Diario dall’isolamento: day 4

Oggi il diario mi tocca scriverlo davvero tardi. Il motivo è che questa sera con gli amici di D&D abbiamo re-installato Baldur’s Gate 2 per giocarci in multiplayer. Videogame di vent’anni fa, ultra noto a tutti, ma è più che altro l’ennesimo modo per sentirci capaci se non di superare l’ostacolo (non ancora), quantomeno di dimenticarlo per qualche ora. E’ stato divertente.

Il resto della giornata è trascorso abbastanza liscio. Fuori era un’altra bellissima giornata di sole e in giardino abbiamo giocato a bocce, come fossimo in spiaggia. Le call di lavoro dal tavolino IKEA sono sempre una tortura, il caos in casa è ancora padrone, ma forse mi spaventa meno di ieri l’idea di doverli ritrovare domani.
Oltre a sentire i nonni in videochiamata tutte le sere, abbiamo iniziato a registrare dei piccoli video per amici e parenti. Un saluto, giusto per alleviare il distacco e, di nuovo, dimenticare l’isolamento. L’idea di dover sostenere una situazione del genere nell’era pre-internet mi sembra impensabile. Se davvero è la nostra guerra, ci siamo arrivati con il miglior armamento possibile.

La canzone di oggi l’ho scelta nel pomeriggio, ora spengo tutto e sistemo la cucina che c’è ancora tutto in giro e domani tocca ricominciare.

Diario dall’isolamento: day 3

Il terzo giorno è un po’ presto per parlare di routine, ma non di adattamento. Ci stiamo adattando. I meccanismi si sono fatti un pelino più fluidi e le dinamiche meno caotiche, ma sempre di delirio si parla.
Al momento il mio problema più grande è che a casa mangio troppo. Avanti così mi ritroverò a ridosso delle vacanze (ahahaha, le vacanze, che ridere) con un botto di chili da smaltire e visto che l’idea è andare negli Stati Uniti (ahahaha, gli Stati Uniti, mi fai davvero scompisciare…) potrebbe rivelarsi una combo terribile.
Urge mettersi un freno fin da ora.
A proposito di Stati Uniti, prima dell’estate dovrei andarci anche per lavoro. Tutte le volte che ci sono andato durante la stagione NBA, per vari motivi, non sono mai riuscito a vedere una partita live. Quest’anno avrei avuto l’opportunità di essere a Milwaukee durante le finali di conference e se davvero riuscirò a partire, probabilmente fermeranno la lega. Se esiste un destino, me lo immagino sbattere la testa al muro bestemmiante: “Cosa cazzo devo fare ancora per fargli capire che l’NBA dal vivo non è cosa per lui?”

Avere un pezzettino di giardino, per quanto piccolo, è una bella valvola di sfogo. Abbiamo giocato a palla, fatto merenda sul prato, imparato le basi di 1,2,3 Stella. Poi, verso sera, approfittando di non dover passare un’ora e passa in macchina per rientrare da Milano ho tagliato il prato e acceso il bbq. Se il tempo fuori è clemente, tutto sommato le cose girano.

Terzo giorno, terza canzone. Bellina anche questa dai.

Diario dall’isolamento: day 2

Oggi è stato il primo vero test di questa situazione di isolamento: lavorare da casa coi bimbi in giro.
Paola ha iniziato alle 7:00, portandosi due ore avanti rispetto a me in modo da avere margine di gestione. Dalle 9:00 abbiamo iniziato a darci il cambio ogni due ore stile wrestling: due ore di lavoro in ambiente silenzioso per call e attività di concentrazione, due ore nel delirio dei bimbi per i lavori meno delicati. Ho passato quattro ore al portatile seduto al tavolino IKEA dei bimbi. Un calvario, ma l’abbiamo portata a casa.
Peggio di noi l’hanno vissuta i bambini, che non riescono ovviamente a comprendere perché non dovrebbero passare tutto il tempo a giocare con noi avendoci a un metro di distanza. Probabilmente non è il primo problema in termini di priorità, ma vederli tristi per non poter stare coi loro nonni o all’asilo fa abbastanza male, credo più che altro per il senso di impotenza. I bambini capiscono, ma non accettano e non ci puoi fare un cazzo.

