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Cina – Agosto 2026

Nove anni fa io e la Polly eravamo incinti di Olivia e io ero mi ero in qualche modo convinto che con l’arrivo del secondo figlio non sarei più riuscito a viaggiare. In preda allo sconforto, avevo scritto un post in cui elencavo i viaggi dei sogni che in quel momento temevo non sarei mai riuscito a fare. Per esorcizzare il pessimismo e tenere viva la speranza. Il primo della lista era il tour della Cina. A farmelo percepire così lontano non c’era solamente l’aspetto economico, ma anche tutta una serie di impedimenti sociali e sanitari che, al tempo, mi avevano convinto del fatto che non sarei mai riuscito a centrare l’obiettivo. Fortunatamente, nei successivi nove anni, sono cambiate un sacco di cose. Abbiamo avuto due belle crescite nel lavoro, la pandemia e la geopolitica hanno convinto la Cina della necessità di aprirsi al pubblico (niente visto fino a 31/12/2026) e, soprattutto, la Polly si è innamorata dell’Asia. Tanto da arrivare lei a propormi questo viaggio per il 2026.
E così eccoci qui: siamo andati davvero in Cina.
Per farlo ancora una volta ci siamo fatti aiutare da HTS Viaggi, ormai nostro partner in crime da quattro anni. Il loro supporto è stato ancora una volta eccezionale non solo per dare corpo all’itinerario che avevamo in testa, ma soprattutto nel fare da ponte con le varie agenzie cinesi per permetterci di viaggiare sereni in un posto che non è più certamente inaccessibile come poteva essere anni fa, ma che rimane ricco di criticità. Tengo a sottolineare una cosa importante: spendere qualcosa in più per un supporto però non è garanzia di migliorare l’esperienza. Se ci si affida a qualcuno con una visione del viaggio diversa dalla propria il rischio è di ottenere l’effetto opposto. Il consiglio è sempre di parlare con l’agenzia e definire quello che state cercando, solo così potrà davvero aiutarvi a realizzare il viaggio che avete in testa.

