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In ritardo, su Breaking Bad

A una settimana dalla chiusura dello show, mi pare giusto e doveroso scrivere qualcosa su questa serie TV che, come spesso accade al sottoscritto, mi sono ritrovato a recuperare in fretta e furia dopo un abbandono decisamente troppo prematuro. Capitò la stessa cosa con Lost e Fringe, per dire, quindi ormai si potrebbe concludere che il mio bocciare una serie agli esordi sia sinonimo della sua qualità.
Perchè sì, Breaking Bad è veramente un grandissimo show.
Partiamo però dal principio. Io avevo mollato la serie all’episodio 4 della prima stagione essenzialmente per due motivi: 1) la serie mi prendeva veramente molto male. Tutta la parte sul cancro, il dramma di Walt e della sua famiglia, mi risultava poco digeribile per un qualcosa da cui cerco, essenzialmente, intrattenimento 2) avevo trovato alcune scelte di regia e sceneggiatura eccessive, quasi caricaturali, e questa cosa non mi permetteva di godermi lo spettacolo. A differenza di altri casi citati in precedenza, oggi non mi sento di rinnegare queste valutazioni iniziali. Se il primo problema però si riaggiusta quasi subito e l’eccesso di dramma iniziale serva effettivamente a definire dei personaggi credibili per poi procedere nella narrazione dando per assodato o quasi quel concetto, il secondo aspetto negativo invece si trascina a lungo. Fino alla terza stagione, direi. Scene come quella delle visioni di Jesse in preda alla droga e personaggi come quello di Tuco sono cose che, per il mio palato, vanno oltre e sconfinano nel NO. Per questo, non fosse stato per una regia ed una fotografia sublimi e un plot veramente solido, avrei potuto mollare di nuovo anche in questo secondo tentativo di recupero. Fino alla terza stagione la serie mi è piaciucchiata senza eccessi e se ho continuato nella visione è solo per auto imposizione. Volevo avere un quadro completo di qualcosa che a tutti, davvero tutti, piaceva così tanto.
Con la terza stagione però i difetti scompaiono, almeno ai miei occhi, e la trama diventa un vortice da cui è impossibile staccarsi. La regia resta eccellente, ispirata e a tratti clamorosa. La fotografia rimane sublime. I personaggi, già egregiamente delineati, acquisiscono uno spessore enorme e diventano, in sostanza, il punto davvero forte dello show. Mai nessuna serie, a parer mio, ha avuto protagonisti così complessi, sfaccettati e ben caratterizzati. E con protagonisti non intendo solo Jesse e Walt, ma proprio tutti i personaggi ricorrenti nelle cinque stagioni. Skyler, Marie, Hank, Gus, Mike, Saul ma pure gente di contorno come Ted, Jane, gli amici di Jesse e i vari ingranaggi nel meccanismo criminale di Heisenberg risultano assolutamente credibili e mai monodimensionali. La cura per i personaggi vista in Breaking Bad credo sia unica e attualmente inarrivabile per qualsiasi altro show.
Detto dei personaggi, della regia e della fotografia, ci sono ancora due aspetti a rendere questa serie di altissimo livello. Il primo è la scelta musicale, cosa che nei tantissimi post/articoli/whatever che si trovano in giro per la rete e che tessono le lodi dello show non viene mai sottolineata a sufficienza. Breaking Bad ha una colonna sonora da paura, ma soprattutto azzecca sempre tutte le scelte. Non basta avere grandi pezzi a disposizione, bisogna saperli collocare e qui non si sbaglia un colpo. Mai. Potrei fare mille esempi, ma ne porto uno su tutti: [SPOILER] la conclusione [/SPOILER]. Per il sottoscritto siamo ai livelli del finale di Fight Club, come resa e impatto emotivo. E per il sottoscritto l’ultima scena di Fight Club è la miglior sequenza finale mai realizzata nella storia del cinema.
Il secondo aspetto di cui ancora è necessario parlare è il plot. Nel farlo potrei inserire qualche SPOILER. Breaking Bad ha una trama solida, ben concatenata, sviluppata dall’inizio alla fine con coerenza e senza buchi, facilonerie e deus ex machina. Anche sotto questo aspetto c’è stata una tale attenzione da parte degli sceneggiatori da dare al tutto una complessità notevole senza lasciare però nulla di intentato. Ogni riferimento è voluto, ogni questione spiegata, ogni linea narrativa portata a compimento con precisione. Poi le scelte possono come sempre piacere o meno, ma tutto torna e fila e questo è IMPORTANTE. Anche qui si potrebbero fare mille esempi, ma ne porto uno completamente ininfluente che però mi ha colpito molto. Gli autori infilano una discussione di minuti tra Jesse e Badger riguardo una pizzeria che sceglie di non tagliare le pizze e lo fanno per giustificare una scena, questa, completamente inutile. Questo è avere cura dei dettagli, siano questi cruciali o marginali. Inoltre, vedendo le cinque stagioni di Breaking Bad, non si ha mai l’impressione non fosse tutto stabilito dal principio. La lunghezza della serie, il numero degli episodi, lo svolgersi degli avvenimenti pare tutto andare come stabilito. Gli autori non danno mai l’impressione di voler allungare il brodo o di non sapere dove andare a parare. Tutto quel che fa parte di queste cinque stagioni è utile e ha un suo senso nella complessità dell’opera.
Ecco, per tutte queste ragioni Breaking Bad è una delle serie meglio pensate, realizzate e mandate in onda di sempre. Poi può piacere più o meno di altre, ma questo esula dal suo valore qualitativo. Io stesso le preferisco altri show, passati e presenti, ma nessuno di questi è fatto meglio. Nessuno.
Chiudo con un’ultima nota. Vedendo i vari episodi e le varie stagioni, credo Breaking Bad sia il prodotto filmico più vicino a Gran Theft Auto mai realizzato. Molte delle trame e delle avventure dei protagonisti potrebbero essere missioni di un qualsiasi episodio del gioco e molti dei personaggi della serie non sfigurerebbero nella saga videoludica della Rockstar. Per me questo è un ulteriore, enorme, valore aggiunto.
Alla fine ho scritto un post su Breaking Bad praticamente senza SPOILER (almeno mi sembra, prima di rileggere), quindi almeno in coda qualcosa la voglio dire. Per me non ci sarebbe potuto essere finale migliore. E’ vero, “Ozymandias” avrebbe potuto chiudere tutto senza che nessuno avesse da ridire e, anzi, resta uno degli episodi più belli di sempre. Più ancora del finale vero e proprio. Però, per come sono fatto io, “Felina” è stato la conclusione perfetta.

