Quando prende male, qui prende peggio.

E’ un blog fiacco, questo qui.
Potrei dire che quando uno ha una vita spumeggiante come quella che ho io da queste parti non è che poi ci sia così tanto di cui scrivere. Ed infatti lo dico.
Tirando due somme due, a trent’anni farsi un anno affareinculo lontano da tutti è una gran rottura di coglioni.
A venti probabilmente è diverso.
A venti sicuramente è diverso.
Sei giovane, hai voglia di divertirti e i tuoi coetanei sono giovani ed hanno voglia di divertirsi. Sei studente in mezzo a studenti. Vivi, esci, vai alle feste, limoni. Non perchè tu sia particolarmente brillante, ma perchè è quello l’ambiente. Tutti con le stesse esigenze. A trent’anni invece la solfa è diversa. La gente ha una sua vita e tu, come è giusto, non ne fai parte. Certo ogni tanto esci, qualcosa si organizza, ma sono momenti estemporanei. E poi parliamone: quando capita ti ritrovi in una stanza con diciamo un rapporto 1:5 tra conoscenti e sconosciuti, ognuno con i propri interessi, ognuno con la propria vita, forzati assieme dall’unica esigenza di non restare soli. Ne nascono anche discussioni fighe eh, per carità, lungi da me criticare lo scambio culturale. Però anche dopo aver scoperto cosa pensano quindici persone di cui non mi frega un cazzo rispetto ad uno dei tanti temi che possono essere tirati in ballo non è che ci si senta poi così euforici. La serata passa, la compagnia è anche piacevole, ma non è niente che valga lo stare assieme alle persone di cui ti frega realmente qualcosa.
Capiamoci: sarebbe un modo figo per scappare dalla routine quotidiana, relazionarsi con qualcuno di diverso e allargare i propri orizzonti. Una tantum. Dopo mesi di socializzazione forzata uno si trifola anche i coglioni.
In sintesi quindi, se scrivo sporadicamente e perloppiù di attualità invece che della mia vita è solo perchè non c’è nulla di interessante da scrivere.
Di conseguenza, sono il primo a soffrire della cosa.
Forse anche l’unico.

Vita e pensieri di un italiano in Germania.