Olly a BeijingDicevamo dell’itinerario. Che la Cina sia molto grande non credo sia una precisazione necessaria, di conseguenza è evidente che visitare tutto quel che si vorrebbe in un’unica spedizione sia pura e semplice utopia. Bisogna quindi operare delle scelte. Io ho fatto sostanzialmente quattro rinunce per far stare insieme il tutto. Le elenco in ordine di importanza.
1) Non andare a vedere l’esercito di terracotta.
2) Non andare a Shanghai
3) Non andare a Hong Kong
4) Non andare a Zhangjiajie
Con il senno del poi, difendo tutte e quattro le decisioni perchè ritengo che nessuna di queste integrazioni, avrebbe migliorato il nostro viaggio. Anzi, con ogni probabilità lo avrebbe peggiorato.
Partiamo dall’esercito di terracotta, che è la cosa per cui davvero tutti mi hanno detto “Ma come non ci vai?”. Per chi non lo sapesse, si tratta di tante, tantissime statue di guerrieri stipate dentro dei grossi magazzini. Bellissime eh, non ne dubito, ma anche prima di partire ero convinto non sarebbe stata un’esperienza godibile per due bambini di 8 e 11 anni e quindi ho pensato di saltarle a piedi pari, insieme a Xian (che è la città dove ci si ferma per vederle). La cosa figa è che, dopo essere tornato, sono se possibile ancora più convinto sia stata una delle decisioni più lungimiranti mai prese prima di un viaggio. Agosto in Cina infatti ha due problemi. Il primo è il caldo torrido, il secondo è l’alta stagione turistica. Non per il turismo estero, però, per quello locale. Le mete più gettonate si riempiono di cinesi agguerriti che, sotto un sole cocente, non si fanno mezza remora nello sgomitare violentemente per fare mezzo passo avanti in una coda ferma. Stare in fila coi cinesi è a mani bassissime la peggiore esperienza di questo viaggio. Ecco, solo l’idea di dover tenere i miei figli in un tritacarne come quello per ore per poi farli affacciare da una ringhiera a guardare delle statue da lontano mi gela il sangue. Grazie, ma no grazie.
Per Shanghai vale un discorso simile. Credo che i miei figli non siano ancora nell’età per godere della visita ad una megalopoli, specie con un caldo infernale (uno dei limiti del viaggio in Giappone era stato anche quello). In più, è distante da tutto quello che volevamo vedere e quindi metterla nel giro avrebbe implicato transfer assurdi che non volevamo fare. Niente Shanghai quindi e almeno cento punti bonus preveggenza visto che mentre eravamo lì il tifone Dolphin ci si è abbattuto con violenza, bloccando tutto e tutti per giorni.
Ora arriviamo alle due note più dolenti. La prima è Hong Kong, che era di fatto uno dei miei must sulla carta. Sarebbe stato perfetto chiudere il giro lì, ma per stare nei giorni e nei costi che avevamo a disposizione avrebbe significato sostituirla a Chengdu, con annessa rinuncia ai panda. Al netto del fatto che mia figlia non me lo avrebbe mai perdonato, ora che li ho visti devo dire che è andata bene così. Idem per Zhangjiajie, che per chi non lo sapesse è il parco naturale che ha ispirato i paesaggi di Avatar. Io non avevo idea esistesse fino a che mi sono messo a progettare questo viaggio, ma oggi è probabilmente la rinuncia che mi pesa di più. Di nuovo però, farlo avrebbe implicato eliminare la tappa sul fiume Li. Calcolando che si tratta della parte che mi è piaciuta di più di tutto l’itinerario, direi che posso rivendicare la scelta come vincente.
