparse più legate alla sostanza, a ciò che mi è piaciuto e agli interrogativi che mi sono rimasti.
Partiamo da Jaime.

L’unica cosa che ho sempre rimpianto dei libri, in termini di trasposizione on screen, è la caratterizzazione di Jaime.
Il grosso vantaggio della versione cartacea però è la narrazione a POV, che permette di farti vedere il personaggio per lungo tempo solo attraverso gli occhi di chi lo circonda, quindi per come appare, e solo poi attraverso i suoi, ovvero per ciò che è. Questo facilita molto il processo di “redenzione” perchè le ragioni che lo muovono emergono solo in seguito e portano il lettore a cambiare prospettiva. Nella serie, per ovvi motivi, questa operazione non è possibile e quindi il tutto ne esce drasticamente smorzato. Se ci aggiungiamo momenti di buio in cui gli sceneggiatori non sapevano letteralmente cosa fargli fare (ricordate “Jaime e Bronn vanno a Dorne”? Io purtroppo sì.), il timore che finisse sacrificato in toto era più che tangibile ed invece questa stagione ne determina per la prima volta il peso, mostrando Jaime per l’uomo che è e consegnandolo quindi agli spettatori come l’unico Lannister con una reale evoluzione.
La scena di lui che se ne va con la neve che arriva a King’s Landing per me in assoluto tra le migliori scene di sempre.
Una cosa che mi ha deluso, perchè ci riponevo discrete aspettative, è il rientro di Gendry che, salvo smentite future, al momento finisce nel tritacarne delle pedine sacrificate all’altare del “facciamo succedere le cose”. Fin dai tempi in cui ero semplice lettore, io sono stato #TeamBaratheon. Mi piaceva King Robert e sono tutt’ora convinto che morte di Renly sia stata la più grande porcheria della saga, in termini proprio di scrittura. Speravo quindi che il ritorno di Gendry riportasse in alto la mia casata del cuore e, devo dire, alla fine del quinto episodio ero fomentato come un bambino. Peccato la cosa si sia risolta in niente, mi auguro solo non riprendano in mano il personaggio giusto per la battaglia finale.
#MakeBaratheonGreatAgain.
Per chiudere, la morte di Viserion ed il suo arruolamento tra le fila dell’esercito degli zombie per me segna il punto chiave della divergenza tra libri e show televisivo. Se mai l’opera letteraria avrà una conclusione (cosa per nulla scontata), non credo conterrà questa svolta.
La teoria vuole che i Targaryen siano tre: Jon, Dany e Tyrion. Il drago con tre teste, ecc. Martin credo si sia tenuto il terzo in esclusiva per i libri, rendendo quindi “inutile” uno dei tre draghi. La mia speculazione vuole che il ritardo mostruoso nella messa in onda dell’ottava stagione (si parla di 2019***) sia in accordo con lo “scrittore” (virgolettato perchè uno scrittore di norma scrive): gli si da il tempo di uscire con un nuovo libro prima della conclusione della serie TV. Il libro introdurrà queste differenze in modo da tenere vivo l’interesse per la saga letteraria anche dopo la conclusione dello show, che altrimenti credo ne limerebbe non poco le aspettative ed i conseguenti profitti.
E’ un’ipotesi sensata, ma avendo a che fare con Martin può tranquillamente succedere che l’ottava stagione venga posticipata e lui non esca comunque in tempo col libro. Ormai non credo di avere più parole per esprimere il mio disprezzo nei suoi confronti, quindi la cosa mi tocca il giusto.
La serie TV avrà un finale, presto o tardi.
Io sono a posto così.


* Ho iniziato un processo di self training per iniziare ad usare ZIO BENJEN come nuova imprecazione/intercalare.
** La possibilità nasca un erede dall’unione tra Dany e Jon non la considero proprio perchè a mio avviso minerebbe la coerenza della storia. No dai, Zio Benjen, non scherziamo.
*** ZIO BENJEN!

Science fiction

Premi play.