Capita che tipo tu sei in un paese straniero e via dicendo.
Cioè può capitare, mica dico che deve capitare a tutti, però può succedere che uno, chessò per lavoro, deve andare a finire da qualche parte lontano da casa.
E allora ti metti sull’aereo e parti ed intanto pensi a tutte quelle menate dell’integrazione, del fatto che sei un immigrato e cose così. Pensi che alla fine è meglio cercare di fare il possibile per farsi accettare perchè se chi ti ospita fa altrettanto tutto fila come si deve. Cioè, almeno così mi si dice che le cose dovrebbero funzionare ed infatti probabilmente è così che funzionano. Sta di fatto che però io sono arrivato in Germania cinque mesi fa o giù di lì e ad integrarmi ci ho anche provato. Nel senso, ci vado a bere la birra con gli altri e tutto il resto, provo a stipulare un buon rapporto con i colleghi e via dicendo, però non è che proprio tu ti senta a casa tua in questo posto qui. La gente è carina e simpatica, mica dico di no, però c’hanno sempre un po’ quel fare che loro sono perfetti e tu mica tanto. E non è vero per niente, se si va a guardare, però loro sono così e tu non sei come loro ed il gioco è fatto. Ci si trovano a loro agio a sentirsi meglio di te e quindi tu magari non vuoi creare casini e ce li fai sentire, meglio di te. Ok, li compatisci, ma mica è necessario proprio che lo dai a vedere no? Il risultato, al loro occhio soprattutto, è che gli stai dando ragione e questo fa andare avanti le cose come dovrebbero. Ad incasinare tutto però ci si mette la coppa del mondo. Nel senso, io mica l’avevo prevista questa variabile qui nel mio schema di comportamento. Così succede che l’Italia qui non è troppo ben vista, ma mica la squadra e basta, proprio l’Italia come paese e l’italiano come persona. Cioè, capisco anche io che la storia della competizione non remi proprio a favore di una simpatia teutonica nei nostri confronti. Vabbè, il 2006, il 1982 e il 1970 ce li ricordiamo noi come se li ricordano loro. E capisco pure che noi siamo il paese di Berlusconi e delle sue minorenni e via dicendo. Insomma, posso capire che ce l’abbiano su con noi questi qui e che lo scontro sportivo di solito porti a galla le questioni. Io stesso non è che se proprio devo descrivere il mio Paese ed i suoi abitanti ci vado giù leggero. Insomma dai, l’italia è un po’ uno schifo e se è così è colpa degli italiani, mica degli alieni. Però oh, sa il cazzo com’è, se lo dicono loro a me un po’ di fastidio mi si genera. Diciamo che proprio mi gira il cazzo ecco.
Comunque sia per come si era arrivati a questo mondiale io lo sapevo che avremmo fatto una figura di merda. Quindi succede che vedi la prima partita e con il Paraguay fai zero a zero mentre loro massacrano l’Australia con quattro sberle e via dicendo. Il giorno dopo non è che puoi scappare all’ironia del tedesco medio. Loro sono molto ironici, dicono, più ironici di noi, ovviamente. Quindi loro vincono, tu succhi e via con le battute e i caroselli. Perchè alla fine noi l’ultima volta avevamo rubato. Conta poco che su sette partite l’unica degna di nota è quella in cui gli abbiamo fatto il culo, perchè