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Riflessioni

Cose di cui ho pieni i coglioni

L’idea era di stilare una lista piuttosto lunga di robe per giustificare un post in cui mi lamento essenzialmente della merda di vita a cui ti costringe il precariato. E non per un discorso di soldi, diritti sociali, prospettive, certezze e tutte quelle altre robe di cui si sente e si legge di continuo.
Cioè, non solo per quello o quantomeno non principalmente.
La rottura di cazzo è trovarti, ciclicamente, a dover ricominciare da capo.
Anche se ti confermano, anche se ti rinnovano, è solo l’inizio di una nuova telenovela.
Che sì è stimolante, adrenalinico e potenzialmente fighissimo, non fosse che solitamente lo definisce tale chi non vive la questione se non per scelta sua. E allora grazie al cazzo. Anche io, in quelle condizioni, sarei facilmente della stessa opinione.
E parlo chiaramente al condizionale perchè non ne ho mezza idea di come ragionerei fuori dal precariato, non essendoci mai stato.
Ad ogni modo avrei voluto scrivere una lunga lista per camuffare questo sfogo all’interno di mille e più cose fastidiose, ma di getto l’unico altro punto che mi è venuto in mente oltre alla questione di cui sopra sono le donne che guidano i SUV.
Che comunque mi stanno molto meno in culo della mia attuale situazione lavorativa.
Cosa che dovrebbe dare una misura al tutto.

Gravity

NOTA: l’articolo sottostante come sempre potrebbe contenere SPOILER. Per una volta, tuttavia, non esiste rivelazione in grado di impattare sulla resa del film stesso. Manco se copiaincollassi qui sotto l’intero script. Io, comunque, allerto.

Gravity è un film con dei personaggi osceni e questo è un fatto. Voglio dire, sono due e non so quale sia scritto peggio. Clooney interpreta un veterano dello spazio che approccia le disavventure (eufemismo) in corso con la carica emotiva di un cyborg, rendendosi a dir poco implausibile. La Bullock, che comunque tira fuori un’interpretazione inaspettata, veste i panni di una scienziata che per carico di sfiga farebbe passare Pollyanna per Gastone. Come se servisse caricare di drammaticità un personaggio che si trova in orbita e con la merda alle orecchie. Sotto questo aspetto, non vedevo un prodotto fatto peggio da tempo immemore.
La cosa figa è che di tutto questo non me n’è fregato un cazzo di niente.
Sono uscito dalla sala Energia dell’Arcadia di Melzo e l’unica cosa che sono riuscito a dire di Gravity è stata: “MADONNA.DI.DIO.”.
Reiteratamente.
C’è troppa potenza visiva in un film come questo per stare a parlare di inezie come il plot o la caratterizzazione dei protagonisti. Qui si sta definendo il concetto alla base del cinema: la forza sta nell’impatto delle immagini su chi le guarda. Un po’ quel che fa “The tree of life”, ma senza dare l’impressione di stare guardando uno screen saver (cit.). Cuaròn, che per me prima di un’ora fa era un perfetto sconosciuto, genera lunghissimi piani sequenza che non possono che lasciare estasiati. Quando non succede nulla si sta a bocca aperta ammaliati dalla bellezza del paesaggio illustrato, che ha oltretutto l’enorme valore aggiunto di essere completamente reale e quindi cento volte più affascinante delle isole volanti dell’Avatar di Cameron. Quando invece scoppiano i casini, trasportano lo spettatore dentro gli avvenimenti, costruendo una tensione così reale da dare l’impressione che l’ossigeno, oltre che nelle tute degli astronauti, si stia esaurendo anche in sala. Io ho visto tutto in 3D, cosa che tendenzialmente non sopporto, ma se esiste un prodotto per cui valga la pena inforcare gli occhialini, questo è proprio Gravity.
E’ un film che parla dell’uomo (e della donna) in balia degli elementi. Tutti gli elementi, mica che il messaggio non arrivi. E parla anche dell’uomo (e della donna) in balia di se stessi. Riducendo la trama all’osso, tutto già visto e già sentito in almeno centomila occasioni. Se uno ci si approccia aspettandosi qualcosa di rivoluzionario sul piano concettuale, rischia di restare deluso.
Io avevo grandissime aspettative e, in sincerità, non le ho trovate disattese.
Per me film dell’anno.
E ha anche una colonna sonora strepitosa.
“Eh, ma i suoni nello spazio non…”
Mavaffanculo.