Nella mia testa succedono cose, ok?
Non dico che ad altri non capiti, ma se capita non è qualcosa di cui mi parlano e quindi ho la percezione di essere un bambino speciale.
In quel senso lì, esatto.
Vivo costantemente immerso nelle mie fantasie, ci sguazzo. In un disco che in un mondo giusto insegnerebbero a scuola ad un certo punto si dice: “My relationship with reality (yeah), it comes and goes” ed è esattamente la storia della mia vita spiegata meglio di come saprei mai fare io (e questo paragrafo ne è la prova).
Questo per dire che mi ero fatto un film su come sarebbe finita la storia dei Brand New, una volta da loro annunciato lo scioglimento nel 2018.
Nella mia testa avrebbero fatto un ultimo tour e poi ciao a tutti, lasciando come memoria, a sorta di epitaffio, un ultimo disco di inediti.
“Da oggi i Brand New non esistono più, ma questo è il nostro ultimo disco.”
Finale perfetto.
Poi invece capita che in questo Agosto folle che sto vivendo mi saltino le vacanze, Montolivo faccia doppietta a San Siro e dal nulla sbuchino l’annuncio prima e il leak poi del nuovo (e ultimo) disco dei Brand New.
Quello che sta qui sopra.
Vi risparmio le pippe da bimbominkia tipo ODDIOH LO ASCOLTO O NO? COME FACCIO? E SE FA SCHIFO? con cui tanto vi ho già ammorbati sui social, fatto sta che me lo sono ascoltato in cuffia in questa stanza d’albergo.
Una volta sola.
Il punto non è tanto se abbia o meno soddisfatto le aspettative (no), troppo alte per qualunque disco (eh, peró Mene e I am a nightmare sono stupende…). Il punto è che mi è rimasta la fissa che questo non sia l’ultimo disco dei Brand New.
Non so se sia il titolo, il suo essere molto sconnesso nei suoni e nel tono dei diversi pezzi, la sua durata, il fatto che verrà stampato in tiratura ultra limitata, o chissá che altro.
Per me questo è tipo un FightOffYourDemons parte due. Una raccolta di materiale scritto in questi anni (tempo per scrivere robe ce n’é stato) che però non è il loro ultimo disco.
Quello uscirà a fine tour, dopo l’annuncio ufficiale dello scioglimento, nel 2018.

Due pezzi comunque mi hanno accartocciato il cuore.

Presa male (Ultimo Atto)

25 Maggio 2017

Nel tentativo semi-disperato di trovare ragioni che giustificassero l’andare all’I-days di Monza, mi sono riascoltato Hybrid Theory su Spotify.
I Linkin Park sono una band di cui non sento nessuno parlare bene da almeno 14 anni. In realtà non sento proprio nessuno parlarne in generale, salvo poi scoprire che possono fare 90K persone a Monza. Stando alla mole di foto e video che ho visto condividere il giorno del concerto, molti sono miei amici su Facebook.
Non mi metto a fare riflessioni sul fatto che i Linkin Park possano o meno aver avuto un senso come band in generale, ma Hybrid Theory è uscito nel 2000 ed ha tirato sotto me che stavo nel mio periodo elitarista punk/HC come il mio testimone di nozze che nella sua vita ha avuto 3 capisaldi musicali: Max Pezzali, GG D’Agostino e Pitbull. Per me questo significa qualcosa ed è qualcosa di positivo.
Ad ogni modo ho risentito il disco è ho commentato così:

Ancora tiene.
Sembra una roba da poco, ma ai tempi io avevo preso bene anche il disco dopo che però non ce l’ha questa fortuna. Meteora ascoltato oggi non supera la terza traccia, poi mi tocca spegnere. HT invece riesce ancora a colpirmi negli stessi punti di allora, suscitandomi le stesse sensazioni di allora.
Hybrid Theory è una bomba di disco non perchè è uscito quando ero ragazzino, non perchè ho dei ricordi particolari collegati ai pezzi, ma perchè suona giusto e funziona alla perfezione.

17 Giugno 2017

Ovviamente alla fine all’I-Days ci vado. Ci trovo tutto quello di cui si è detto male in merito all’evento: le code, la disorganizzazione, i token per l’acqua da 15 euro minimo (#vaffanculo), le transenne e circa ottantacinquemila persone più di quante sarebbe stato bello presenziassero per poter godere dell’evento invece che venirne sopraffatti. Il set dei Sum 41 lo vivo malissimo, cercando mantenere in vita tre ragazzine spaesate e spaventate, quello dei Blink mi fa girare oltremodo il cazzo per troppi motivi. Sono sotto il sole da sei ore senza un cappello e respiro polvere da almeno tre. Ho un mal di testa che mi sta letteralmente spaccando in due.
Ai LP mancano 50 minuti.
Parlo con Max e ha il mio stesso feeling. Decidiamo di andarcene. Avendo parcheggiato a distanza siderale dall’autodromo ed avendo completamente perso cognizione di dove fosse la macchina vaghiamo per un tempo non precisabile, con il set dei LP in sottofondo. Non pare malaccio.