noi non abbiamo meritato e quindi dobbiamo stare zitti, che poi siamo mafiosi mangiaspaghetti e via dicendo. La roba va avanti come deve essere quindi, con loro che vincono e noi a casa. Così iniziano a chiederti ogni minuto se guardi ancora il mondiale, perchè qui loro mica lo guardano perchè gli piace il calcio. Lo guardano perchè gioca la Germania. Poi ti dicono che da loro non si può affiggere la bandiera teutonica perchè si passa subito per nazi, perchè i nazionalisti sono tutti nazi e loro nazi non lo sono più e stanno cercando di cambiare la loro immagine nel mondo, ma il mondo continua a giudicarli solo per Hitler e cose così. Però alla fine della fiera quando ci sono i mondiali tutti in strada a gridare “Deutschland über alles” pittati come indigeni perchè si può fare ed in queste occasioni non si è mica nazzi se lo si fa. E ci si può ubriacare come merde e tirare bottiglie di birra da un lato all’altro della strada perchè c’è la nazionale in tele e quindi si può. Se lo fai un altro giorno sei un ubriacone incivile e loro cercano di combattere quest’immagine che li vuole tutti ubriaconi incivili, perchè loro non sono così come il mondo li dipinge. Mica come noi mandolinai pizzaioli.
Vabbè cosa stavo dicendo? Ah sì, dicevo che quindi appena siamo usciti tutti lì a tirarci il culo e noi lì a farcelo tirare. Un po’ perchè hanno ragione quando ci dicono che siamo scarsi, un po’ perchè alla fine cerchi di integrarti e un po’ perchè non è mica morto nessuno. E allora succede che ti becchi i caroselli, gli insulti e tutto il resto ed inizi a pensare che ok l’integrazione, ma se per caso dovessero perdere magari poi il culo potresti pensare di farglielo anche tu. E così tipo inizi a guardare le partite con quella partecipazione che non è proprio quella di chi ama il calcio e lo sport, ma che è più quella del tifoso. E allora succede che magari sotto casa tua c’è un locale che trasmette le partite in public viewing e che ti cucchi i loro cori contro l’Italia, l’Argentina e la Spagna per diciamo un paio d’ore. E succede che tu te ne stai buono chiuso in casa perchè l’integrazione viene prima di tutto e non è certo il calcio che deve guastare un meccanismo di inserimento già magari complicato di per se. E mentre pensi tutto questo succede anche che tipo Puyol incorna di testa a cento all’ora e la spara in porta. Così niente, capita che ti ritrovi affacciato a gridare “Rete” e “Vamos” a quelli di sotto che, però, di cantare hanno appena smesso. E poi capita che magari qualche spagnolo decida di uscire a fine partita a festeggiare e che i locali decidano di dimenticarsi quanto sportivi e ironici sono e inizino a tirare bicchieri e bottiglie verso le auto. Robe così, che poi magari arrivano gli sbirri e se la prendono con gli spagnoli, che non è ora di stare in giro a fare casino e via dicendo.
Comunque questo l’ho scritto mica per dire niente eh, perchè mica credo che siamo migliori di loro noi. Però, ecco, neanche peggiori forse.
E forse non so se è vero, ma potrebbe essere che questo post l’ho scritto così perchè ho iniziato a leggere “Il giovane Holden”.

