La mossa Kansas City

Quasi quindici anni fa è uscito un film che si intitola “Slevin”. E’ un gran film, secondo me, con due pregi su tutti:
1) La miglior Lucy Liu di sempre. Non in termini interpretativi, semplicemente figa come mai prima e mai dopo nella sua vita.
2) La definizione di Kansas City Shuffle, ovvero della “mossa Kansas City”.
Su youtube c’è lo spezzone del film in cui il sempre maestoso Bruce Willis spiega cosa sia la mossa Kansas City, ma è uno SPOILER bello grosso quindi se non avete visto “Slevin” non schiacciate play, che tanto ve la spiego io più in basso.
Ovviamente (altro SPOILER) non sarà la stessa cosa.

La mossa Kansas City è quando qualcuno ti porta a guardare a destra per distrarti da quel che sta facendo a sinistra e, come dice Bruce ad inizio film, colpisce chi non vuol sentire.

In questo periodo di COVID19, zone rosse e distanziamento sociale, la mossa Kansas City è quella che stanno portando avanti in massa tutti i più rilevanti esponenti dell’informazione del nostro Paese che, prima coi runner e oggi con la movida, catalizzano l’opinione pubblica verso facili capri espiatori su cui far convergere il risentimento ed il fastidio della popolazione, che è fermamente convinta si ammalerà per via dei ragazzi che fanno l’aperitivo e non per l’aver dovuto continuare a prendere i mezzi affollati per recarsi in un posto di lavoro dove DPI e misure di distanziamento sono stati introdotti, se sono stati introdotti, con almeno due mesi di ritardo e senza verifiche.
Perchè ricordiamolo, abbiamo i droni per inseguire le persone in spiaggia, ma guai a chiedere la verifica della sicurezza sui posti di lavoro. Non ci sono certamente le risorse per farlo.
Da quando questa situazione è iniziata ho discusso varie volte e con varie persone di come il lavoro non sia, a mio modesto avviso, incompatibile con il blocco dei contagi. Alla fine il COVID19 è un virus abbastanza facile da limitare: mascherine, distanze, igiene personale e le possibilità di contrarlo crollano di moltissimo. Con un minimo di raziocinio iniziale si sarebbe potuto evitare di spaventare le persone oltre il necessario, invece la caccia alla notizia, al paziente zero e alla conta dei morti ha creato il panico incontenibile nella popolazione che, giustamente, ha iniziato ad avere paura di uscire di casa.
Questa cosa però mal si abbina alla necessità (purtroppo innegabile) di continuare a produrre e, di conseguenza, di lavorare. E così si è cercato di correre ai ripari. Come? Ovviamente NON costruendo un dibattito sulla possibilità di lavorare in sicurezza (lo so, l’ho già detto).
Il primo tentativo è stato quello di fare retromarcia.
La stampa ha provato a dire che non ci fosse nulla da temere, che non fosse il caso di panicare. Tipo così. Vi faccio notare l’incipit di questo articolo: “Superata la prima crisi di panico che ha portato molti cittadini ad assaltare i supermercati nelle giornate di domenica 23, lunedì 24 e martedì 25, l’Italia sembra aver ritrovato la propria calma.“. Ovviamente i responsabili della paura fuori controllo sono i cittadini, che da soli di punto in bianco hanno deciso che fosse il caso di assaltare gli ipermercati. Ci siamo arrivati tutti insieme, simultaneamente, ma senza nessun tipo di influenza esterna. E’ che abbiamo una mente alveare.
Purtroppo però per fare retromarcia era tardi: si andava verso il momento più drammatico dell’epidemia italiana e la politica stava già visibilmente brancolando nel buio cercando di rifilare colpi a cerchio e botte tra lockdown sempre più restrittivi per i cittadini e salvaguardie sempre meno chiare per le attività produttive. Erano i giorni in cui il dibattito online sembrava tutto incentrato sul definire cosa fosse essenziale e cosa no, senza nessuno che parlasse di norme di sicurezza (lo so, sono un disco rotto).
Con Confindustria in costante pressing per la riapertura, iniziato praticamente da prima di chiudere, era necessario creare una nuova narrazione ed è qui che la stampa nostrana ha iniziato a lavorare sulla mossa Kansas City.
Prima i runner, poi i Navigli ed ora la più generica “movida“.
Più in generale, un assalto frontale ai giovani che, come sempre, sono causa di qualsiasi problema (NdM: lo scrive uno che giovane non è), ma che soprattutto adesso sono evidentemente una popolazione diversa da chi acquista, clicca ed eventualmente finanzia i giornali di cui sopra. Casualmente.
Non è che ci si sia inventati niente di nuovo, in periodi di crisi è abbastanza standard veicolare il disagio delle persone verso un bersaglio e non fa differenza se siano gli ebrei, i meridionali, gli immigrati o gli aperitivers: funziona sempre nello stesso modo. E infatti, anche in questo caso, siamo arrivati alle ronde su base volontaria. Con la Serie A ferma, d’altra parte, qualcuno sentiva la mancanza delle squadre.