19 Giugno 2017

Cazzeggiando al PC scopro che qualcuno ha messo online tutto il live dei LP in qualità ottima, con riprese professionali eccetera. Butto un occhio alla scaletta ed è dignitosissima, così mi guardo il set. Suonano davvero troppo sgonfi per poterli apprezzare sul video di un PC, ma tutto sommato forse restare poteva avere un senso. Scrivo a Max su skype.
Manq: “Oh, ho visto il set dei LP su youtube, non è male.”
Max: “Eh, cazzo, ho visto. Ho un po’ il rimpianto, potevamo restare.”
Manq: “Già… va beh dai, la prossima volta che passano NON in un festival ci andiamo.”

20 Luglio 2017

Chester Bennington si impicca a quarantun’anni per ragioni che non è necessario conoscere. Evidentemente non stava bene.
I LP non sono stati mai una band centrale nella mia vita, il ruolo più importante che hanno avuto era quello di essere qualcosa che potevi mettere in macchina quando uscivi con gli amici o ci andavi in vacanza, senza scatenare insurrezioni o mostrare il fianco a filippiche sulla musica di merda che ascolto. Probabilmente il grosso della botta che ho avuto tra ieri e oggi deriva dalla storia che ho raccontato qui sopra, questa sorta di senso di colpa nell’averlo snobbato nell’ultima occasione che ho avuto per vederlo stare su un palco.
Questa mattina ho ascoltato di nuovo Hybrid Theory e forse il dispiacere più grande, a conti fatti, è che servano sempre pretesti del cazzo per metterlo in cuffia e venire a patti col fatto che è un bel disco.

Definisci: TRAP

Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri
(Forse era ieri)

Ho beccato sto video su Facebook e all’inizio ho pubblicato il post così, senza scriverci nulla sotto a parte lo stralcio di strofa qui in alto.
Mi sembrava abbastanza self-explanatory, o almeno a me era arrivato con un unico significato di base: una riflessione velatamente critica sul fenomeno TRAP che ci sta investendo ultimamente, analizzata a 360° in termini di suono, contenuti e immaginario correlato.
Grasse risate quindi.
Non sono la persona più adatta per parlare di questa cosa della TRAP, conosco effettivamente solo ciò che mi arriva in faccia mio malgrado, tipo la Dark Polo Gang, e ci sono ampie possibilità perchè non sia proprio la crema del fenomeno. Recentemente ho letto cose a tema che condivido (nel senso che qui c’è il link alla più significativa), ma non ho le basi per farci un discorso mio sopra.

La roba che mi interessa scrivere invece riguarda tutta un’altra lettura, a cui sono arrivato una volta smesso di ridere del video delle focaccine ed aver iniziato a leggere in giro roba che lo riguarda.
La prima nota interessante è che sta cosa sta in cima, o comunque è messa gran bene, nelle classifiche di ascolto di Spotify. Magari sbaglio, ma questo esce un po’ dal mio concetto di “parodia”. Non tanto che sia ascoltata eh, ma proprio che esista su Spotify, che sia stata pensata come canzone e non come un video divertente per pigliare per il culo un fenomeno. Non è una roba tipo Jackal con Depsacito, per dire.
Della DPG si dice spesso sia un fenomeno di quelli nati “per il LOL”, definizione internettiana che accomuna tutte quelle cose fatte un po’ per ridere, ma di cui non è mai dato sapere quanto sia reale la portata goliardica, o in che percentuale sia parte del progetto. Tempo fa si è parlato per giorni dello scontro tra Bello Figo e la Mussolini, investendo il primo di una qualche portata politica ed indicandolo come portatore di un messaggio che poi, boh, guardando Pasta con Tonno io fatico a comprendere. E’ probabile io sia troppo vecchio per queste stronzate (cit.), e certamente il fenomeno non è il primo ad esulare dalla mia comprensione, però nello specifico ho l’impressione si cerchi in tutti i modi di infilare a forza una dignità in qualcosa che non è detto ce l’abbia, o ancor peggio, voglia averla. Per me la DPG sta allo stesso livello semantico.
Se non inciampo nella lettura quindi, i livelli sono questi: esiste la musica, poi esiste la DPG che ha come obbiettivo il riderne (il come non è ora il centro della questione) e poi c’è Mr. Focaccina che immagino voglia ridere di chi ride della musica. Tre livelli.
Però la DPG sta in classifica, anche messa piuttosto bene, quindi di fatto è musica, con un pubblico di ascoltatori e tutto il resto. A questo punto OEL (il tipo che ha fatto il pezzo qui sopra) si porrebbe l’obbiettivo di ridere di questo nuovo trend musicale e quindi i livelli diventano due.
Anche “Le Focaccine dell’esselunga” però sta in classifica e di conseguenza tutto si appiattisce ad un unico livello.
Non si capisce più se ci sia volontà di prendere delle distanze, di dire qualcosa, oppure se sia tutto semplicemente uno stesso calderone, dove il piattume è talmente sconvolgente da necessitare livelli estremi di assurdo per uscire dal mare magnum di prodotti disponibili e farsi in qualche modo notare.
Sono confuso.
Nell’ultimo periodo ho seguito davvero marginalmente la questione Liberato e quella di Cambogia (linko 2 pezzi a caso senza leggerli, giusto per darvi qualche info che non ho voglia di scrivere io), ma il succo è che della musica, a conti fatti, non fotte più nulla a nessuno. E’ un corollario ad operazioni di marketing, studi sociologici, video sul tubo. Non dico sia una novità, con il web negli anni 70 probabilmente in classifica ci sarebbero stati i jingle del carosello, però a me è una cosa che stranisce.
Leggo che non si capisce bene nemmeno se Esselunga sia coinvolta nella cosa. Magari sì, magari no. Forse è saltata sul carro una volta visti i numeri, magari è una pensata dei loro media manager fin dal giorno uno. Difficile non ne sappiano un cazzo.
Il punto è che io dovrei in qualche modo spendere del tempo per togliermi il dubbio e capire se sto ascoltando un tipo che vuol fare musica dicendo delle cose, se è solo uno che percula una moda fastidiosa o se è una cazzo di trovata pubblicitaria.