In ritardo, su Breaking Bad

A una settimana dalla chiusura dello show, mi pare giusto e doveroso scrivere qualcosa su questa serie TV che, come spesso accade al sottoscritto, mi sono ritrovato a recuperare in fretta e furia dopo un abbandono decisamente troppo prematuro. Capitò la stessa cosa con Lost e Fringe, per dire, quindi ormai si potrebbe concludere che il mio bocciare una serie agli esordi sia sinonimo della sua qualità.
Perchè sì, Breaking Bad è veramente un grandissimo show.
Partiamo però dal principio. Io avevo mollato la serie all’episodio 4 della prima stagione essenzialmente per due motivi: 1) la serie mi prendeva veramente molto male. Tutta la parte sul cancro, il dramma di Walt e della sua famiglia, mi risultava poco digeribile per un qualcosa da cui cerco, essenzialmente, intrattenimento 2) avevo trovato alcune scelte di regia e sceneggiatura eccessive, quasi caricaturali, e questa cosa non mi permetteva di godermi lo spettacolo. A differenza di altri casi citati in precedenza, oggi non mi sento di rinnegare queste valutazioni iniziali. Se il primo problema però si riaggiusta quasi subito e l’eccesso di dramma iniziale serva effettivamente a definire dei personaggi credibili per poi procedere nella narrazione dando per assodato o quasi quel concetto, il secondo aspetto negativo invece si trascina a lungo. Fino alla terza stagione, direi. Scene come quella delle visioni di Jesse in preda alla droga e personaggi come quello di Tuco sono cose che, per il mio palato, vanno oltre e sconfinano nel NO. Per questo, non fosse stato per una regia ed una fotografia sublimi e un plot veramente solido, avrei potuto mollare di nuovo anche in questo secondo tentativo di recupero. Fino alla terza stagione la serie mi è piaciucchiata senza eccessi e se ho continuato nella visione è solo per auto imposizione. Volevo avere un quadro completo di qualcosa che a tutti, davvero tutti, piaceva così tanto.
Con la terza stagione però i difetti scompaiono, almeno ai miei occhi, e la trama diventa un vortice da cui è impossibile staccarsi. La regia resta eccellente, ispirata e a tratti clamorosa. La fotografia rimane sublime. I personaggi, già egregiamente delineati, acquisiscono uno spessore enorme e diventano, in sostanza, il punto davvero forte dello show. Mai nessuna serie, a parer mio, ha avuto protagonisti così complessi, sfaccettati e ben caratterizzati. E con protagonisti non intendo solo Jesse e Walt, ma proprio tutti i personaggi ricorrenti nelle cinque stagioni. Skyler, Marie, Hank, Gus, Mike, Saul ma pure gente di contorno come Ted, Jane, gli amici di Jesse e i vari ingranaggi nel meccanismo criminale di Heisenberg risultano assolutamente credibili e mai monodimensionali. La cura per i personaggi vista in Breaking Bad credo sia unica e attualmente inarrivabile per qualsiasi altro show.
Detto dei personaggi, della regia e della fotografia, ci sono ancora due aspetti a rendere questa serie di altissimo livello. Il primo è la scelta musicale, cosa che nei tantissimi post/articoli/whatever che si trovano in giro per la rete e che tessono le lodi dello show non viene mai sottolineata a sufficienza. Breaking Bad ha una colonna sonora da paura, ma soprattutto azzecca sempre tutte le scelte. Non basta avere grandi pezzi a disposizione, bisogna saperli collocare e qui non si sbaglia un colpo. Mai. Potrei fare mille esempi, ma ne porto uno su tutti: [SPOILER] la conclusione [/SPOILER]. Per il sottoscritto siamo ai livelli del finale di Fight Club, come resa e impatto emotivo. E per il sottoscritto l’ultima scena di Fight Club è la miglior sequenza finale mai realizzata nella storia del cinema.
Il secondo aspetto di cui ancora è necessario parlare è il plot. Nel farlo potrei inserire qualche SPOILER. Breaking Bad ha una trama solida, ben concatenata, sviluppata dall’inizio alla fine con coerenza e senza buchi, facilonerie e deus ex machina. Anche sotto questo aspetto c’è stata una tale attenzione da parte degli sceneggiatori da dare al tutto una complessità notevole senza lasciare però nulla di intentato. Ogni riferimento è voluto, ogni questione spiegata, ogni linea narrativa portata a compimento con precisione. Poi le scelte possono come sempre piacere o meno, ma tutto torna e fila e questo è IMPORTANTE. Anche qui si potrebbero fare mille esempi, ma ne porto uno completamente ininfluente che però mi ha colpito molto. Gli autori infilano una discussione di minuti tra Jesse e Badger riguardo una pizzeria che sceglie di non tagliare le pizze e lo fanno per giustificare una scena, questa, completamente inutile. Questo è avere cura dei dettagli, siano questi cruciali o marginali. Inoltre, vedendo le cinque stagioni di Breaking Bad, non si ha mai l’impressione non fosse tutto stabilito dal principio. La lunghezza della serie, il numero degli episodi, lo svolgersi degli avvenimenti pare tutto andare come stabilito. Gli autori non danno mai l’impressione di voler allungare il brodo o di non sapere dove andare a parare. Tutto quel che fa parte di queste cinque stagioni è utile e ha un suo senso nella complessità dell’opera.
Ecco, per tutte queste ragioni Breaking Bad è una delle serie meglio pensate, realizzate e mandate in onda di sempre. Poi può piacere più o meno di altre, ma questo esula dal suo valore qualitativo. Io stesso le preferisco altri show, passati e presenti, ma nessuno di questi è fatto meglio. Nessuno.
Chiudo con un’ultima nota. Vedendo i vari episodi e le varie stagioni, credo Breaking Bad sia il prodotto filmico più vicino a Gran Theft Auto mai realizzato. Molte delle trame e delle avventure dei protagonisti potrebbero essere missioni di un qualsiasi episodio del gioco e molti dei personaggi della serie non sfigurerebbero nella saga videoludica della Rockstar. Per me questo è un ulteriore, enorme, valore aggiunto.
Alla fine ho scritto un post su Breaking Bad praticamente senza SPOILER (almeno mi sembra, prima di rileggere), quindi almeno in coda qualcosa la voglio dire. Per me non ci sarebbe potuto essere finale migliore. E’ vero, “Ozymandias” avrebbe potuto chiudere tutto senza che nessuno avesse da ridire e, anzi, resta uno degli episodi più belli di sempre. Più ancora del finale vero e proprio. Però, per come sono fatto io, “Felina” è stato la conclusione perfetta.