Dexter

Domenica si è conclusa l’ottava ed ultima stagione di Dexter, uno dei pochi esempi di serie che ho seguito fin da subito e non arrivandoci in clamoroso ritardo spronato dall’internet come invece mi capita nella maggior parte dei casi. Per parlarne ho deciso di rendere omaggio al miglior sito cinematografico di tutti i tempi e quindi inizierò la recensione così: SIGLA.

Razor Burn by Lagwagon on Grooveshark

C’era una volta una bellissima serie, originale, cupa, impregnata di umorismo nero e con quel pizzico di critica sociale che non guasta mai. Si intitolava Dexter ed è durata 12 episodi. In seguito al clamoroso e meritatissimo successo di questo mini capolavoro a puntate la Showtime ha deciso di creare una seconda serie a cui ha dato lo stesso titolo unicamente per gabbare i telespettatori. Ne sono nate sette stagioni che, al netto di diversi alti e bassi, hanno saputo mantenere alto l’hype del pubblico nei confronti dei protagonisti. Che, al netto di ulteriori alti e bassi, son sempre stati due: Dexter e sua sorella Debra.
Il trucco usato dagli sceneggiatori dello show per mungere la vacca ad oltranza è stato quello di dare ad ogni stagione un suo arco narrativo compiuto, autoconclusivo e completamente scollegato dal pre e dal poi. Bolle temporali assolutamente non comunicanti che illustrano l’esistenza di un assassino seriale che vive a Miami la sua vita fatta di immagini di facciata e impellente ed incessante desiderio di uccidere. Ecco, forse incessante no, ma a questo ci arriviamo dopo. Questa strategia, che come detto da la possibilità di protrarre le stagioni fino a che ci sia da guadagnarci qualcosa, non è di per se stessa necessariamente fallimentare, ma va gestita come si deve. In alcuni casi questo è stato fatto abbastanza bene (penso alla stagione 1* e alla stagione 2*), ma con l’andare del tempo gli sceneggiatori ne hanno completamente perso il controllo. Il danno, in questi termini, è stato il finale della stagione 3*, quella del Trinity Killer.
[NOTA: DA QUI IN AVANTI INSERIRO’ SPOILER DI OGNI GENERE E TIPO LIKE THERE IS NO TOMORROW.]
Con la morte di Rita infatti si sarebbe potuto dare il via ad una serialità vera, con una trama orizzontale grossa e strutturata, incentrata in sostanza sulla figura di Dexter, sulla sua inconciliabilità con la società circostante, sulla sua impossibilità a costruire legami e sul crollo dell’illusione di poter essere sia “a perfect psychopath” che “a family guy”. Quale si sarebbe deciso essere l’esito di tale percorso, lo si sarebbe potuto costruire bene e con tutta calma. Credo sia sotto gli occhi di tutti che così non è stato.
L’impressione che ho avuto, da spettatore ignaro delle questioni legate alla gestione dello show, è che non è mai stato chiaro quando si sarebbe staccata la spina. Ogni stagione, a partire dalla 4*, è stata costruita con una scena conclusiva che fino all’ultimo sarebbe potuta passare da finale a FINALE. Debra che scopre/non scopre i giustizieri e li lascia andare, Debra che scopre Dexter, Debra che uccide LaGuerta. Cambiando qualche fotogramma ad ognuno di questi episodi, si sarebbe potuta avere una conclusione ad effetto che avrebbe chiuso lo show in maniera onesta. Assodata la non volontà di costruire un finale nel corso delle stagioni, crearne uno dal nulla resta l’unica opzione e anche in questo caso non è detto debba essere per forza sbagliata. Se Debra avesse sparato a Dex in una delle tre circostanze citate, staremmo parlando di una scelta ampiamente pronosticabile, ma tutto sommato coerente. Per quanto mi riguarda, la morte di Dexter ucciso da Debra è sempre stato l’unico finale da prendere in considerazione. Essendosi però bruciati questa opzione non una, non due, ma ben tre volte, gli autori hanno deciso di stravolgere tutto e creare qualcosa di insospettabile.
Dex che uccide Debra è, a conti fatti, un finale che nessuno poteva certo aspettarsi.
Io però mi devo essere perso il momento in cui “imprevedibile” è diventato sinonimo di “figo”. Perchè è ovvio che se scrivi un bel finale che è anche imprevedibile c’è del valore aggiunto, ma il non essere pronosticabile, da solo, non conta nulla. Se avessero chiuso con uno sbarco alieno su Miami e la desertificazione della città tutta ad opera dei Venusiani sarebbe stato un finalone a sorpresa, ma da lì a dire bello credo ce ne passi. [INCISO] Questo vale per tutte le serie ad eccezione di Game of Thrones, dove un finale in cui arrivano le locuste e devastano tutto è l’unico auspicabile.[/INCISO]
Spesso si legge che la conclusione conta poco e che l’importante sia il viaggio. Anche a volerla vedere così, però, ci sarebbe da sbattere la testa contro il muro. L’ottava stagione di Dexter presenta infatti non solo gli archi narrativi più inutili e senza senso mai presentati dallo show, sviluppati spesso su personaggi che dire irrilevanti è far loro un complimento, ma anche alcune delle scene peggio girate della storia delle televisione. E per un prodotto esteticamente curato come Dexter, questo forse è stato il peggior scivolone possibile. Il messaggio che ne ho tratto, seguendo i dodici episodi finali della serie, è che quello che avrebbe portato alla conclusione non avrebbe avuto la minima importanza: si sarebbe trattato di semplici riempitivi in vista della scena finale. E allora, per non far sì che lo spettatore si fermasse a riflettere su quanto privo di senso fosse ciò che stava guardando, gli autori hanno tentato (fallendo) di sovraccaricare il tutto di storie, personaggi e situazioni utili solo a creare distrazione. Per di più, hanno deciso di farlo trascurando qual si voglia logica o coerenza. Dexter che cambia natura, Deb che ogni 45 minuti resetta il cervello e diventa una persona nuova, la polizia di Miami addirittura più stupida del solito. Quindi sì, può spiacere dirlo, ma l’ultima stagione di Dexter è una merdata fotonica senza precedenti. A pensarci bene, però, chiude una serie che anche nei momenti più alti non è mai stata nemmeno vicina al capolavoro cui si è ispirata.
Certo, un modo per rendere accettabile il season finale ci sarebbe stato: dissolvenza in nero e la scritta “DAMON LINDELOF PUPPACI LA FAVA”.

PS: Questa review è volutamente Hannah McKay free.
PPS: Ora posso dirlo, io amavo il personaggio di Quinn.