Boh, magari per voi è una cosa normale, ma a me lascia un po’ perplesso.

Viaggi che prima o poi

Quando smetti di scrivere dei viaggi che hai fatto ed inizi a scrivere di quelli che vorresti fare, significa che butta male. Ci sono delle ragioni per cui, se penso al mio prossimo viaggio, non riesco a collocarlo nel tempo nonostante fare itinerari, preventivi e fogli excel* ultra dettagliati sia uno dei miei passatempi preferiti.
Se mi chiedete il modo più giusto per spendere i soldi, viaggiare è la risposta. Vedere posti nuovi, provare ad assaporarne la cultura e a viverla per quanto possibile è l’unica cosa per cui non ho mai sentito di aver buttato via un solo euro.
Questa estate le mie vacanze saranno molto più tradizionali del solito (che non vuol dire brutte) e così mi sono ritrovato a fantasticare dei viaggi che mi piacerebbe fare in futuro. Diciamo i primi 5 della mia personale e ben più lunga lista di desideri.
Come ogni lista, è soggetta ai mutamenti nel tempo, ma per il momento questa è ed è su questa che si lavora.
In rigoroso ordine decrescente di preferenza.

CINA

Ad oggi la destinazione che mi affascina di più, sotto moltissimi punti di vista.
Ci sono le città, la natura, tantissima storia, una cultura completamente diversa, cibo super caratteristico: mi incuriosisce a 360°. Certo, dire “la Cina” non è che abbia molto senso, si tratta di un territorio vastissimo ed impossibile da visitare tutto, certamente non in un solo viaggio. Però credo che si possano fare degli itinerari “umani” che permettano di vedere molto di quello che mi attrae. Spulciando in rete ho trovato dei tour operator locali a cui, nel caso, mi appoggerei.
A differenza di molti, non ho particolare interesse per la regione Tibetana (che pure deve essere un bello spettacolo), io mi concentrerei maggiormente sulle grandi città e sulla regione sud/orientale. Diciamo che un tour che mi piacerebbe fare è questo, a cui andrebbe integrata solamente Hong Kong per essere grossomodo perfetto.
Ci sono però un po’ di fattori che rendono questo sogno non proprio prossimo alla realizzazione. Il primo è ovviamente il prezzo, che non è assolutamente proibitivo, ma nemmeno qualcosa che puoi fare senza pensarci. Poi c’è la questione bambini, sia per quanto riguarda il cibo che per eventuali esigenze sanitarie. Anche qui, non che sia infattibile, ma muoversi in un Paese in cui non capisci nulla della lingua (nemmeno quella scritta, cosa da non sottovalutare) e in cui farsi capire potrebbe essere altrettanto complesso rende tutto molto molto più difficile da organizzare. Il terzo fattore limitante è che alla Polly non interessa per niente e questo è chiaramente lo scoglio più grande da superare, visto e considerato che si tratterebbe di spenderci un bel po’ di soldi.
So essere snervante però, quindi nulla è perduto.