E il lavoro? Non si parla di eventuali rischi legati alla ripresa grossomodo totale del lavoro?
Certo, qui un esempio tratto dal Corriere della Sera:

Il lavoro non c’entra nulla con i contagi perchè prendendo dati arbitrari ed interpretandoli a cazzo di cane diventa evidente che sia più pericoloso starsene in casa che non andare al lavoro.
Dove, ribadiamolo, tutte le aziende hanno messo in atto al millimetro ogni possibile azione preventiva e di sicurezza, ne siamo talmente certi che non è neanche necessario verificare. L’assunto tanto è che chi fa impresa è gente coscienziosa, mica come chi fa l’aperitivo.
Ed è giusto ribadirla questa cosa, a costo di assumere delle persone e pagarle perchè infrangano di proposito ogni regola esponendosi ad eventuali contagi in modo da girarci uno spot volto a sensibilizzare. Dove sensibilizzare è più che altro stigmatizzare.
Così mentre le persone deputate alla nostra sicurezza e salvaguardia se ne vanno in TV a delirare sul concetto di R0 ed Rt, riaprono le celebrazioni religiose tanto care alla porzione di popolazione più a rischio (cosa potrà mai andare storto?) e continui a non esserci mezzo piano per la collocazione dei bambini nemmeno ora che papà e mamme sono costretti a tornare al lavoro, noi possiamo tranquillamente guardare altrove e focalizzare i nostri travasi di bile verso chi si beve uno spritz.
Notate: quella di Gallera è una gaffe, una strana teoria, mentre per chi va a bersi una birra serve la tolleranza zero.
Che peso vuoi che abbiano le parole nel giornalismo?

Se ho fatto questa lunga, lunghissima sfilza di esempi è solo per dire che non abboccare a questa mossa Kansas City è possibile.
Dire: “Eh, ma se apri i bar e i ristoranti e non pensi che poi la gente ci vada sei scemo…” è sbagliato perchè implicitamente alleggerisce le responsabilità di chi ha preso questa decisione, che poverino non ci ha pensato, e le carica sulle spalle di chi l’ha messa in atto, secondo l’assurdo principio per cui “se riaprono i bar non vuol dire che ci si debba andare per forza”.
Non sono stupidi, tanto meno ingenui.
Stanno solo costruendo un alibi.
Ed è un alibi di ferro perchè, senza tracciabilità dei contagi, nessuno avrà mai la prova non sia stata colpa dei maledetti runner.

2 commenti su “La mossa Kansas City”

  1. Ok, quindi runner, movida, giornalisti :-)
    Scherzo, ma per dire che più di un colpevole, vedo migliaia di piccoli e grandi errori compiuti da migliaia di persone, in malafede o in buonafede.

    I media (mai così in crisi come in questo periodo) con le forze che hanno, fanno quello che riescono. Non sto parlando di Libero, Giornale, Fatto quotidiano e affini, credo non sia il caso di considerarli. Intendo Corriere, Repubblica, Post, Stampa, Eco di Bergamo in questo frangente (primo a trovare i numeri veri dei decessi e del contagio, che Regione e Ministeri non davano) ecc.

    Nelle migliaia di articoli scritti, è sicuro ce ne siano alcuni che andavano fatti in modo diverso, alcuni perfino dannosi (quelli che hai linkato, che però sono una minima parte). Ma credo fosse oggettivamente complesso muoversi in una situazione in cui il sindaco di Milano dice che non c’è nessuna emergenza, salvo dire l’opposto qualche giorno dopo.

    Anche gli scienziati, persone ugualmente autorevoli, su fronti opposti in un modo che magari è frequente nell’ambito. Ma che visto da fuori non è compatibile con il messaggio veicolato da anni per cui le certezze scientifiche sono appunto certezze. Burioni (come fai a non pensare che Burioni sia il Bene, nella lotta tra la scienza e l’ignoranza?) che dice cose vere, con i dati che ha a disposizione in quel momento, ma le dice come verità assolute, e qualche settimana dopo sono smentite da dati che lui, in buonafede, non poteva avere. Ma se uno scienziato parla con affermazioni così assolute e tre settimane dopo (non dopo 2 anni di ricerca, 3 settimane) sono smentite, credo che le colpe dei media siano ampiamente da condividere.