Se mai ci sarà modo di tornare in Cina, magari in un momento diverso dell’anno, ripartirò da questi quattro punti.

Manq sulla Grande MuragliaPrima di passare a raccontare le tappe che invece abbiamo fatto, vado con altre annotazioni generali.
Per questo viaggio abbiamo volato con Air China, che ha l’impareggiabile vantaggio di fornire voli diretti su Milano per tutte le grandi città cinesi. Banalità, ma non dover fare scalo migliora l’esperienza di viaggio di tantissimo e compensa i piccoli disagi di questa compagnia. Che ci sono eh, ma non sono certo la fine del mondo. L’intrattenimento di bordo non è in italiano, il comfort in classe economica non è il massimo, il cibo è discutibile. Tutto vero, però non si viaggia certamente peggio che con Lufthansa (merda sempre). Anzi, a voler ben guardare, il volo d’andata ha fatto un’ora di ritardo e anche solo per quel minimo lasso di tempo ci hanno offerto il pranzo in aeroporto. Cosa che nessuna compagnia prima, anzi spesso ho dovuto litigare per avere qualcosa con ritardi ben più consistenti.
Altro plus dei voli fatti è stato l’orario. All’andata siamo partiti alle 13 da Milano per arrivare alle 6 di mattina a Beijing (mezzanotte ora italiana). Forzandoci a stare svegli in aereo e con l’early check-in in albergo alle 8 eravamo in stanza, abbiamo dormito fino alle 12 e poi siamo tornati a nanna alle 22 circa. Risultato: zero jet lag, subito freschi e perfettamente in bolla dal giorno 2. Ritorno leggermente più scomodo, con partenza alla 1 di notte. Tirare l’orario non è stato semplicissimo, ma poi abbiamo dormito sul volo e quando siamo atterrati alle 6 di mattina a Milano ci siamo di nuovo trovati magicamente in pari col fuso.
Per quanto riguarda la scelta del periodo ho già detto sopra. Agosto certamente peggior scelta possibile per la Cina, più per la questione sovraffollamento che non per il caldo, che a parte i primi giorni a Beijing non è stato poi così intollerabile. Basta tenersi ben idratati: si suda un botto, ma si va avanti. La ressa invece ha impattato negativamente alcune delle esperienze, su tutte la visita alla città proibita. Non so se parlerei di overtourism, che è un termine che inizia a darmi l’orticaria, ma di certo i cinesi sono tanti e trovarsi nei posti dove fanno le loro vacanze non è il massimo della vita, soprattutto per l’approccio violento con cui vivono le visite ai monumenti. Che poi è l’unico aspetto che stride con il loro comportamento medio, che è mega accogliente e caldo (infatti mica menano solo gli stranieri, se le danno anche tra di loro). In Cina ho trovato un’ospitalità che definirei “meridionale” nell’accezione ultra positiva del termine. Potrei fare mille esempi di persone che, pur non avendo minimamente modo o strumenti per comunicare con noi, si sono fatte in quattro per darci una mano a risolvere le micro-necessità che ci sono capitate. Una cosa che davvero scalda il cuore. Se lo chiedete a me, a conti fatti, mille volte i cinesi con il loro calore umano e le loro resse anarchiche rispetto ai Giapponesi che ok, tutto perfetto, preciso ed educato, ma senti proprio che ti odiano e vorrebbero spedirti a calci in culo fuori da casa loro.