Dexter

Domenica si è conclusa l’ottava ed ultima stagione di Dexter, uno dei pochi esempi di serie che ho seguito fin da subito e non arrivandoci in clamoroso ritardo spronato dall’internet come invece mi capita nella maggior parte dei casi. Per parlarne ho deciso di rendere omaggio al miglior sito cinematografico di tutti i tempi e quindi inizierò la recensione così: SIGLA.

Razor Burn by Lagwagon on Grooveshark

C’era una volta una bellissima serie, originale, cupa, impregnata di umorismo nero e con quel pizzico di critica sociale che non guasta mai. Si intitolava Dexter ed è durata 12 episodi. In seguito al clamoroso e meritatissimo successo di questo mini capolavoro a puntate la Showtime ha deciso di creare una seconda serie a cui ha dato lo stesso titolo unicamente per gabbare i telespettatori. Ne sono nate sette stagioni che, al netto di diversi alti e bassi, hanno saputo mantenere alto l’hype del pubblico nei confronti dei protagonisti. Che, al netto di ulteriori alti e bassi, son sempre stati due: Dexter e sua sorella Debra.
Il trucco usato dagli sceneggiatori dello show per mungere la vacca ad oltranza è stato quello di dare ad ogni stagione un suo arco narrativo compiuto, autoconclusivo e completamente scollegato dal pre e dal poi. Bolle temporali assolutamente non comunicanti che illustrano l’esistenza di un assassino seriale che vive a Miami la sua vita fatta di immagini di facciata e impellente ed incessante desiderio di uccidere. Ecco, forse incessante no, ma a questo ci arriviamo dopo. Questa strategia, che come detto da la possibilità di protrarre le stagioni fino a che ci sia da guadagnarci qualcosa, non è di per se stessa necessariamente fallimentare, ma va gestita come si deve. In alcuni casi questo è stato fatto abbastanza bene (penso alla stagione 1* e alla stagione 2*), ma con l’andare del tempo gli sceneggiatori ne hanno completamente perso il controllo. Il danno, in questi termini, è stato il finale della stagione 3*, quella del Trinity Killer.
[NOTA: DA QUI IN AVANTI INSERIRO’ SPOILER DI OGNI GENERE E TIPO LIKE THERE IS NO TOMORROW.]
Con la morte di Rita infatti si sarebbe potuto dare il via ad una serialità vera, con una trama orizzontale grossa e strutturata, incentrata in sostanza sulla figura di Dexter, sulla sua inconciliabilità con la società circostante, sulla sua impossibilità a costruire legami e sul crollo dell’illusione di poter essere sia “a perfect psychopath” che “a family guy”. Quale si sarebbe deciso essere l’esito di tale percorso, lo si sarebbe potuto costruire bene e con tutta calma. Credo sia sotto gli occhi di tutti che così non è stato.
L’impressione che ho avuto, da spettatore ignaro delle questioni legate alla gestione dello show, è che non è mai stato chiaro quando si sarebbe staccata la spina. Ogni stagione, a partire dalla 4*, è stata costruita con una scena conclusiva che fino all’ultimo sarebbe potuta passare da finale a FINALE. Debra che scopre/non scopre i giustizieri e li lascia andare, Debra che scopre Dexter, Debra che uccide LaGuerta. Cambiando qualche fotogramma ad ognuno di questi episodi, si sarebbe potuta avere una conclusione ad effetto che avrebbe chiuso lo show in maniera onesta. Assodata la non volontà di costruire un finale nel corso delle stagioni, crearne uno dal nulla resta l’unica opzione e anche in questo caso non è detto debba essere per forza sbagliata. Se Debra avesse sparato a Dex in una delle tre circostanze citate, staremmo parlando di una scelta ampiamente pronosticabile, ma tutto sommato coerente. Per quanto mi riguarda, la morte di Dexter ucciso da Debra è sempre stato l’unico finale da prendere in considerazione. Essendosi però bruciati questa opzione non una, non due, ma ben tre volte, gli autori hanno deciso di stravolgere tutto e creare qualcosa di insospettabile.
Dex che uccide Debra è, a conti fatti, un finale che nessuno poteva certo aspettarsi.
Io però mi devo essere perso il momento in cui “imprevedibile” è diventato sinonimo di “figo”. Perchè è ovvio che se scrivi un bel finale che è anche imprevedibile c’è del valore aggiunto, ma il non essere pronosticabile, da solo, non conta nulla. Se avessero chiuso con uno sbarco alieno su Miami e la desertificazione della città tutta ad opera dei Venusiani sarebbe stato un finalone a sorpresa, ma da lì a dire bello credo ce ne passi. [INCISO] Questo vale per tutte le serie ad eccezione di Game of Thrones, dove un finale in cui arrivano le locuste e devastano tutto è l’unico auspicabile.[/INCISO]
Spesso si legge che la conclusione conta poco e che l’importante sia il viaggio. Anche a volerla vedere così, però, ci sarebbe da sbattere la testa contro il muro. L’ottava stagione di Dexter presenta infatti non solo gli archi narrativi più inutili e senza senso mai presentati dallo show, sviluppati spesso su personaggi che dire irrilevanti è far loro un complimento, ma anche alcune delle scene peggio girate della storia delle televisione. E per un prodotto esteticamente curato come Dexter, questo forse è stato il peggior scivolone possibile. Il messaggio che ne ho tratto, seguendo i dodici episodi finali della serie, è che quello che avrebbe portato alla conclusione non avrebbe avuto la minima importanza: si sarebbe trattato di semplici riempitivi in vista della scena finale. E allora, per non far sì che lo spettatore si fermasse a riflettere su quanto privo di senso fosse ciò che stava guardando, gli autori hanno tentato (fallendo) di sovraccaricare il tutto di storie, personaggi e situazioni utili solo a creare distrazione. Per di più, hanno deciso di farlo trascurando qual si voglia logica o coerenza. Dexter che cambia natura, Deb che ogni 45 minuti resetta il cervello e diventa una persona nuova, la polizia di Miami addirittura più stupida del solito. Quindi sì, può spiacere dirlo, ma l’ultima stagione di Dexter è una merdata fotonica senza precedenti. A pensarci bene, però, chiude una serie che anche nei momenti più alti non è mai stata nemmeno vicina al capolavoro cui si è ispirata.
Certo, un modo per rendere accettabile il season finale ci sarebbe stato: dissolvenza in nero e la scritta “DAMON LINDELOF PUPPACI LA FAVA”.