Nota: aggiornata la sezione “letture”.

Dopo l’ultima parola

Vivendo in Germania non è facile stare al passo con la divertente macchietta della politica italiana.
Stando qui sono costretto a trovare le notizie in rete e a leggere i giornali, privato della grandissima comodità del mezzo televisivo e della sua capacità di informare. Nell’albergo di Parigi in cui ho soggiornato, però, c’era la TV satellitare e così, Venerdì sera, non ho potuto fare a meno di gustarmi una fantastica puntata de “L’ultima parola”, programma di approfondimento in onda su Rai 2 condotto da Gianluigi Paragone.
Lo dico subito: a me Paragone sta un sacco simpatico. Pur non essendo propriamente vicino alla mia parte politica (ma chi lo è, oggi? E soprattutto qual’è la mia parte politica??), ho sempre trovato un personaggio piacevole, specie quando inserito in dibattiti calcistici su qualche rete locale.
Il suo programma però me l’ero sempre perso. Per quel che ho potuto vedere non mi è parso mal fatto. Filogovernativo sì, ma cercando comunque di fare giornalismo d’inchiesta interpellando più o meno tutte le parti politiche e senza eccessivo protagonismo.
La puntata in questione verteva sui costi della “casta” politica italiana in ottica di valorizzare la manovra Tremonti. Ne sono usciti momenti decisamente divertenti, almeno per la parte che ho visto io (dall’intervista di Rizzo o Stella, non ricordo, uno dei due in ogni caso).
Il primo l’ha regalato Barbareschi in un servizio in cui si denunciavano le scarse ore lavorative del Parlamento e si chiedeva un parere riguardo al taglio del 5% sugli stipendi dei parlamentari invocato dalla manovra Tremonti. Citando lo spezzone che parte al minuto 1:53, l’onorevole sosteneva come tutti gli italiani, in un momento difficile, dovrebbero fare un sacrificio e non solo i politici.
Per me è già molto sopportare che uno come Barbareschi stia in Parlamento, figuriamoci come posso reagire al fatto che lo facciano anche parlare. Un’uscita più infelice è riuscita in questi giorni solo a quell’altra mente sopraffina della Gregoracci, in un’intervista in cui sostiene il trauma di suo figlio Nathan Falco per la perdita dello yatch cui ormai era affezionato.
Giusto per intenderci, quando si parla del taglio del 5% sullo stipendio dei parlamentari, si parla di un decurtamento sul netto, senza tener conto di tutta quella infinita sfilza di bonus, rimborsi e cazzi vari che ogni mese entrano in busta paga agli onorevoli. Si parla quindi di briciole, spannometricamente di 270 euro per un senatore che porta a casa 5400 euro di stipendio più altri 10000 tra competenze accessorie e rimborso stipendi ai portaborse. 270 euro in meno al mese a gente che prende sedicimila euro al mese netti. Come diceva qualcuno non è molto, ma è qualcosa e quindi lungi da me criticare l’iniziativa. Se però mi si dice che lo stesso 5% debba essere tolto a chi campa con 800 euro al mese iniziano a girarmi i coglioni, specie se a dirlo è quella faccia da cazzo di Barbareschi. Per quel che mi riguarda l’unico sacrificio che dovremmo fare tutti insieme è umano e coinvolge il deputato in questione in prima persona, ma vabbè, poi mi si dice che scrivo in preda alla rabbia ed in maniera irrazionale, quindi meglio ritirare tutto.
Scusa Luca, ritiro la parte sul sacrificio umano e cancello anche il passaggio in cui ti do della faccia da cazzo.
Ora va meglio.
Si diceva che una cospiqua parte dello stipendio dei Parlamentari sia loro fornita per il pagamento degli stipendi dei portaborse. Viene quindi mostrato un servizio in cui si denuncia come quella parte di entrata sia ininfluente dall’avere o meno portaborse (si prendono i soldi anche se poi non si spendono) e che questo porti molti onorevoli a pagare i loro collaboratori in nero. Indignazione profonda in tutto lo studio, Peter Gomes chiede ai presenti se loro fanno cose del genere o conoscono gente che fa cose del genere e tutti rispondono ovviamente: “No, è vergognoso.”. Probabilmente quelli che lo fanno sono marziani o non appartengono a nessuno dei partiti rappresentati in studio, nell’ordine PdL, PD, Lega e UDC.
Un ruolo centrale nella trasmissione però lo recita la Santanchè, sempre pronta a regalare momenti indimenticabili a tutti i suoi fan. Dapprima si prende del “cane di Pavlov” da Beha, ma non reagisce perchè lo stesso le dice che non è un’offesa e lei ci crede. Poi dichiara che lei, imprenditrice, non ha mai preso una lira per fare politica e che ha sempre devoluto i suoi stipendi, il che è agghiacciante perchè significa che nel nostro paese ci si permette di pagare un sacco di soldi gente che questi soldi poi li regala perchè nemmeno gli servono. A sto punto non sarebbe meglio rinunciare direttamente allo stipendio e permettere un risparmio alle casse dello stato? Ma il picco di genialità è quando monta un casino perchè il sindaco di Bari Michele Emiliano, ritratto in una foto mentre festeggia un appalto controverso (non entro in merito, non conosco i fatti), brinda con Champagne e non con spumante italiano. Ora, a parte che portare le discussioni su certi piani è indice del personaggio, ma poi voglio dire: uno sarà pur libero di brindare con quel cazzo che vuole, o no? Mi piacerebbe andare a vedere se la signora Santanchè quando va al cinema ordina una Coca Cola o una spuma.
Devo aver scelto l’esempio sbagliato, con tutta probabilità lei al cinema va di Chinotto.
Comunque sia, mi spiace non poter seguire più la televisione italiana e i suoi programmi di approfondimento e avanspettacolo.
Oggi come oggi mi piacerebbe guardare anche il TG1 di Minzolini.
Va riconosciuto, inventare un guasto tecnico per non mandare la dichiarazione di Elio Germano premiato a Cannes, momento in cui l’attore attacca la classe politica del nostro paese, è a suo modo qualcosa di geniale.
Forse neanche Fede è mai arrivato a tanto.