Giò a GuilinGrande sorpresa in positivo per tutto quanto concerne le condizioni igienico-sanitarie. Come ormai credo sappiate, la Polly è particolarmente attenta a preservare la famiglia da tutto ciò che potrebbe causare risvolti negativi a livello intestinale (anche quest’anno abbiamo felicemente lavato i denti con l’acqua in bottiglia), ma l’impressione che abbiamo avuto è di un Paese sicuro. La difficoltà ad intendersi ha voluto che spesso ci venissero servite verdure crude non richieste o ghiaccio nelle bevande e nessuno è stato male. Io, che sono decisamente meno prudente, ho anche mangiato frutta offertami direttamente dalla pianta o dalla bancarella senza nessun tipo di controindicazione. Devo anzi dire che, per strada, il livello medio di pulizia mi è sembrato piuttosto alto e che i vari food market almeno all’apparenza davano l’idea di avere standard igienici più vicini a noi occidentali di quanto si possa trovare in centro/sud America o in Indonesia. Anche gli hotel, nella fascia di prezzo in cui ci muoviamo noi, sembravano avere un livello decisamente più alto di quelli visti in altre parti del mondo, ma forse qui è solo questione di costo della vita. Che per certi aspetti, su tutti il cibo, è drammaticamente basso, mentre per altri come vestiti di brand “global” o tecnologia è analogo se non addirittura superiore a quanto si trova qui da noi. Se l’idea è risparmiare prendendosi un paio di Nike direttamente dove le producono si può rimanere delusi, ma non è raro mangiare in quattro, bene e oltre l’abbondanza, con meno di venti euro totali. Birre e coca cola comprese. Non solo, la cucina offre davvero tanto e riesce a presentare notevoli differenze tra le varie zone. Certo, c’è un filo conduttore che unisce il gusto di tutti i piatti, ma è come andare in Francia e constatare che tutto profuma di burro.
L’ultimo paragrafo di questa interminabile introduzione riguarda internet, le applicazioni di pagamento e in generale la connettività. Come immagino saprete, il governo cinese ha creato il Great Firewall, una muraglia digitale che blocca l’utilizzo di moltissime app occidentali. Questo comporta la necessità di munirsi di strumenti per aggirarlo, ma anche di fare pace con una serie di app cinesi fondamentali per muoversi, vivere, pagare e comunicare. Aggirare il GF non è ultra complesso, basta una VPN, ma quelli del governo cinese non sono propriamente lì ad aspettare che la gente lo faccia e lavorano costantemente per bloccarle. Questo ha come conseguenza principale il fatto che alcune VPN ultra note (tipo NordVPN, quella che ho sempre usato io) lì non garantiscano un funzionamento corretto o costante. Quella che, al momento del nostro viaggio, sembrava funzionare meglio era Let’s VPN. Il piano più oneroso costa meno di 8 dollari per 30 giorni e copre due dispositivi. Con noi ha funzionato a dovere con le reti wifi di tutti gli hotel, ma a posteriori avremmo potuto farne a meno. La Polly infatti ha un telefono compatibile con le eSim e si è presa comodamente quella di Trip.com, che per una 30 di euro scarsi offre un piano da 100 giga al giorno con anche possibilità di routering. Io, invece, ho banalmente attivato un piano di TIM che per qualche euro in più (35) mi ha fornito 50 giga per 30 giorni. Nessuna delle due soluzioni necessita di VPN. Perchè abbiamo scelto piani con così tanti giga? Semplice, perchè in Cina devi usare le app per fare qualsiasi cosa e non volevamo rischiare di trovarci senza dati. Serve l’app di messaggistica, l’app per tradurre simultaneamente, l’app per chiamare i taxi, N app per ordinare cibo e l’app per le mappe che google map sbarella e vi manda in giro a casaccio (problematiche GPS).
Più di tutto però serve l’app per pagare, che è Alipay. La cosa bella di Alipay è che lo prendono letteralmente ovunque, tipo che la gente fa l’elemosina col QR code, e poi contiene al suo interno la gestione diretta di tante delle app che ho citato prima, permettendo facilità nei pagamenti dei vari servizi. La cosa brutta di Alipay è che anche impostandola in inglese non è che sia tradotta proprio magistralmente e potrebbe dare problemi con la vostra carta di credito. Quel che succede infatti è che vi troverete a fare tantissime transazioni di pochi euro e la vostra banca potrebbe ad un certo punto trovarle sospette e bloccarvi la carta. Nulla di definitivo o irrisolvibile, ma comunque una discreta rottura di coglioni. A me è successo l’ultimo giorno, fortunatamente, ma non è una cosa da sottovalutare. Essendo però noi bravi boomer, avevamo anche una ricaricabile postepay associata all’app e postepay funziona sempre e comunque. E’ il carro armato delle carte di credito. Sicuramente ci sono servizi più fancy e innovativi spinti dai vostri influencer di riferimento che vanno altrettanto bene eh, ma noi siamo quelli che siamo.
Credo di aver detto tutto, ora possiamo finalmente passare all’itinerario.