ARGENTINA

Dei cinque viaggi, con ogni probabilità questo è quello che non farò mai. Prima di tutto il costo: volendo fare le cose per bene è davvero proibitivo e purtroppo ho già usufruito del bonus “viaggio di nozze”. Poi c’è la questione logistica: troppe cose da vedere, che vuol dire molti giorni, e necessità di andarci quando qui è inverno, cosa che di solito si sposa poco bene con le esigenze lavorative.
Butta male insomma.
Talmente male che non ho mai nemmeno preso in considerazione l’idea di andarci, è l’unico dei viaggi su questa lista per cui non ho mai messo giù un’idea di preventivo, un draft di itinerario. Nulla. E’ la prima opzione a cui penso quando fantastico di vincere la lotteria però, quindi è giusto sia in lista.
Che dire sul posto? Basterebbe usare Google, cercando Patagonia o Terra del Fuoco per restare a bocca aperta. E poi c’è Buenos Aires, la Bombonera, le cascate dell’Iguazú… la carne alla griglia.
Mai dire mai.

OCEANO INDIANO

Qui il titolo è troppo vago, alla fine intendo un’opzione tra Seychelles, Maldive e Mauritius.
Io nell’oceano indiano non ci sono mai stato e prima o poi in uno di quei paradisi vorrei proprio passarci del tempo. Tra le tre opzioni le Seychelles sono la mia preferita, perchè offrono spiagge paradisiache e possibilità di girare un pochino, tra le isole e all’interno della stessa. Guardando un po’ in giro è anche possibile sistemarsi in b&b a prezzi non proibitivi, evitando così di farsi spennare da un resort. Le Maldive questa opportunità non la danno, per esempio, e gli atolli sono spesso un po’ troppo piccoli per essere sicuri di non annoiarcisi a breve. Mauritius offre invece moltissimo in tema “versatilità”, ma come mare resta sotto entrambe le altre possibilità e quindi, essendo di vacanza di mare che si parla, finisce anche all’ultimo posto in classifica. Poi certo, come cadi cadi in piedi, ma già che siamo qui a sognare facciamo tutti i distinguo possibili.
Le difficoltà nel mettere in piedi questo viaggio sono unicamente di tipo economico. I voli aerei tendono a costare tantissimo, specie nei periodi buoni, e anche vitto e alloggio costituiscono una spesa non indifferente. Escludendo quei pacchetti che cercano di propinarti in viaggio di nozze e accettando l’idea di spendere per una settimana di mare quello che spenderesti per fare altri viaggi ben più corposi, il tutto però è abbastanza fattibile. Volendo uno ci potrebbe aggiungere una notte a Dubai e togliersi lo sfizio di vedere pure quel circo lì.
Opzione overwater? Beh, ovvio. Tanto siamo qui a sognare, che mi frega. Togliermi lo sfizio di farci anche solo una notte sarebbe tanta roba.

ISLANDA

L’islanda doveva essere il viaggio del 2014, ma alla fine era saltato tutto per mille motivi che non sto qui a spiegare. Da allora, la voglia di andarci non è scesa di un millimetro.
Certo, bisogna essere disposti ad alcuni compromessi come per esempio accettare il fatto che possa piovere, che non faccia per forza caldo o che alla fine della fiera si tratta di una vacanza all’insegna del trekking, ma sono ultra convinto che paesaggisticamente l’isola ripaghi di tutto con larghi interessi.
Logisticamente ed economicamente tra le cinque è una delle più semplici da organizzare: non è una meta economica, quando mai, però può essere visitata in meno giorni senza troppe rinunce (io ai tempi ne avevo messi in conto una decina) ed il costo dei voli è significativamente inferiore a quello delle destinazioni concorrenti. Non vedo particolari problematiche legate all’andarci con bambini piccoli, oltretutto, il che rende la possibilità meno fumosa.
Quali sono i problemi, allora? Beh, la stagione. Ci sono due cose che mi piacerebbe assolutamente fare se andassi in Islanda: vedere l’aurora boreale e vedere le balene. Entrambe queste attività non sono fattibili in agosto, o per lo meno l’estate non è il periodo migliore per farle. Come rinunce non sono sufficienti a squalificare il viaggio, ma certo tolgono un po’ del suo appeal per quanto mi riguarda.
Dovessi scommettere oggi, comunque, questo è tra i cinque il più prossimo alla possibilità di concretizzarsi.