The universe window

Tempo fa avevo scritto del mio tentativo di approccio a Fringe fatto, sostanzialmente, della visione dell’intera prima stagione. Avevo anche scritto che quella mi era bastata per decidere di mollare tutto e dedicarmi ad altro.
Son passati anni e vuoi per il continuo sentire più o meno da tutti che avevo mollato troppo prematuramente, vuoi per l’hype generato dalla messa in onda del season finale, io e la Polly abbiamo deciso di imbarcarci di nuovo nell’impresa e ci siamo recuperati, in una ventina di giorni, tutti i restanti episodi della serie.
Oggi, dopo la visione dell’ultimo atto, non posso che sedermi, tirare le somme, e ringraziare chi mi ha spinto ad andare avanti. Fringe è una serie bellissima, che nei momenti più alti forse risulta addirittura inarrivabile e che, pur non priva di moltissimi difetti, si fa apprezzare anche per la volontà di chiudere tutto.
E qui, il parallelo non può che essere con Lost.
Andiamo però con ordine. La prima stagione mi aveva fatto schifo essenzialmente per due ragioni. Uno: l’andamento era troppo procedurale a scapito di una trama orizzontale potenzialmente interessante, ma eccessivamente diluita credo anche a causa del fatto che gli autori stessi non sapessero dove andare a parare (vedi Massive Dynamics che, al principio, sembrava davvero dover’essere la causa di tutti i mali). Due: ci ho visto un atteggiamento “stronzo” nei confronti della fantascienza e della scienza in generale, fatto spesso di espedienti spicci e giustificazioni sommarie che io proprio non riesco a digerire. In questo la serie è migliorata tanto con l’andare delle stagioni (non sto a fare noiosi esempi), dimostrandosi più accurata nelle basi su cui fondare le proprie teorie fantascientifiche e quindi più gradevole per chi la guarda con il mio approccio. Dal punto di vista ideologico resta comunque difficile sorvolare sulla demonizzazione costante di scienza e scienziati, immortalati nel corso delle stagioni in tutte le loro possibili derive malvagie fino a diventare, nella stagione conclusiva, addirittura artefici di una dittatura. Come per altri telefilm (o film, musica, ecc…) tuttavia, un messaggio di base del tutto non condivisibile non pregiudica il mio apprezzamento al prodotto e quindi non mi ha impedito di amare ciò che alla prima stagione è seguito.
Il momento migliore di Fringe, se di momento si può parlare, per il sottoscritto va dall’episodio finale della season one a circa metà/tre quarti della terza. In questo arco di tempo viene fuori davvero il meglio del prodotto, sia in termini di personaggi, che di archi narrativi. L’antagonismo tra universo blu ed universo rosso, la caratterizzazione di tutti gli alter-characters, la magistrale prospettiva data allo spettatore che si immedesima nell’abitante dell’universo blu e percepisce come “nemico” l’universo rosso, seppure a conti fatti quest’ultimo non abbia mai fatto nulla di ostile nei confronti del primo e, anzi, stia collassando proprio a causa di quelli che questo taglio sublime ci porta ad identificare come i buoni.
Tutto molto bello.