La Polly a Chengdu

Come detto, siamo arrivati con volo diretto a Beijing, dove abbiamo soggiornato tre notti presso il Peace Beijing Hotel. La città in se non ci ha detto poi molto, forse la meno memorabile di quelle in cui siamo stati, ma contiene certamente alcuni dei posti imperdibili di questo viaggio. Su tutti piazza Tienanmen. Noi ci siamo andati alle 7 della mattina e abbiamo fatto quasi due ore di coda per superare tutti i rigorosissimi controlli necessari per accedere, ma l’impatto che si ha quando ci si trova dentro è indescrivibile. Da lì si prosegue per la Città Proibita, dove confluiscono tutte le persone che arrivano in piazza Tienanmen (potrei non aver capito io, ma mi è sembrato un percorso obbligato). Anche questa è meravigliosa, ma soffre decisamente di più della calca e del caldo. Altri luoghi di rilievo che abbiamo visto a Beijing sono il tempio dei Lama, il distretto Dongcheng, il Palazzo d’Estate e il Tempio del Cielo. In questi l’affollamento era decisamente più contenuto e, di conseguenza, le visite ci sono parse più godibili. Tra tutti forse il mio preferito è stato il Palazzo d’Estate, ma credo per via dell’immenso parco con relativa ombra. Da Beijing noi abbiamo anche fatto base per la giornata di visita alla Grande Muraglia, nella porzione denominata MuTiaNyu. Non credo di servire io per dire che è un posto unico e assolutamente da vedere, se si è in zona. Spettacolo vero.
Un consiglio su dove mangiare a Beijing? I miei colleghi cinesi ci hanno portato a mangiare la famosa Beijing Duck al Siji Minfu Roast Duck Shop ed è stata una mega esperienza, ma anche quando ci siamo infilati nel food market Wangfujing a due passi dal nostro hotel abbiamo mangiato da dio prendendo cose a caso dalle varie bancarelle.
Ah, una cosa che ho dimenticato di dire all’inizio: in Cina abbiamo trovato pochissime zanzare, anche nella zona delle risaie. Decisamente meno di quante ce ne siano da noi, cosa che dovrebbe farci fare qualche domanda. A Beijing però nei parchi qualcuna c’era quindi un Autan portatevelo, se ci andate in Agosto.
Da Beijing ci siamo poi spostati in treno fino a Datong, forse la tappa meno “comune” del tour che abbiamo costruito. Io ci sono voluto andare perchè volevo assolutamente vedere il monastero sospeso, quindi l’abbiamo inserita, ma è stata decisamente la parte del viaggio con meno occidentali. Il monastero è stupendo, lo consiglio a tutti. Forse l’unica mezza delusione è che, vedendolo in foto, me lo immaginavo in una zona più remota e meno accessibile, invece ci sia arriva praticamente in autostrada. Si parcheggia e 800m più avanti si sale al tempio. Quello ammazza un po’ la poesia del luogo ameno, ma la salita in sè vale assolutamente la pena. Sempre da Datong abbiamo fatto visita alla Pagoda in Legno e alle grotte di Yungang. Queste ultime sono davvero molto belle, un’incrocio buddista tra Petra e la Cappadocia, ma qui è dove abbiamo avuto lo scontro più violento con il turismo locale. Forse il fatto di essere anche un luogo religioso è l’aggravante, ho constatato che l’aggressività nella calca è direttamente proporzionale all’età e luoghi come questo attirano molti più anziani, ma dover preservare i figli dalle gomitate in faccia delle diverse vecchine non mi ha entusiasmato. La città di Datong in sè ha di particolare il centro, la parte dentro le mura, che non è facile capire quanto sia autentica e quanto una ricostruzione postuma e posticcia di edifici tradizionali. A nostro avviso forse più la seconda, ma questo non la rende la quinta essenza della cinesità allora non so che dire.
A Datong pare sia obbligatorio mangiare i noodels. Noi lo abbiamo fatto e ci sono piaciuti molto.
Da Datong, sempre in treno, siamo arrivati a Pingyao, che invece è davvero un centro iper conservato di edifici antichi e piccole corti familiari. Noi dormivamo in una di queste, allo Yide Hotel, ed è un’esperienza di un suggestivo che levati. La città è molto carina, si gira facilmente a piedi tra bancarelle di ogni tipo. Ci siamo rimasti due giorni, usandola come base per visitare anche la residenza della famiglia Wang e l’antico villaggio e castello di Zhangbi. Il secondo in particolare è piaciuto un sacco ai bambini (e a me) per via dell’intricata serie di cunicoli costruiti sotto gli edifici ed usati dai soldati. Molto molto figo, per chi è appassionato di certe cose. Poi va beh, usciti dai cunicoli c’era uno spettacolo in cui sparavano bolle di sapone con due tizie in abiti cerimoniali appese ad un argano a dei metri d’altezza senza uno scopo preciso, ma credo quello faccia parte dell’experience.