PERU

Va beh, il Perù è in lista per il Machu Picchu.
Vedere quelle rovine in quota è una cosa da fare, prima o poi, nella vita. Ho però l’impressione ci sia grande probabilità di un nuovo “effetto Guatemala”. Quando ho organizzato il mio viaggio in Messico, per me il Guatemala era solo Tikal. Poi però mi sono documentato e più leggevo, più tempo in Guatemala volevo passare, anche a costo di limare qualcosa del tour messicano. Alla fine estesi il viaggio di una settimana pur di non rinunciare a nulla e la decisione resterà una delle migliori della mia vita.
Per il Perù vale lo stesso discorso: più leggo in giro più cose vorrei vedere. Lima, il Lago Titicaca, le linee di Nazca, il canyon del Colca e tanto altro che ancora magari nemmeno conosco.
In questo caso i problemi organizzativi sono di tipo economico, considerato che anche questo viaggio tende ad essere piuttosto costoso sulla carta. Inoltre, viste le tante escursioni a piedi da mettere in conto, non è luogo consigliabile per bimbi piccoli e quindi non ipotizzabile nel prossimo futuro.


Insomma, queste sono le cinque destinazioni in cima ai miei desideri, ma la lista è ovviamente ben più lunga ed in continuo sviluppo (leggi: si allunga). Dieci anni fa in cima a questa lista c’erano probabilmente Messico, Hawaii e California quindi sono fiducioso di poterla limare ancora, con tempo, impegno e qualche sacrificio.

* i viaggi si pianificano su excel. Sempre.

I vent’anni del disco dei miei vent’anni

Onestamente è difficile per me capire da dove iniziare a raccontare questa storia.
La prima immagine che mi viene in testa è di un ragazzino in macchina che canta più forte che può, ma il volume a cui suona la cassetta è così alto che nessuno potrebbe sentirlo. Sta tornando a casa frustando i cavalli della sua Y10 pervinca, in preda ad un euforia tutta giovanile che potrebbe essere correlata ad una certa ragazza.
Oggi quella cassetta si è persa chissà dove, la macchina è stata venduta, la casa a cui faceva ritorno non è più casa sua e la ragazza ha smesso da moltissimo di essere il fulcro della sua euforia.
In realtà anche quel ragazzino, oggi, non esiste più.

Well, I guess this is growing up.

Dude Ranch esce il 17 giugno del 1997, ma io lo sento per la prima volta nella primavera del 2000, in un negozio di dischi di Monaco di Baviera.
Sto dietro ai Blink dall’autunno del 1999, quando What’s my age again inizia a girare per radio e in tele, ma ancora sono un po’ scettico a riguardo. Orifizio mi passa la cassetta di Enema of the State dicendomi: “Questi sono tipo i Lit.” e io dentro ci trovo alcune cose che sì ed altre che proprio no, quindi sono perplesso.
Nel 1999 il mio gusto musicale fonda su un unico canone stilistico: quanto va veloce la batteria. Ascolto un disco e decido se approfondire o no unicamente in base a quanto spinge(1). Ho dovuto recuperare a posteriori un sacco di roba a causa di quel criterio di selezione, ma non è il caso di parlarne adesso.
Il punto è che Enema of the State non mi forniva garanzie sufficienti a determinare se questi Blinkcentottantadue fossero o meno gente giusta. Facevano video divertenti(2) e i singoli si incollavano in testa, ma stiamo pur sempre parlando del 1999, quando l’integralismo era TUTTO e un gruppo che passava in radio o TV semplicemente non mi doveva piacere(3). Nel giro che frequentavo io c’era questo parere ultra condiviso: “i dischi prima erano fighi e velocissimi, ma poi si sono venduti” e io mi ci aggrappavo abbastanza forte per poter andare avanti a capirne di più.
Il problema è che questi fantomatici dischi prima non li aveva nessuno, o quantomeno nessuno che potesse passarmeli.