Con la fine della terza stagione però arrivano i primi guai, intesi come momenti non proprio altissimi. Il finale della season three è credo il punto più basso toccato dallo show, tra incongruenze evidenti (o perlomeno percepite come tali) e personaggi alla Sam Wise messi lì unicamente a giustificare svolte narrative inspiegabili. Tutto confuso, tutto tirato assieme in malo modo. E’ un po’ uno spartiacque visto che da lì in avanti lo show si concederà diverse infrazioni alla sacrosanta regola dell’acquario (cit. Darth Von Trier), che riporto di seguito:

Da appassionato di fantascienza ho sempre notato che una costante dei buoni lavori del genere, vuoi letterari e fumettistici o cinematografici, è la coerenza deterministica degli assunti dell’opera, per tutta l’opera e indipendentemente da quanto possano essere assurdi: se stabilisci delle regole quelle sono e rimangono per tutta la durata della faccenda. Un po’ come in un acquario, in cui l’ecosistema è chiuso e perfettamente auto-sufficiente, a prescindere da quanto siano strane le cose che ci stanno dentro, palombari di plastica e casse del tesoro compresi. Un buon acquario, oltre ad essere bello, deve anche avere la sua coerenza interna, altrimenti i pesci muoiono. Allo stesso modo in un buon progetto di fantascienza, nel mondo inventato di sana pianta che racconti, non devono esserci falle di ragionamento o sospesi non desiderati, sennò sei Lindelof.

Appunto.
Con la questione viaggi nel tempo, le timeline gestite a volte come veri e propri universi paralleli e a volte no e mischiando a piacimento le due più accreditate teorie sul viaggio nel tempo (Terminator e Ritorno al futuro, per intenderci), quello che ne esce è spesso un mezzo pastrocchio. Come fu per Lost quindi, la fortuna dello show è che questo casino succede a serie inoltrata, quando le storie dei personaggi son già molto radicate nel cuore di chi guarda e quindi con un po’ di puntate di assestamento e qualche taglia e cuci privo di apparente logica, il plot può essere rimesso sui binari senza troppi danni e senza smantellare la passione di chi sta seguendo. Così dopo i primi episodi della quarta stagione, il tutto riprende quota e pur non arrivando ai picchi precedenti, si assesta comunque su livelli assolutamente discreti. Ad onor del vero ho apprezzato moltissimo anche il drastico cambio di rotta per la stagione finale, che sposta tutto da un piano più investigativo, ad uno più action. Non sembrerebbe quasi nemmeno la stessa serie, le dinamiche vengono completamente stravolte, ma l’effetto per me è stato comunque molto interessante e piacevole.
La cosa però che più di tutto va riconosciuta a Fringe è il tentativo di chiudere i cerchi. Bene o male che fosse, con scelte condivisibili o meno, io ho visto un grande sforzo degli autori nel tentare di non lasciare nulla in sospeso, di tirare i fili della continuity e chiudere quindi senza che lo spettatore avesse voglia di mettere loro le mani in faccia.
Tutto quello che è mancato a Lost, insomma.
Quindi niente “Chissenefrega delle spiegazioni, l’importante sono i personaggi”, ma invece una gestione del tutto più attenta, volta a dare all’intera opera e non solo alle parti più easy da manipolare una chiusura dignitosa. Poi le scelte possono piacere o meno, sia chiaro, perchè il punto non è lì. Non lo è mai stato.
Per chiudere, quindi, Fringe è una serie bellissima con tanti difetti e chiunque dovrebbe guardarsela tutta.
Soprattutto “White tulip“.