Verso le 18 siamo poi usciti per fare un giro dell’isolato. Due passi, aria fresca. In giro certamente meno persone di ieri, ma l’effetto è comunque strano: una guerra invisibile ed impercettibile fuori dai giornali, ma che esiste e non puoi esimerti dal combattere.
Stando a casa, ma anche veicolando messaggi, ribadendo concetti e spingendo iniziative positive come quella messa in piedi da Fedez e Chiara Ferragni. Ho letto di persone che l’hanno criticata, alcune per motivi anche comprensibili, altre per mera ideologia. Io ci ho messo degli euro, perché al netto di tutto credo siano sempre e comunque vite salvate e mi piace pensare di giocare in quella squadra, oltre a tifare perché vinca.
Del resto mi curo poco, al momento.

Secondo giorno di isolamento, da domani tutta Italia pare si sveglierà nelle medesime condizioni. Forse così inizieremo a pensare come una Nazione. Vedremo.
Paola intanto vuole sfruttare la circostanza per spatellare Olivia e boh, forse in una vita precedente ero Erode.

Diario dall’isolamento: day 1

E quindi alla fine Milano si è dovuta fermare e con lei la Lombardia.
Non fermare fermare eh, se devi andare al lavoro puoi andarci. Se l’azienda lo ritiene, diciamo. Oppure se lo ritieni tu.
Il decreto sul blocco della Lombardia è come il codice dei pirati: più che altro una traccia e noi lombardi, su questa traccia, dobbiamo muoverci.
Oggi quindi è stato il mio primo giorno di quella che sarà, temo, una lunga stagione di isolamento e ho deciso di raccontare qui quello che succederà da queste parti, day by day.
Alla fine avere un diario dovrebbe voler dire questa cosa qui.

Oggi sarebbero dovuti venire i miei a mangiare i pizzoccheri, ma sono stati a casa. Li abbiamo mangiati noi, i pizzoccheri.
Da domani non porteremo più i bimbi da loro, né dagli zii o dalle persone che ci hanno aiutato in questo momento di asili chiusi. Si sta tutti e quattro in casa insieme e io e Paola faremo i turni a star dietro ai figli alternandoci nello smart working (grazie a dio Paola può fare orari molto flessibili).
Non so se ai miei faccia peggio l’ansia del possibile contagio o l’impossibilità di avere un nipotino che riempia loro la giornata. Li chiamo spesso ripetendo allo sfinimento cosa devono fare e anche questo per loro è elemento di tensione perché la mia apprensione probabilmente li fa sentire vecchi.
Non sono sicuro di saper gestire questa cosa.

Nel pomeriggio siamo usciti a fare due passi nelle campagne dietro casa. Giorgio con la sua biciclettina, io e Olly mano nella mano, Paola a spingere il passeggino inizialmente vuoto. Fuori c’era una bellissima giornata e l’aria, paradossalmente, è pulita come in marzo non è da anni, se si trascura il particolare del virus che ci si propaga attraverso. In giro tante persone impegnate a fare due passi all’aperto. Credo questa sia una bella cosa perché non ho visto assembramenti, solo voglia di uscire di casa in una giornata di sole. Certo qualche gruppetto c’era, perlopiù adolescenti, ma che vuoi farci?
Come li tieni in casa i ragazzini, senza nulla da fare tutto il giorno?
Forse se si beccano in tre o quattro al parco non è la fine del mondo. Sarebbe da evitare, ma se c’è una cosa chiara è che questa è una situazione fatta di compromessi, ad ogni livello.
Speriamo di trovare un equilibrio che ci porti fuori con meno danni possibili.

Oggi quindi è stato il mio primo giorno di isolamento forzato.
Tiriamo dritto e speriamo bene.

Once upon a time #6

In onore di Elisabetta Imelio rispolvero questa vecchia rubrica del blog ricordando quando i Prozac+ hanno suonato all’MTV DAY del 1998.
Invitati sull’onda del successo di Acida, il loro essere completamente fuori contesto si cristallizza proprio sulla conclusione del pezzo, che Gian Maria dedica ai butafuori “che credono di essere a un incontro di lotta libera”, suggellando il tutto con un moccolo in diretta TV anni prima del Baffo alla Fattoria.
La battaglia di GM continua anche in seguito, arrivando anche a fermare un pezzo per ribadire il concetto e fino alla conclusione a suo modo epica con “questo concerto è dedicato a chi le prende e non a chi le dà”.
Il momento cruciale della vicenda lo trovate qui, ma io posto l’intero live e l’annessa intervista, per completezza. Rivedendolo mi viene da ridere per tutti quelli che sbraitano che “Oggi la musica spinge la droga”. Sta roba andava in diretta TV ventidue (V-E-N-T-I-D-U-E) anni fa. 
Elisabetta, nel 1998, era grossomodo la donna ideale e le si è voluto molto bene.