Arriviamo così al primo e unico volo interno di questo viaggio, da Pingyao fino a Guilin, nel sud agricolo della Cina. A quel punto del viaggio stavo iniziando a soffrire la mancanza di impatto naturalistico che l’itinerario mi stava offrendo. Tanta, tantissima cultura e storia locale, ma visivamente io sono uno che ha bisogno soprattutto di vedere gli spettacoli della natura e che, al centesimo mega Buddhone, inizia a rompersi un po’ le balle.
Guilin mi ha completamente salvato. Prima grazie all’escursione tra le risaie delle comunità Longji, poi con le sue grotte naturali e infine con i suoi paesaggi carsici. La crociera sul fiume Li per distacco il momento più bello del mio viaggio. Tre ore di navigazione nel silenzio della natura lussureggiante, immersi in uno scenario mozzafiato. Fun fact: la nostra imbarcazione era la prima di un treno di sei, ma quella immediatamente dietro ha commesso una manovra errata incagliandosi nel fiume. Questo ci ha permesso di navigare, praticamente in solitaria, per tutto il percorso.
Guilin è stato il posto dove, dopo nove giorni, abbiamo ceduto alla tentazione di sgarrare e prenderci una pizza. Io so che può sembrare incredibile, ma a Guilin c’è una pizzeria che farebbe impallidire metà delle pizzerie della mia zona. Ci siamo finiti per puro caso, pensando di pentircene, e invece ci ha conquistati. Sul fiume, invece, il miglior hotel di tutto il nostro giro: Yangshuo Mountain Retreat. Ci ho lasciato il cuore.
Via da Guilin, ultimo transfer in treno (il più lungo, quasi 6 ore) fino a Chengdu, patria dei panda. I panda sono stupendi. Purtroppo in Agosto le condizioni climatiche sono tali da costringerli all’interno di strutture dedicate e termoregolate, che fanno un po’ effetto zoo anche se si è dentro a un centro di ricerca. Però stare a guardarli è ipnotico. Sono bellissimi, pucciosi, goffi e apparentemente ritardati, ma in realtà facendoseli raccontare si scopre che sono davvero molto intelligenti ed emotivamente evoluti. Rubano il cuore, niente da fare. Per il resto Chengdu è la seconda grande città di questo nostro viaggio, dopo Beijing, ma ci è piaciuta molto di più. Forse nel suo sembrare più “occidentale” ci è parsa più vicina a noi, ma l’impressione è di un posto molto vivibile nonostante i sui 21 milioni di abitanti. Tra un tè e l’altro, abbiamo anche imparato a giocare a mah jong.
Il piatto assolutamente da provare qui è l’hot pot, che ho commesso l’errore di ordinare piccante. Il piccante in Cina è abbastanza gestibile, ovunque, ma non a Chengdu o in generale nel Sichuan. Lì è feroce e io ci sono cascato come un babbeo. Fa anche quello parte dell’experience, potrei dire. Per mangiare bene, invece, potete andare da Qiao Po Jimaodian.

Eccoci alle conclusioni, finalmente.
Avevo un grandissimo desiderio di vedere la Cina e ora che l’ho fatto posso dire che le aspettative, per quanto alte, erano più che legittime. Certo, non abbiamo che fatto un piccolo aperitivo di tutto quel che il Paese può offrire, ma è stato certamente sufficiente a farcelo apprezzare. Non posso dare un punteggio perfetto perchè il momento dell’anno in cui ci siamo stati ha avuto un impatto significativo sulla godibilità del tutto, ma al netto di quello è un viaggio che certamente mi lascerà moltissimo.


Team:
La Polly, Olly, Giò e Manq
Durata: 14 giorni
Km percorsi: 2.500 indicativamente, tratte aeree escluse.
Mezzo di locomozione: Minivan, bus, treni, barche e anche una funicolare.
Sponsor*: Le cinesate. Siamo tornati pieni di cinesate.

VALUTAZIONE:
4.5-stelle

*Con Sponsor si intende il o i prodotti che si sono distinti per presenza costante durante il viaggio. Nessuno mi ha mai dato un euro per viaggiare, mai (tranne appunto la mia azienda in questo caso, per i miei 10 anni di onorato servizio.)