Manq’s Awards 2012

Calma gente, non ho certo intenzione di lasciare che il mondo finisca senza che sappiate le mie valutazioni in merito all’anno che sta per concludersi. Si parla di musica, cinema, libri e televisione e come al solito di dice il meglio ed il peggio.
Chiaramente secondo il mio giudizio personale.
Ad ogni categoria corrisponde poi piccola spiega, ma questo ormai dovreste saperlo. Un anno in cui ho visto più film del solito (intesi come usciti nell’anno in corso), ma ho ascoltato meno musica del solito.
Insomma, questo è quanto.
NOTA: tutti i video li sto scegliendo dall’ufficio, ovvero senza audio. Sapevatelo.
Migliori dischi:
Pentimento – Pentimento
The cold harbour – Homebound
Joie de Vivre – We are all better than this
Spiega: Il primo vince perchè è un disco fighissimo pur non essendo mai diventato ufficialmente un disco. Il secondo è un disco HC come ce ne sono mille, ma più bello degli altri novecentonovantanove. Il terzo è “The power of failing” con le trombe. Fa riflettere che la mia top tre in un anno in cui ho ascoltato pochissimo sia composta unicamente da dischi che derivativi è poco. Rimpianto è non aver ascoltato tutto l’esordio dei Bad Ideas perchè i pezzi sentiti mi son piaciuti un sacco, ma il disco intero non sono mai riuscito a sentirlo.
Peggiori dischi:
3° Lostprophets – Weapons
2° The used – Vulnerable
1° Enter shikari – A flash flood of colours
Spiega: vabbè serve? No. E non sto nemmeno a mettere i link che, davvero, è meglio evitare.
Migliori concerti:
Touché Amoré @ Factory (MI)
MxPx All-star + Cancer @ Magnolia (MI)
Derozer @ Nautilus (VA)
Spiega: i primi sono la mia band “rivelazione” dell’anno. Arrivato tardi sui loro dischi, dal vivo sono superlativi. I secondi non li avevo mai visti e per tanti versi son stati un concerto magnifico, anche e soprattutto per l’atmosfera e la band di spalla. I terzi perchè non cantavo così ad un concerto probabilmente dagli anni novanta.
Peggiori concerti:
Converge @ Factory (MI)
Shandon @ Nautilus (VA)
Offspring @ Carroponte (MI)
Spiega: i Converge, dopo i primi venti minuti ad ammirare quanto sono fighi a suonare, mi hanno spaccato il cazzo. Gli Shandon, oggi, non hanno senso. Gli Offspring come gli Shandon, ma con l’aggravante di non essersi sciolti.
Migliori film:
The Avengers
Quella casa nel bosco
Diaz – Don’t clean up this blood
Spiega: The avengers è un film gigantesco dove tutto si picchia e/o esplode. Se andare al cinema ha ancora un senso è per film come questo. Quella casa nel bosco l’ho guardato solo perchè ne ho sentito parlar benissimo in giro e mi son trovato ad ammettere che ciò che avevo letto era vero. Caro Weadon, una doppietta che neanche la Ferrari. Al terzo posto c’è Diaz perchè è un film che va visto. Punto. Per questo toglie il gradino più basso del podio a “End of watch”, che è sempre un film sugli sbirri, ma forse con un’altra prospettiva.
Peggiori film:
Killer Joe
Le belve
J.Edgar
Spiega: Killer Joe, come Quella casa nel bosco, è stato caldamente suggeritomi dal mio amico internet che però, questo giro, secondo me non ci ha preso. Le belve è l’esempio esatto di come si possa fare un film dimmerda partendo da una sceneggiatura fighissima. A sua ulteriore colpa c’è l’averlo fatto credendo di fare un capolavoro. J. Edgar è la più colossale rottura di cazzo vista dal sottoscritto al cinema dai tempi del memorial di 2001: Odissea nello spazio.
Migliri serie TV:
True Blood stagione 5
Homeland stagione 2
Don’t trust the B**** of Apartment 23 stagione 1
Spiega: la prima vince per ampio distacco. La seconda si piazza in alto nonostante il finale. La terza fa riderissimo.
Peggiori serie TV:
Dexter serie 7
The Big Bang Theory serie 5
Californication serie 5
Spiega: la settima di Dexter aveva riportato il livello generale di scrittura su livelli più alti rispetto al passato (soprattutto recente). Restavano i difetti, ma c’era un miglioramento. Il finale, però, merda rara. La quinta di TBBT non faceva ridere. La quinta di Californication non aveva le tette.
Migliori libri:
A tuo rischio e pericolo – Josh Bazell
Tramonto e polvere – Joe R. Lansdale
Un polpo alla gola – Zerocalcare
Spiega: il primo è un libro geniale e pochi cazzi. Il secondo mi ha fatto scoprire un autore che non conoscevo e che mi piacerà approfondire. Il terzo è bello perchè non fa ridere.
Peggiori libri:
Gibuti – Elmore Leonard
Fahrenheit 451 – Ray Bradbury
A dance with dragons – George R.R. Martin
Spiega: il primo è a tratti geniale, ma a tratti pessimo. Sul secondo lo so già cosa state pensando, ovvero che sono un coglione. Io dico solo che l’ho letto, ne comprendo la portata, ma approcciarlo nel 2012 ha comunque un suo peso. E nel 2012 m’ha rotto il cazzo, anche (o forse soprattutto) per come è scritto. Sul terzo non so che dire. A parte “Martin vai a fare in culo”, intendo.
Ecco, direi che ho riassunto tutto.
Il post è stato scritto in parte dopo il pranzo aziendale, imputato della forma quindi è lo sfusaccio della trattoria. Riguardo la sostanza e le scelte, invece, era tutto stato preparato in precedenza.