Once upon a time nasce come rubrica di manq.it che racconta momenti che hanno fatto la storia della musica. O forse la storia in generale.
L’uscita di Once upon a time #7 è da considerarsi altamente improbabile perchè la ribruca era morta e sepolta, principalmente per via del fatto che non esiste traccia in rete del video di Madaski al Roxy Bar.

Contromano in tangenziale

ATTENZIONE: questo è uno di quei post in cui mi parlo addosso con lo scopo ultimo di cavar fuori una direzione al mio complicato modo di essere. Lo scrivo per lettori che non esistono, ma che ipotizzo eviterebbero volentieri di finire a leggere una cosa così senza preavviso.

La barzelletta di quello che guida contromano in tangenziale la conosciamo tutti:
+ La radio: “Avvistato un pazzo contromano in tangenziale…”
+ Uomo al volante: “Uno? A me sembrano tantissimi!”
Fa ridere.
Però io ci vivo dentro.

Il mio problema è che non sono matto a sufficienza da pensare di essere l’unico nel giusto, sempre e comunque, ma contemporaneamente non riesco a capire come faccia la maggioranza delle persone con cui interagisco a non vedere il mondo come lo vedo io. La testa, programmata per ragionare con logica, mi porta a pensare sia io quello sbagliato, eppure la stessa logica spesso non mi permette di trovare l’errore. E questo porta al crash del sistema.
Una canzone che mi piace dice:

Mio nonno
Per quasi settant’anni
È stato in minoranza
E sta benissimo!

È una bella frase e Dio solo sa quanto mi piacerebbe fosse applicabile alla mia vita. Purtroppo non è così: io la vivo male.
L’ultimo ambito in cui mi sto scontrando con le persone che frequento, da amici, a colleghi, a persone con cui in qualche modo interagisco online è la situazione relativa all’infezione da coronavirus che stiamo vivendo, ma è davvero solo un altro esempio di una routine in cui mi trovo a sedermi dal lato opposto della maggioranza dei miei conoscenti e investo ore nel tentativo di discuterne.
Vista da fuori è facile: è il profilo tipico di quello che gode nell’andare contro tutti, ma la realtà dei fatti (per lo meno a livello conscio) è esattamente all’opposto. Allora perché faccio così? Non lo so.
Di solito inizio a ragionare su un argomento a partire dagli elementi che ho in mano, costruendomi un’opinione che poi uso per dibattere col prossimo. Questo mi serve per approfondire, dare spessore al mio punto di vista ed irrobustirlo, oppure cambiarlo. Non so se sia cosí per tutti, ma per me funziona.
Ci sono volte (rare, imho) in cui però sono sufficientemente convinto di quanto sostengo da volerlo spiegare a tutti. Boh, forse è un retaggio evangelico della mia educazione cattolica, cazzo ne so. Il punto è che mi ci sbatto e quando fallisco di norma mi deprimo.
Il motivo ho provato a spiegarlo fuori contesto giorni fa su twitter:

Il problema infatti è che non mi metto mai a discutere con chi so a priori non possa farcela a seguire il discorso (a mio insindacabile e del tutto soggettivo giudizio), io punto solo su cavalli che stimo, gente che penso possa capire e che, se non arriverà a sposare la mia linea, nella mia testa lo farà argomentando in modo dettagliato ed univoco, fornendomi spunti di riflessione magari nuovi a cui non avevo pensato in partenza.
Quanto ci credo? Nel 100% dei casi.
Quanto succede? Non ho fatto un conto, ma la percezione sta intorno al 10-20%.
Eppure insisto.
Ogni cazzo di volta.
E così accumulo delusioni, amarezza e senso di inopportuno.

Sono le 2:49.
Questo post ho iniziato a scriverlo dopo essermi sfogato con quella santa di mia moglie, che alla 1:00 di tutto aveva voglia, tranne che di sentirsi vomitare addosso le mie menate esistenziali, soprattutto se derivanti dall’ennesima discussione su twitter con un estraneo.
Non sono per nulla convinto, razionalmente, di non essere io lo scemo del villaggio.
Eppure non riesco a prendere in considerazione la cosa e continuo a sentirmi come il tizio che corre sicuro di sé, contromano, in tangenziale.