PS: Questa review è volutamente Hannah McKay free.
PPS: Ora posso dirlo, io amavo il personaggio di Quinn.

La pelle d’oca spessa così

Every moment can’t remain and every life won’t stay the same.
With time comes a layer of rust and our bones will turn to dust.
Everyone will fall away and every season is built on change.
With time the paint will peel and all sense will lose it’s feel.
Every cloth will start to fray and every night will become day.
With time a mold will form and what’s cold can become warm.
Every love can’t always stay and the dead will soon decay.
With time we’ll all be gone but how you lived can live on.

Scie chimiche

Il Milan ha comprato Matri, pagandolo 12 milioni di euro.
Alessandro Matri.
DODICI MILIONI DI EURO.
Balotelli, a Gennaio, è costato 20 milioni. Tevez, appena preso dalla stessa Juve, è costato 12.
Il Milan a Ottobre tornerà ad avere Pazzini a disposizione.
Pazzini è costato 7 milioni di euro più Cassano.
Pazzini e Matri sono costati più di Balotelli.
E sono completamente ridondanti l’uno per l’altro.
A detta di chiunque, il milan ha grossi problemi in difesa e un centrocampo modesto.
Il milan ha comprato una punta.
Una prima punta che aveva già, ma non voglio ripetermi, quindi andiamo oltre.
Il Milan ha venduto Boateng in Germania, per 10 milioni di euro.
Boateng, dopo una prima annata da amore vero effettivamente indolente e irritante, era un centrocampista.
Offensivo, con velleità di trequartista, ma tutto sommato abbastanza polivalente e se vogliamo duttile.
Per sostituirlo si parla di Kakà, fino a prova contraria un ex calciatore che anche al massimo splendore copre un solo ruolo e comunque in attacco, e Honda, un semi-sconosciuto che non ha mercato e che in ogni caso gioca dalla tre quarti in avanti.
Veniamo alla difesa, che come detto è parecchio scarsa.
E’ stato inserito in rosa Silvestre.
Silvestre è stato scartato dall’Inter, dove gli giocava davanti Jesus.
Questo può voler comunque dire poco, capita di non inserirsi, però da quando è in rossonero non ha visto mai il campo.
Ora gli gioca davanti Zapata.
Zapata giocava in serie B in Spagna.
Questi sono FATTI.
E allora dopo un po’ a uno viene da pensare che se in una situazione del genere vai a comprare Matri, strapagandolo, le ragioni sono tutto fuorchè calcistiche. C’è qualcosa sotto. Per forza. Non ci possono essere altre spiegazioni. Non ha senso dare soldi alla Juve per rafforzarla e toglierle un problema dallo spogliatoio. Non ha senso accollarsi lo stipendio di Matri e dare a Marotta (NdM: Dove cazzo guarda Marotta?) i soldi per comprare Tevez. Vuol dire lavorare per la Juve, che di questo passo di scudetti ne vincerà altri trenta.
La faccenda puzza, parecchio. E puzza anche che il Milan possa permettersi anno dopo anno di muoversi male sul mercato conscio che tanto in Champions ci arriva sempre. Per meriti suoi, demeriti altrui o spinto a calci in culo dal palazzo. Chiedere a Firenze.
Alla fine a tutti fa comodo che in Champions ci vada il Milan, soprattutto alla Lega e alla Uefa.
Le partite del Milan le vendi nel mondo.
Quelle della Fiorentina le vendi molto meno.
Perchè ormai che contano sono i diritti TV e gli sponsor.
Servono le partite di cartello.
Tipo Milan-Barcellona.
Tipo eh.


* Omaggio a Federica Nargi, compagna di Alessandro Matri. Via la Satta per la Nargi, per me c’abbiam perso pure da quel punto di vista.

A un amico

La vita è fatta di momenti.
Se ti fermi a pensarci sopra, te ne passa davanti agli occhi una serie sterminata in pochi secondi.
Alcuni ti strappano un sorriso, altri magari una lacrima, ma sono tutti lì e tutti ugualmente unici. E certo, c’è n’è qualcuno più importante di altri, ma a costo di fare a cazzotti con la dottrina inculcataci da anni di Max Pezzali c’è da rendersi conto che il sale di tutto sta in quello che verrà, non in quello che è stato.
Perchè altrimenti uno la mattina neanche si alza.
Per quanto si sia girato e si siano visti posti magnifici, il viaggio più bello è quello che dobbiamo ancora fare.
Sempre.