Blackwater

Domenica sera la HBO ha trasmesso il penultimo episodio della seconda serie di Game of Thrones. Si intitolava “Blackwater” e narrava le vicende dell’omonima battaglia avvenuta tra i Lannister, arroccati ad approdo del Re, e le truppe di Stannis Baratheon.
Questo episodio, con la dovuta moderazione di giudizio, è essenzialmente la roba più grossa che sia mai stata trasmessa in una serie TV. Cinquantaquattro minuti di tensione devastante, paura, ansia e adrenalina. Cinquantaquattro minuti di pelle d’oca, che, può sembrare assurdo, tocca l’apice sui titoli di coda.
Non: “appena prima dei titoli di coda”. Durante.
“The rain of Castamare” io non me l’ero mai immaginata, ma mi son bastate due note per realizzare come non potesse che suonare così. E già piango all’idea di quando la sentirò di nuovo.

And who are you, the proud lord said,
that I must bow so low?
Only a cat of a different coat,
that’s all the truth I know.
In a coat of gold or a coat of red,
a lion still has claws,
And mine are long and sharp, my lord,
as long and sharp as yours.
And so he spoke, and so he spoke,
that lord of Castamere,
But now the rains weep o’er his hall,
with no one there to hear.
Yes now the rains weep o’er his hall,
and not a soul to hear.

“Gesù Cristo, no nessuno!”

Se n’è andato Germano Mosconi.

Il filmato qui sopra, che potrebbe urtare la sensibilità di alcuni, è il mio modo di ricordarlo.
Checchè ne dica La Repubblica, che ormai in quanto a perbenismo, paraculaggine e velleità moralizzatrici è ormai giunta al punto di non ritorno, trovo giusto e sacrosanto ricordare Germano Mosconi con quei vituperati filmati youtube.
Il motivo è presto detto: a me non è mai interessato il Mosconi giornalista, non ho mai visto una sua trasmissione e dolermi della sua morte in quanto “volto della televisione veronese” vorrebbe dire dolermi per la morte di tutti gli sconosciuti che abitano questa terra. Tradotto, vorrebbe dire passare la vita a dolermi per la fine di quella altrui.
Mosconi per me era un perfetto sconosciuto, una persona normale, genuina, di cui youtube ha mostrato il lato più umano e vero creando così un legame che altrimenti non ci sarebbe mai stato. “Germano uno di noi” perchè lo era per davvero. A me non interessano le bestemmie di per sè stesse. Non ho bisogno di un video di Mosconi per sentirle nè di emularlo per dirle. Strappano un sorriso perchè sono lo sfogo di situazioni di nervosismo in cui tutti ci troviamo e cui tutti dobbiamo far fronte. C’è chi reagisce nello stesso modo, chi si sfoga in altra maniera e chi tiene tutto sotto pelle. Il primo caso forse è il più folkloristico, ma sicuramente anche il più genuino e probabilmente il più efficace.
E comunque, la creatività che utilizzava nel bestemmiare è degna del grande artista e faceva decisamente simpatia.
Tutto questo per dire ciao a Germano Mosconi, immaginandolo al cospetto di San Pietro mentre chiede “chi l’è che va avanti e indrio da che la porta lì?”. Poi oggi sarebbe morto pure Lucio Dalla, ma con tutto il rispetto non è mai stato tra i miei cantanti preferiti e non ci sono video youtube che, nel vederli, generino quel genere di empatia.

Manq’s Awards 2011

Di solito questa cosa delle classifiche la butto fuori gli ultimi giorni dell’anno perchè non voglio perdere neanche un minuto di quelli a disposizione per collezionare materiale, valutare e decidere di conseguenza.
Quest’anno però ho deciso di pubblicare tutto in largo anticipo, convinto del fatto che quasi certamente non vedrò, leggerò o ascolterò nulla di nuovo in queste ultime due settimane. Oltretutto, dal mio rientro in patria non è detto io abbia una connessione internet disponibile nel breve, quindi il tutto rischia di saltare. Certo, potrei scrivere il post e programmarne la pubblicazione per fine anno, ma non vedo l’utilità di attendere sconnessa dalla possibilità di implementare.
Insomma, le classifiche le faccio oggi perchè l’unica cosa che mi premeva era finire un paio di serie TV, cosa che ho fatto.
Ok, il gioco è quello di sempre, quindi bando alle ciance e via con le classifiche, che tra categorie e spieghe di materiale da buttar giù ce n’è in abbondanza.