IKEA

Lo so, Marzo ha abituato tutti troppo bene con il suo incessante martellamento di post sempre nuovi ed attuali e così ora che nei primi dieci giorni di Aprile non ho scritto una riga sul blog inizio ad avvertire non solo il classico senso di colpa verso me stesso, ma anche questo nuovissimo senso di colpa nei confronti dei lettori (?).
Ho deciso di liberarmi di questo duplice peso.
La verità però è che non è successo poi molto in questi dieci giorni.
Ok, sono rientrato in Italia, ho rivisto gli amici e mi sono gustato una super soddisfacente gita di Pasquetta, ma raccontare tutto questo a giorni di distanza mette tristezza, quindi devo andare oltre.
Ci sarebbe la questione preti pedofili con l’onda di scandalo che arriva dall’america e che sta sommergendo il mio amato Ratzinger, ma riprendere con un argomento del genere le mie scritture on-line sarebbe troppo impegnativo. Per chiunque proprio tenesse ad un mio parere in merito la Google Hit List di Marzo è poco più sotto e basta fermarsi alla prima posizione della classifica per avere una chiara esposizione del mio pensiero.
Serve un altro argomento.
In questi giorni sono morti Maurizio Mosca e Malcom Mclaren. Due enormi perdite per la storia del punk. Il primo tuttavia l’ho già omaggiato come meritava, mentre del secondo, ad essere onesto, non mi è mai interessato molto. Anche questa notizia è quindi da scartare.
Resterebbe il mio ventinovesimo compleanno, celebrato con gioia nel momento in cui ho scoperto che non si sarebbe trattato del trentesimo (questo è avvenuto pochi giorni prima, parlando con i colleghi) e coronato dall’arrivo in casa mia di un super regalo. Non saprei che aggiungere, però.
Forse un argomento alla fine l’ho trovato.
Oggi io e la Polly siamo andati all’IKEA per acquistare i mobili del nostro nuovo appartamento. Dopo aver girato tutta l’esposizione, selezionato con rigore tutto ciò che costava meno, recuperati gli articoli in questione da tutti gli scaffali del magazzino e fatta buona parte della coda in cassa ci si avvicina una commessa e, ovviamente in tedesco, ci chiede come abbiamo intenzione di pagare.
In tedesco, rispondiamo: “Credit Card”.
La tipa ride di gusto e risponde che non accettano carte di credito. Nessuna. Niente Visa, Mastercard o American Express.
Sfortunatamente io e Paola eravamo sprovvisti di milleduecento euro in moneta e abbiamo dovuto lasciare tutto lì dov’era. In realtà forse avrei dovuto rimettere a posto, ma in quel momento per me è già stato difficile uscire senza uccidere nessuno.
Finita la visita di cortesia all’IKEA siamo andati nel nuovo appartamento a controllare com’era venuta l’imbiancatura. Lavoro ben eseguito, niente da dire, ma coi muri bianchi e la casa vuota ci siamo resi conto che i tizi che la abitavano prima erano probabilmente dei primitivi. Per la prima volta da quando l’abbiamo presa in affitto abbiamo alzato il coperchio della tazza del cesso. Uno spettacolo vietato ai minori. Sembrava il WC che ha recitato in Trainspotting, anzi, forse è proprio lui. Sta di fatto che servirà il tritolo per pulirlo, temo, e non sarà un lavoro piacevole. Anche la cucina che i precedenti inquilini ci hanno gentilmente donato non è propriamente pulita e, se non ci fosse bastato, ci ha dato nuovi elementi per considerare i due ragazzi diciamo “non propriamente dediti all’igene”. Il fatto che vivessero con un coniglio forse avrebbe dovuto insospettirci, ma alla visione dell’appartamento questo era chiuso in un’adorabile gabbietta e solo dopo aver firmato il contratto abbiamo appreso che quella non era certo un’abitudine. Insomma, l’Italia sarà quel che sarà, ma anche qui abbiamo la nostra buona dose di teste di cazzo, da chi vende i mobili (mo-bi-li, mica caramelle) e non accetta le carte di credito a chi vive allo stato brado in una casa che non è nemmeno sua.
Paese che vai…