Rientro

Rientrato da una settimana, questo sarebbe il tempo di scrivere due righe sul viaggio da poco concluso, ma non ne ho tanta voglia.
Ho fatto il classico reportino del tour di Maui, che sta come tutti gli altri nella sezione itinerari. Ci sono anche delle foto, ma fanno cagare. Manq che fotografa le Hawaii è un fail clamoroso. Tipo quelli che hanno vestito Bar Rafaeli a Sanremo e l’han fatta sembrare un cesso.
Con le foto di NYC è andata un po’ meglio, ma credo sia anche e soprattutto perchè ho optato per la tecnica Jay Z, ovvero il bianco e nero. Il punto era che a New York ero già stato e le cose che mi erano piaciute le avevo tutte già fotografate. Sto giro le ho ovviamente fotografate di nuovo, ma ripubblicare gli scatti mi faceva tristezza.
E basta, non c’è molto altro da dire. Ho ascoltato i dischi che mi avevano consigliato, apprezzandone ben pochi. Jets to Brazil bello, Halestorm divertente nella misura in cui può esserlo un disco di Pink suonato da dei metallari (quindi a volte tanto), Godspeed you, Black Emperor! a tratti interessanti, Mogwai quasi sempre noioserrimi, Thee Silver Mt. Zion ecc… mi son sembrati una roba vicinissima a certi Brand New in certi punti e lì li ho apprezzati, Mikal Cronin carino. Il resto semplicemente non mi ha convinto o non mi è piaciuto o non fa per me (come se fossero tre cose differenti). Potrei non aver ascoltato tutto, ad onor del vero, ma se ho saltato qualcosa non è molto.
That’s it.
Ah no, dimenticavo.
Sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Forse non era la nipote di Mubarak.