Migliori dischi
1 – Murder, We Wrote – Life
2 – Thrice – Major/minor
3 – Defeater – Empty days & sleepless nights
4 – Crash of Rhinos – Distal
5 – Face to Face – Laugh now, laugh later
Spiega:
Dal basso. I F2F buttano fuori nel 2011 un disco anni novanta come nulla fosse, come se ad essere fuori posto fossimo noi che siamo andati avanti, e certa arroganza va premiata. I COR fanno più o meno la stessa cosa, ma usando due bassi e centomila linee vocali, quindi step up. I Defeater pubblicano un disco violentissimo ed emozionante dalla prima all’ultima traccia, nonchè l’unica cosa urlata ascoltata quest’anno che non mi sia sembrata inutile. I Thrice sono la miglior band post-hc oggi in circolazione e mettono a referto undici prove documentate che avvalorano questa tesi. I MWW registrano “Falling Down” dopo dieci anni che la aspetto e avrebbero vinto a prescindere contro chiunque.

Peggiori dischi
5 – Blink 182 – Neighborhoods
4 – New Found glory – Radiosurgery
3 – Silverstein – Rescue
2 – Aiden – Some kind of hate / Disguise
1 – Get up kids – There are rules
Speiga:
Dall’alto. Dopo tutto quello che è stato (e che non gli perdonerò mai) nessuno sentiva il bisogno di una reunion, figuriamoci di un disco dei Blink182. Il disco dei NFG non contiene un solo pezzo che si incolli in testa, il che lo priva dell’unico suo possibile significato. I Silverstein hanno semplicemente fatto un disco dei Silverstein e tanto basta. Gli Aiden fanno peggio dei Silverstein perchè addirittura di dischi ne fanno due a distanza di otto mesi e li riempiono pure di cover offensive. I GUK sono stati rapiti dagli alieni e rimpiazzati da dei cloni biorobotici malvagi che, non informati dello scioglimento, hanno buttato fuori un disco raccapricciante facendo crollare la loro copertura e salvando il mondo dalla loro stessa minaccia. Nota a margine: girando per youtube in cerca degli orrendi video per questa categoria ho scoperto “Hoppus on music”, programma di interviste condotto da Mark Hoppus e decisamenete carino. Motivo in più per deprecare la scelta di continuare a fare dischi. Nota a margine 2: Matt Pryor, quello vero, smaschera definitivamente i replicanti.

Migliori libri
Premessa: quest’anno ho letto pochissimo, meno di un libro al mese. Da Novembre mi sono imbarcato in “A Dance with Dragons” in inglese e la cosa si sta rivelando più dura del previsto. Non che io abbia scuse eh.
1 – Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon
2 – Belve – Don Winslow
3 – God hates us all – Hank Moody
Spiega:
Dal basso. Io amo Californication e questo libro/tributo dovevo proprio leggerlo, visti questi presupposti poteva essere molto peggio. Don Winslow è il capo. Il libro di Haddon è la cosa più tenera e commuovente che possa portare un uomo a riflettere su condizioni diverse dalla propria.

Peggiori libri
3 – Un po’ più in la sulla destra – Fred Vargas
2 – Cavie – Chuck Palahniuk
1 – American tabloid – James Ellroy
Spiega:
Dall’alto. Il secondo capitolo della trilogia degli evangelisti di Vargas non è all’altezza degli altri due e l’averlo letto per ultimo non lo ha aiutato. Siccome a Palahniuk voglio bene, mi sento in dovere di dirgli che nello specifico ha scritto una cagata. Ellroy non lo commento nemmeno, non avendo superato il traguardo delle cento pagine prima di sassarlo lontano dal mio comodino.

Migliori serie TV
Premessa: anche quest’anno ne ho viste tantissime, molte delle quali ho scoperto in ritardo e ho recuperato in corsa. In questi casi la valutazione non si attiene solo all’ultima serie, ma a tutto il prodotto che per me è di conseguenza interamente targato 2011.
1 – Game of throne stagione 1
2 – Homeland stagione 1
3 – True Blood
4 – How I met your mother
5 – Romanzo criminale
Spiega:
Dal basso. Le storie della magliana sono un vero capolavoro nostrano e vanno segnalate. “HIMYM” l’ho scoperto tardi, ma fa riderissimo (anche nelle ultime controverse stagioni). “True Blood” è LA droga. “Homeland” unisce terrorismo, complotti, follia, e impulsi anti americani e fa recitare il tutto all’attore di Life. “GOT” vince perchè se aprissero delle cliniche per riabilitare i Martin-dipendenti, io sarei il loro paziente incurabile.

Peggiori serie TV
5 – Grey’s Anatomy stagione 7
4 – The wire stagione 1
3 – Dexter stagione 6
2 – Fringe stagione 1
1 – Breaking bad stagione 1
Spiega:
Dall’alto. “Grey’s Anatomy” è sempre uguale a se stessa, quindi fa sempre schifo ed è al momento l’unico lato negativo del mio matrimonio. “The wire” parla di Baltimora e questo legittima il disinteresse. “Dexter” è diventato un “True Blood” che ha la pretesa di non essere affatto come “True Blood” (sì, il link è uno spoilerone enorme, sorry, è che voglio il male per questa serie). “Fringe” è il modo sbagliato di fare fantascienza. “Breaking bad” prende veramente troppo male.