Arriviamo quindi a questa benedetta primavera ’00.
Io e Ciccio suggelliamo la nostra supremazia come rappresentanti di classe organizzando la prima gita vera della nostra storia liceale. Cinque giorni a Monaco di Baviera, insieme ad una 4° nota a tutti come “la classe delle fighe” (#truestory). Il primo giorno in loco abbiamo qualche ora libera per le vie del centro ed entriamo in un negozio di dischi, che era più un megastore tipo la Ricordi a voler essere onesti.
La cosa fighissima è che in questo posto potevi prendere un disco qualsiasi dallo scaffale, portarlo in cassa ed ascoltartelo in cuffia per tutto il tempo necessario a farti un’idea. Senza impegno. Io sono arrivato in cassa con due CD: Dude Ranch e un disco orrendo dei Vandals (mi pare).
Ho consegnato Dude Ranch al cassiere, ho messo le cuffie ed è successo questo:

Don’t pull me down, this is where I belong
I think I’m different, but I’m the same and I’m wrong

I Blink per me sono questa cosa qui.
Tom che pensa ai riff unicamente sulla base del fatto che debbano essere velocissimi, senza curarsi se sarà mai in grado di suonarli dal vivo (SPOILER: no), Scott che fa filare via la batteria drittissima e le due voci che si intrecciano e si completano, diverse ed immediatamente identificabili. Non so come vi approcciate all’acquisto di un disco voi altri, a me è bastato arrivare al primo ritornello di questo pezzo qui e la decisione era presa ed irrevocabile.
Il disco però me lo sono sentito tutto lo stesso, lì in cassa, perchè con me in gita avevo solo il mio vecchio walkman a cassette e ci sarebbe stato il rischio di non poterlo fare fino al rientro a casa. Io non ho capacità di aspettare. Zero proprio. Se compro un disco, lo devo sentire subito, se compro un videogame ci devo giocare subito, se compro qualcosa da mangiare spinto dalla gola, devo mangiarla subito. E’ brutto, fidatevi, i miei picchi di entusiasmo sono altissimi, ma hanno un’emivita brevissima.

Did you hear he fucked her?

Dammit è la terza traccia del disco e la conoscete tutti. E’ il pop-punk per antonomasia. Ha la melodia giusta, il testo giusto e perfino il video giusto per essere il singolo perfetto, nel 1997. Infatti funziona e i Blink con Dammit fanno il primo vero botto della carriera.
Ora però provate a riascoltarla.
Ascoltate la voce di Mark e fate mente locale, non ci sono altri pezzi dei Blink in cui canta in quel modo, con quella voce graffiata e ruvida, con quel carico emotivo. C’è una certa urgenza nel far passare un concetto, dentro Dammit, una seconda chiave di lettura che ti porta a pensare non sia stata scritta per andare in radio o fare da sfondo a scenette buffe in un video e che forse sia diventata un singolo anche un po’ suo malgrado, con tutte le virgolette possibili. Ho sempre pensato che introdurla con This one song e infilarci in mezzo pezzi da tormentoni di teen idol a caso quando la suonavano dal vivo avesse da sempre la valenza di rimarcare questa cosa (allego indizio1 e indizio2 a supporto). Poi sono arrivati i singoli veri e tutto ha preso un’altra piega, ma Dammit resta diversa. Innegabilmente diversa.

Dicklips era uno dei pezzi che conoscevo prima di ascoltare il CD perchè c’era stato uno speciale su TMC2 dedicato ai Blink in cui era contenuto un estratto da un live tedesco(4) dove la suonavano. Me lo ricordo perchè ad una certa Mark canta un pezzo di ritornello sopra il bridge e Tom gli fa “NO” con la testa. A me quell’aggiunta è sempre piaciuta un botto e questo piccolo scorcio è se vogliamo un altro manifesto della questione.

I think you need some time alone
You say you want someone to call your own
Open your eyes, you can suck in your pride
You can live your life all on your own

Il testo di Waggy credo sia uno dei pochissimi che ho ritenuto rilevanti nella mia vita adolescenziale. Non ho mai badato più di tanto ai testi delle canzoni da ragazzino, un po’ per carenze linguistiche e un po’ perchè in molti casi non avevano davvero nulla da dirmi, ma qui iniziavo a viverla in un certo modo, ad avere un età per cui certe cose iniziavano a diventare importanti. Forse uno dei primi dischi di cui ho preso in mano i testi e ci ho trovato qualcosa che mi parlasse. Arrivavo da tutto un filone di punk-rock sociale, riottoso e se vogliamo “impegnato” che sì, ok, ci stava come messaggio di ribellione giovanile, ci credevo anche un bel po’ volendo, ma che sentivo comunque distante. La mia vita di tutti i giorni era più orientata agli amici e al tentativo di guarire da una forma cronica di figarepellenza, piuttosto che a salvare il pianeta. Questo disco parlava di quelle cose lì, di avere la mia età e di cercare di viversela al meglio, divertendosi, anche quando c’erano i problemi. I miei non saranno stati rilevanti come il buco nell’ozono o la guerra in medio oriente, ma a diciannove anni li sentivo certamente più incombenti.