Get a life!

Il mio impatto con il nuovo mondo teutonico è per forza di cose l’argomento principe di queste pagine, ultimamente.
Me ne dispiaccio, perchè mi piaceva avere un blog che parlasse un po’ di tutto, però lo stravolgimento avvenuto nella mia vita negli ultimi quindici giorni è troppo grande ed importante perchè non sia costantemente al centro dei miei pensieri.
Ad essere onesti avrei anche potuto/voluto scrivere un post di musica, ma dei due dischi di cui volevo parlare ho già detto tutto altrove, per la precisione qui e qui, rendendo un post in merito ridondante e, di conseguenza, superfluo.
Così, che piaccia o meno, ho deciso di dare sfogo a una riflessione che ho iniziato a maturare sin dal mio arrivo e che, in questi giorni di “festa”, è tornata di tremenda attualità.
C’è qualcosa di sbagliato nel modo che hanno qui (e nel mondo, a questo punto) di intendere il mio lavoro o sono io che ne ho un’idea scorretta?
Spiego meglio.
Nel laboratorio dove sono ora ospite in attesa che il mio reale posto di lavoro venga pronto, ci sono un sacco di ragazzi provenienti da altrettanti, o quasi, posti differenti. Ci sono australiani, canadesi, greci, indiani e tedeschi di ogni regione. Gente che più o meno orbita in una fascia di età compresa tra i venticinque ed i trenta, miei coetanei insomma, e che ha le più diverse situazioni familiari e personali: sposati con figli, sposati senza figli, sinlge, conviventi ed ancora residenti con i genitori. Insomma, è un ambiente senza dubbio eterogeneo. Ciò che contraddistingue ognuno di loro però, è l’onnipresenza in laboratorio. A qualunque ora io arrivi al mattino, loro sono qui e a qualunque ora io me ne vada, loro ci sono ancora. Tutti i giorni, feriali o festivi che siano. Certo non sono solito fare l’appello e quindi questo discorso potrebbe valere più per alcuni che per altri, ma in generale è così.
Neanche a dirlo, io di vivere in questo modo, non ho la minima idea.
Per quel che mi riguarda gli interessi importanti sono tutti all’esterno dell’ambiente di lavoro e sono già fin troppi rispetto al tempo che avrei a disposizione facendo le mie classiche otto ore al giorno.
La cosa triste è che, scrivendo tutto questo, mi sento in dovere di giustificarmi come se avessi scritto che “non voglio lavorare”. Sono arrivato al punto di sentirmi colpevolizzato nel dire che non vorrei lavorare più di quel che è necessario. Cazzo, è ridicolo. Chi mi conosce sa bene che non sono certo il tipo che parte con il conto alla rovescia delle ore quando inizia al mattino. Faccio quel che devo nel tempo che ci metto e se capita di metterci di più di otto ore, beh, mi fermo e finisco.
Io però non programmo in partenza la mia giornata su dodici ore nè la mia settimana su sette giorni, come vedo fare a tantissimi qui.
Se una cosa posso farla Lunedì non la programmo per Sabato ed uso il week end per lavorare solo se è estremamente necessario. Non mi pare di dire nulla di insensato, eppure posso garantire che qui nessuno la vede così.
Il problema è che con questo contorno è un attimo passare per quello che cazzeggia, visto che la mole di quanto produco io con le mie tempistiche normali non sarà mai pari a quella prodotta da chi, ridendo e scherzando, lavora il 50% del tempo in più.
Riflettendoci mi seccherebbe dover mollare un lavoro che mi piace solo perchè non ho intenzione di dedicargli TUTTA la mia vita, almeno fino a che qualcuno mi dimostrerà che ne avrò altre a disposizione da dedicare al resto dei miei interessi.
Discorso analogo vale per la facilità che ha questa gente nel saltare da un posto all’altro. Per quello che mi riguarda quest’anno sarà un’esperienza da mettere a curriculum ed un esperienza di vita, non lo standard da qui ai prossimi trent’anni. Non sono disposto a continuare a ricostruirmi una vita ogni tre, quattro anni saltando di laboratorio in laboratorio per ottenere una carriera sfavillante da cui, a conti fatti, già ora sento non trarrò nulla se non rimpianti su quanto mi è costata.
Io ho degli amici, delle persone con cui mi piace stare con cui ho condiviso tanto e spero di condividere ancora di più. Non ci penso nemmeno a passare un’esistenza fatta di conoscenze che vanno e vengono, per quanto simpatiche possano essere. Idem per quel che riguarda i miei genitori. Se fare carriera nella scienza vuol dire rinunciare a tutto questo, senza nemmeno pensarci su rispondo: “No, grazie” e vado a fare altro.
Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare.
Magari tutte queste riflessioni sono solo frutto di una prima, erronea impressione, ma non credo. Inizio a pensare che quest’anno sarà l’ultimo in cui potrò fare questo lavoro se non vorrò scendere a questi compromessi.
Vabbè, ora vado a finire l’esperimento che sto facendo.
Sì ho scritto dal lavoro.
Sì forse sono un fancazzista.
Oggi, ieri e Venerdì qui però è stata festa nazionale.
Ed io sono stato in laboratorio.

Precisazione d’obbligo: nessuno mi ha detto che non lavoro e non sono stato licenziato. Almeno per il momento. Trattasi di riflessioni.