    Stamattina, apro il Corriere, il virologo del San Raffaele dice che il virus «clinicamente non esiste più». È vero? Se lo dice il San Raffaele, è abbastanza? O bisogna, in un ambito del genere, aspettare settimane a dare le notizie? E intanto? sulla base di quali dati decide la politica?

    Ancora: ci sono documenti ufficiali della Prefettura (ce l’ho, se vuoi te lo giro, non è “mio cugino mi ha detto che”) che dicono alle polizie di controllare due cose: 1) la microcriminalità che torna e 2) le zone della movida. Quando l’indicazione arriva da una fonte così, cosa pensi: soliti esagerati che vogliono colpevolizzare i giovani? O che effettivamente se lo dice la Prefettura è una delle due cose da controllare, e dunque non esattamente marginale? Se lo sono inventato i giornali?

    Confusamente, cosa voglio dire: che forse il ruolo dei media è portarti le notizie che contano per farti avere un’idea del mondo, e in questo caso è stato complicato capire quali fossero le notizie corrette. Per una serie di responsabilità che vanno molto condivise.

    Poi, nel merito di altre cose che scrivi
    – Non si parla abbastanza della sicurezza del lavoro? Concordo al 100%
    – È imbarazzante la gestione della scuola? Concordo al 100%
    Gallera? 100%
    – Servono tracciamenti, tamponi, ecc, e la politica non è stata in grado di gestire? 100%
    – Le foto che rendono un’idea distorta della realtà, schiacciando la prospettiva? Malissimo
    – I media sono un problema? Alcuni, senza dubbio. Altri, credo sinceramente provino a fare il loro lavoro, in un contesto molto complesso, e non sbagliano in percentuali molto maggiori che altri settori professionali.
    – La politica sta costruendosi alibi? Concordo
    – Con la complicità connivente della stampa? Mah, ci andrei cauto

    Grazie per il post e per avermi fatto pensare.

    Ciao!

  2. Intanto ciao e grazie per il commento, davvero, questo tipo di interazione è quel che spero di ottenere quando scrivo qualcosa che mi auguro venga letto e dibattuto.
    Provo a rispondere ad alcuni punti che porti.
    1) Gli articoli che linko sono una minima parte, ma nel piccolo della mia percezione di persona che tutti i giorni guarda le pagine di Repubblica e Corriere (soprattutto) erano rappresentativi di una narrazione fatta di tanti articoli nella medesima direzione.
    2) L’ambiente scientifico ha gestito MALISSIMO questa situazione, tra smanie di protagonismo e presunzione di infallibilità. Purtroppo il tema della comunicazione scientifica è spinosissimo e davvero complicato e moltissimi scienziati, anche illustri e validi, non hanno strumenti adeguati quando si tratta di comunicazione. Però, senza volerli assolvere, io credo che almeno parte della responsabilità sia nuovamente imputabile alla stampa, che ha cercato di alimentare lo scoop, che fosse lo scontro tra opinioni discordanti o il parere fuori dal coro che portasse click, invece di provare a fare chiarezza. Non so quanto in malafede, ho un’opinione in merito che è più vicina ad un pregiudizio e quindi me la tengo (anche se credo sia chiara), ma certamente non hanno lavorato bene.
    3) Quel che dici in merito alla prefettura è emblematico, secondo me. Se per la prefettura quelle sono le priorità e i luoghi di lavoro non sono tra i posti da controllare (la stessa prefettura che accorda permessi per manifestazioni come quelle di domenica a Milano o di oggi a Roma), diventa davvero molto complicato non vederci del dolo. Quindi che la stampa si accodi a questa lettura senza fare domande o che spinga questa narrazione per interessi propri per me è comunque indice di fare male il proprio mestiere. Uno dei due casi sarebbe certamente più grave, ma di nuovo non ho modo di dire se si tratti della realtà dei fatti o solo di un’ipotesi.

    Quindi per chiudere io credo che, complessivamente, il livello della stampa nazionale sia molto basso. Questo per me è figlio di diverse concause. Non tutti i giornalisti sono incompetenti, non tutti sono conniventi alla necessità politica di avere un alibi, ma il mix delle due categorie che certamente esistono, in un contesto già complesso di suo per chi fa informazione, ha portato a tutto questo. Nel mio pezzo forse sono un po’ assoluto nei toni, facendo passare il concetto per cui tutta la stampa è complice, cosa certamente non vera, però credo che alcuni gruppi editoriali abbiano preso una posizione definita.
    Grazie ancora di essere passato/a.

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