Tutto quello che vi stanno nascondendo dell’inciucio PD-PdL

Sento crescere forte è chiara la necessità del web di conoscere la mia posizione in merito al nuovo governo Letta, quello che i più accaniti antagonisti del superlativo assoluto definiscono “governissimo”. Conscio di questa richiesta e spinto dal mio proverbiale senso del dovere, ho deciso di scriverci due righe sopra.
Il titolo che ho scelto mi è stato suggerito da diversi esperti di marketing e scie chimiche e dovrebbe garantire al post incalcolabili visualizzazioni. Io tuttavia sento il bisogno di scusarmene, anche se devo riconoscere abbia centrato in pieno il nocciolo della questione.
E’ infatti impossibile parlare del neonato governo Letta senza partire dall’alleanza PD-PdL su cui questo si fonda e che verrà tramandata ai posteri col termine tecnico di inciucione. Se la domanda fosse: “Sei favorevole all’accordo?”, la risposta, ça va sans dire, sarebbe “NO!”. Credo tuttavia ci siano un sacco di elementi che andrebbero considerati nel valutare questa cosa e non tutti sono, a mio modo di vedere, completamente negativi.
Partiamo dal principio, ovvero dal risultato elettorale. “Previously on Italian politics…”, per dirla alla HBO, abbiamo assistito all’arrivo appaiato di tre forze politiche equidistanti tra loro. Nessuna delle tre aveva i numeri per governare da sola e nessuna combinazione mostrava più punti in comune che punti di forte dissenso. Al PD, primo al fotofinish, il non facile compito di tirar fuori qualcosa dalla situazione. Ci ha provato e, come ovvio, ha cappellato.
I temi condivisi col M5S imponevano di provare a partire da lì, ma l’attaccamento di una parte del patito allo status quo unito all’atteggiamento autistico del MoVimento hanno reso di fatto impossibile la cosa. Grida assoluta vendetta la questione Prodi coi suoi 101 franchi tiratori, ma analizzandola a livello politico, anche in caso di successo dell’operazione, si sarebbe trattato di un gesto il cui unico risultato sarebbe stato scavare un solco con le altre due forze politiche, rendendo di fatto impossibile qual si voglia opzione di governo.
Si sarebbe dovuto quindi andare a votare, dopo pochi mesi, sperando in un radicale cambio dei risultati (tutto da dimostrare, a meno che ci sia ancora chi crede ai sondaggisti), ma costringendo il Paese ad allungare la sua fase di immobilismo, in un periodo che, insomma, non consente troppo margine d’attesa. Lo so, sta cosa la dice Renzi di continuo tipo disco e suona retorica, ma lui sostiene la linea “Governo oppure voto”, mentre qui sto dicendo che il voto non sarebbe andato bene. Leggete prima di cagare il cazzo. Grazie.
Io quindi tifavo, e tifo tutt’ora, per un governo che possa fare qualcosa subito. Avrei preferito un governo ad interim PD-M5S, come detto svariate volte in passato, ma non s’è fatto. Che alternativa resta, quindi? Quella più orribile e schifosa, ideologicamente parlando. Mi fa incazzare la premeditazione di una parte consistente del PD verso questa soluzione? Di brutto. Ha pesato così tanto? Secondo me no, perchè con Grillo non ci sono mai stati presupposti concreti. Quindi io sono assolutamente favorevole a Civati quando dice che i 101 devono venire fuori, perchè il loro comportamento è inqualificabile, ma ritengo gli si stiano dando colpe/meriti di cui, in tutta franchezza, non sono responsabili se non in parte.