Der Anfang – l’inizio

Il primo approccio con la vita da emigrante non è stato più di tanto traumatico. Inutile nascondersi dietro ad un dito, l’essere in due ha sicuramente aiutato moltissimo il primo processo di adattamento e non è certo mia intenzione negarlo. La cosa che però vorrei sottolineare è che ormai il mondo sia veramente piccolissimo. A meno di quarantotto ore dal mio arrivo qui a Colonia gran parte delle mie abitudini è già ripresa, non solo grazie al lavoro, ma anche grazie al fatto che ho già la possibilità di connettermi ad internet nella mia piccola, ma funzionale casina*. Questo mi ha permesso non solo di contattare più o meno tutti coloro che ho lasciato in Italia, ma anche di dedicarmi ai miei interessi esattamente come non mi fossi mai spostato di 900 km verso nord.
In questo clima di “quotidianità illesa” mi sono quindi semplicemente dovuto inoltrare nei meandri della burocrazia locale, scoprendo che in realtà “tutto il mondo è paese”. Oggi infatti mi sono recato all’ufficio immigrazione per richiedere il famigerato Anmeldung, ovvero l’iscrizione ai registri di Colonia come domiciliato in loco. Inutile dire che all’ufficio immigrazione parlassero tutti solo ed esclusivamente tedesco. E’ stato divertente. Uscito di lì vittorioso ho deciso di provare a sfidare anche l’ufficio trasporti, dove ho comprato un abbonamento mensile alla modica cifra di 72 euri. In questo ha giocato un ruolo determinante la presenza della Polly, visto che qui in Germania i controllori non esistono e che l’Italiano, si sa, tende a non pagare. Anche ai trasporti trovare uno sportellista che parlasse inglese non è stata roba da poco, ma alla fine lì una signora che almeno lo capiva e lo parlucchiava c’era e quindi tutto si è risolto con estrema facilità. Ora resta da aprire un conto in banca, cosa per cui ho preso appuntamento Venerdì mattina. Anche in banca però nessuno (!) parla inglese e ci dovrò andare con Casi, uno dei ragazzi tedeschi che conosco, da usare come traduttore. Non so come la prenderà il garante della privacy tedesco, se ne hanno uno. A questo punto mi chiedo perchè quando mi è capitato di chiedere informazioni in giro da queste parti tutti sapessero sempre almeno capire l’inglese, mentre dietro ad uno sportello non ci sia mai nessuno in grado di fare altrettanto. Forse non sapere l’inglese da punti in più per l’assunzione in posti a contatto con il prossimo. Mi documenterò.
Forte di questa mia prima esperienza e dei miei innumerevoli e, credo, inevitabili parallelismi “Italia-Germania” ho deciso di creare due nuove categorie per questo Blog. Trattasi de “L’Italia è una merda.”, che si spiega da sola, e de “L’Italia è una merda, ma…” che in fin dei conti fa altrettanto.
In questi due giorni ho già fatto alcune scoperte sugli usi e costumi locali. So, ad esempio, che in qualunque panino imbottito i tedeschi mettono burro spalmato e maionese a meno che tu li convinca che le tue coronarie ne farebbero volentieri a meno, operazione per altro non facile. Ho scoperto che lo stipendio viene pagato in anticipo ad inizio mese e non alla fine, come logico se si pensa che il lavoratore l’affitto, il mutuo o anche semplicemente il pranzo non se lo può pagare il 27. Ho imparato che anche in Germania l’ufficio tecnico di un istituto di ricerca pubblico tende, se lasciato agire indisturbato, a fare le cose un po’ a cazzo di cane, ma va riconosciuto che qui almeno c’è chi prova a non lasciarlo agire indisturbato. Insomma, in soli due giorni ho già colto diversi aspetti di quella che sarà la mia vita futura e questo è un bene visto che, fino a prova contraria, mi toccherà integrarmi.
L’ultima cosa di cui voglio scrivere è la mia prontissima capacità di costruire progetti e situazioni anche disinserito dal mio abituale territorio d’azione.
Essere a Köln potrebbe risultare ottimo alla luce di quanto segue:

– In poco più di tre ore e con circa 29 euro posso recarmi a Parigi in treno. Con 19 euro e meno di 2 ore a Bruxelles. In un’ora soltanto a Bruges. Opportunità queste, che intendo sfruttare al 100% fin da Marzo quando credo/spero farò un paio di giorni nella capitale francese.
– Da Giovedì prossimo per 6 giorni interi tutta la città sarà in preda al carnevale più chiassoso, etilico e promisquo della terra. Sì, della terra, che se ne facciano una ragione i brasiliani.
– Il 18 Febbraio, appena finito il carnevale, potrò avere il mio primo contatto con la musica live locale andando a sentire il set acustico di Joey Cape e Tony Sly.
– L’11 Marzo potrei coronare il sogno di una vita andando a sentire Scooter. Harder, Faster, Scooter. Delirio.
Il 17 Aprile, se troverò i biglietti (cosa che mi dicono non facile), alle 15.30 potrò assistere alla sfida tra F.C. Köln e la mia squadra del cuore tedesca, ovvero il VFL Bochum. Ideale sarebbe farlo nel settore ospiti, tra i ragazzi, ma sarà dura.

A conti fatti ce la sto mettendo tutta per trarre il meglio da questa esperienza.
Certo i momenti duri devono ancora venire.
Venerdì ad esempio non sarà facile accettare di non poter sorseggiare un’ottima Bulldog al Tirna.

*Si prega di non tenere ricevimenti o feste da ballo.