Non posso raccontare tutto Dude Ranch traccia per traccia, perchè se no da questo post non ne esco più, però il blocco centrale resta un agglomerato di capolavori irripetuti (ed irripetibili) per la band di San Diego. Enthused, Untitled, Apple Shampo e Emo. Quattro pezzi monumentali, che per me non sono invecchiati di un minuto. Li sento oggi e mi danno la stessa manata di quando li ho sentiti la prima volta. Ovunque io sia, mi prendono e mi portano da un’altra parte, in un posto dove sto e starò bene sempre.
Dopo aver scritto la frase sopra ho realizzato che la traccia seguente è Josie e che dice esattamente quella cosa lì. Non è una citazione voluta, ma a pensare come sia venuta fuori involontaria sorrido molto.

She’s so smart and independent, I don’t think she needs me
Quite half as much as I know I need her
I wonder why there’s not another guy that she’d prefer

I miei vent’anni sono esattamente questa cosa qui sopra.
Gli amici come nucleo cui tutto attorno gira, definire se stessi come alternativa ad una massa che, a voler ben guardare, aveva fatto capire abbastanza chiaramente di non volermi al suo interno. Capelli colorati, pantaloni corti, piercing e tatuaggi che poi non ho mai fatto, fino al trovarsi morose per cui ti chiedi sul serio se non ci sia qualcuno meglio di te a cui dovrebbero puntare. Cercare di dissimulare timidezza ed insicurezza facendo lo scemo.
Ho sentito spessissimo la frase “music saved my life” e non sono mai riuscito a darle un senso reale, ma certamente ci sono dischi che mi hanno mostrato la via attraverso cui muovermi per uscirne, se non vittorioso, quantomeno in piedi.
Dude Ranch è il più importante di tutti e finisce così.

I know it hurts
But you’re just getting older
And I know you’ll win
You’ll do it once again

Alla fine ce la si fa.
Ancora oggi è il modo con cui mi piace guardare alle cose.

Insieme a tutto quello che il tempo si è portato via, ci sono anche i Blink 182 che, oggi, sono una cosa che poco ha a che fare non tanto con questo disco, ma con il concetto di band in generale. A vent’anni sognavo di essere Tom DeLonge e suonare nei Blink, oggi anche ci fossi in qualche modo riuscito, il sogno sarebbe comunque infranto per metà.
Il giorno in cui Dude Ranch compie vent’anni i Blink suonano a Monza ed è incredibile pensare che sul palco, per 2/3 della band, questa cosa non significherà niente.
Io non so ancora se ci andrò, alla fine.
Da un lato scrivere di questo disco negli ultimi 15 giorni(5) mi ha messo nel peggior mood possibile in relazione al concerto, ma dall’altro c’è sempre il discorso della manciata di canzoni per cui avrà sempre e comunque senso uscire di casa ed andare a sentirle sotto il palco col dito alzato.
Chissà come andrà a finire.
L’altra sera ho rivisto American Reunion(6) e mi sono divertito molto, per dire.

(1) lo faccio ancora e funziona 9/10.
(2) il video divertente è stato la rovina dei Blink 182, qualcosa da cui non sono mai riusciti a smarcarsi, forzati in un crescendo per cui ogni volta dovevano in qualche modo mostrarsi più idioti della precedente quando in realtà lo erano meno. Poi oh, gli ha anche fatto fare i miliardi quindi credo per loro sia andata bene così.
(3) lo so cosa stai pensando: e gli Offspring? e i Green Day? Nel 1999, per me, erano tutti dei venduti. Sad but true.
(4) ho ritrovato quel video, il link è questo e l’episodio a cui mi riferisco sta a 1:41.
(5) Non ho mai iniziato a stendere un post con quindici giorni di anticipo e credo sia indice di quanto tenessi a questa cosa. Come ovvio, metterci così tanto mi ha incasinato la testa e ora o paura di rileggere per timore che non mi piaccia per nulla. Molte cose il tempo se le è portate via, ma l’insicurezza non se ne andrà mai.
(6) I primi due American Pie per me sono l’equivalente cinematografico di questo disco. American Reunion è il quarto episodio, con cui sono tornati al cinema dopo una decina d’anni.
(7) Dude Ranch l’ha prodotto Mark Trombino, che oltre a questo disco ha prodotto una camionata di altri dischi fondamentali per il sottoscritto. Lo so, il rimando numero 7 nel testo non c’è, ma questa cosa andava scritta da qualche parte.