Analizzate le premesse, eccoci quindi giunti alla disamina della situazione attuale.
SeL, stabilita l’alleanza col PdL, ha immediatamente mollato la coalizione schierandosi all’opposizione. Ci sta, per carità, dopo una campagna elettorale il cui unico punto è stato “mai col PdL”. Ora però mi aspetto che la cosa si concretizzi in un’opposizione per una volta sensata. Il PD aveva un programma (giuro, a cercarlo bene lo si trovava in giro) ed è lecito aspettarsi che Letta porti avanti alcuni di questi punti col suo nuovo esecutivo. Ecco, su queste questioni il NO ideologico mi farebbe ampiamente girare il cazzo, per dirla con un francesismo. Idem per quanto riguarda le frange “dissidenti” interne al PD, anche se non mi pare molto coerente additare chi non vota Prodi e poi non appoggiare un Governo che il partito, a maggioranza, ha scelto di appoggiare. C’è una differenza in termini di trasparenza che va riconosciuta, ma all’atto pratico non cambia un cazzo.
Ad essere onesto e maligno ci vedo pure un filino di dolo, o quantomeno di “messaggio auto-promozionale”, nel distaccarsi da una linea che sta evidentemente scontentando la base (vedi #occupyPD) e continuare a sbandierarlo ai quattro venti. Prendo sempre d’esempio Civati. La contrarietà all’inciucio era nota e la si è ribadita. Io, Manq, avrei apprezzato molto di più un NO secco e reiterato a questo tipo di politica, ma, una volta presa coscienza della decisione del partito, la sottoscrizione della stessa pur nell’esplicito disaccordo. Invece mi è parso di vedere un po’ troppo senno del poi nelle disamine del buon Pippo, condito da quel prendere sempre le distanze da qual si voglia responsabilità, e questa cosa non l’ho particolarmente gradita.
Poi oh (e chiudo la polemica giuro), Civati quando dice “per quanto mi riguarda, cancellare l’Imu ai benestanti, in questo momento, è più o meno folle” dovrebbe anche spiegare chi siano per lui i benestanti. Perchè se ne può discutere, certo, ma visto che l’ultima volta che gli ho parlato i suoi cinquemila euro di stipendio (al netto di duemila di spese di lavoro a quanto pare non rimborsabili e altri duemila devoluti al partito) non erano poi “sta cifra esorbitante”, forse c’è un gap di comunicazione che mi impedisce di capire a chi faccia riferimento.
Comunque sia, il risultato è che abbiamo un Governo (fiducia del Senato confermata poco fa), che è cosa a mio parere buona.
Ci sono facce che mi piacciono e facce che non mi piacciono, ruoli centrati e ruoli sulla carta affidati più o meno a caso (fa molto ridere in tal senso la vignetta che gira su FB in cui ci si chiede in quale Paese serva una laurea per fare l’infermiere, ma non per fare il Ministro della Sanità).
Viste le premesse, però, prima di giudicarlo aspetterò di vedere cosa farà e come.
Nel frattempo, sto seriamente meditando di iscrivermi al PD. Lo so, il momento pare dei peggiori perchè dopo tutto quel che han fatto supportarli è da folli. Innegabile. Però credo, anzi spero, che questi mesi di governo Letta saranno il tempo in cui il PD verrà ricostruito. C’è una base forte e cosciente, mi par di capire, pronta a cambiare le cose ed giusto provare a farne parte, in piccolissimo, nell’ottica di dare se possibile un contributo.
Poi magari mi passa eh.