Migliori film
Premessa: quest’anno, a sorpresa, ne ho visti un bel po’. Giusto per dire che per una volta ho potuto scegliere chi escludere dalle classifiche.
1 – Fast Five
2 – Boris il film
3 – RED
4 – Drive
5 – C’è chi dice No!
Spiega:
Dal basso. Da ricercatore precario, mi piace autocommiserarmi, quindi apprezzo film come “C’è chi dice no”. “Drive” è un film assurdo con una colonna sonora epica e delle scene splendide. “RED” mi ha gasato. “Boris il film” riporta il prodotto ai livelli della prima serie. “Fast Five” è, dopo il primo, il migliore della saga.

Peggiori film
5 – Transformer III
4 – True Grit
3 – Machete
2 – Super 8
1 – Pirati dei Caraibi oltre i confini del mondo
Spiega:
Dall’alto: “T3” è meglio del secondo, ma ancora troooooppo lungo per non stracciare i coglioni. “El Grinta” l’ho visto al cinema in lingua originale e non c’ho capito mezza parola, pur cogliendo la trama appieno. “Machete” è peggio del trailer. “Super 8” ricorda al mondo che Spielberg dovrebbe fare il pizzaiolo e che JJ Abrams, a conti fatti, ci prende meno volte di quante scazza. L’ultimo capitolo dei “Pirati dei Caraibi” l’ho mollato dopo venti minuti e mi sento di avergli già concesso troppo.

Miglior concerto
Premessa: quest’anno ho visto solo tre concerti. Tre. Credo non avvenisse dal 1993.
Millencolin @ E-werk (Koeln)
Spiega:
Tutto “Pennybridge pioneers” dal vivo rende. Poi però è saltata corrente.

Peggior concerto
Persiana Jones @ Carroponte (Sesto S. Giovanni)
Spiega:
Spiace dirlo eh, perchè gli ho voluto bene, ma rivisti oggi il giudizio è impietoso.

Ed eccoci quindi alla fine. A scrivere tutto sto post, con tutto che le classifiche fossero praticamente già pronte, ci ho messo delle ore. Il risultato però mi appaga. Ora posso finalmente andare a letto.

Fang-bangers and microwave fingers

Come sarà più o meno chiaro a chi segue questo blog, da quando sto in Germania ho iniziato a nutrirmi di serie televisive. Ne seguo parecchie, ma dopo la full immersion di Lost e la prima folgorante stagione di Game of Thrones ho faticato veramente nel trovare qualcosa che mi prendesse davvero. Ok, mi sono visto tutto Prison Break, continuo a seguire i vari Dexter, House, The Big Bang Theory e compagnia. Ho anche scoperto e recuperato tutti gli episodi di How I met your mother, traendone molto divertimento, ma ancora non ero riuscito nell’impresa di recuperare una serie che mi desse quello che davvero stavo cercando. A questo scopo, ho iniziato a seguire qualche sito specializzato e a parlare con amici ben più preparati di me in materia, ma i consigli arrivatimi si son quasi sempre rivelati fallimentari. Fringe l’ho mollato dopo aver a stento finito la prima serie, Breaking Bad mi ha stracciato le palle dopo quattro episodi, 24 ha ottenuto lo stesso risultato in sei mentre a The Wire è bastato il pilot per farmi gettare la spugna.
Poi, più o meno una settimana fa, la folgorazione.
True Blood è entrato di botto nella mia vita e, in sette giorni, io e la Polly ci siamo sparati tutte e quattro le serie fino ad ora uscite. Ma roba da addiction vera, con tanto di rientro a casa in pausa pranzo per poter vedere un episodiuzzo anche a metà giornata. Totale.
Ora, per chi non conoscesse la serie in questione, vado a fare una piccola introduzione. Prendete “Sogni d’amore”, la spero nota a tutti telenovela piemontese, e trasponetene le trame in un mondo in cui i giapponesi hanno inventato il sangue sintetico e, di conseguenza, i vampiri non sono più costretti a nascondersi e possono uscire allo scoperto e tentare di integrarsi con la popolazione che, ovviamente, li disgusta e li discrimina. A condire questo canovaccio, una serie infinita di scene di sesso molto esplicite intervallate da massacri splatter fuori d’ogni raziocinio. Esempio? Cose così. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Sotto si trovano kamikazee cristiani che si fanno esplodere ai ritrovi per vampiri, mutaforme, stalker non morti (Idolo vero, Franklin), licantropi, streghe e fate, inseriti a forza e senza alcun ritegno in trame da “classic drama” come l’amore, il tradimento, le famiglie disagiate e i problemi di alchol e droga. Un mix nonsense che avvinghia fin da subito con le sue storyline, sempre sull’orlo della caricatura di genere, ma soprattutto con i suoi personaggi.
Perchè alla fine, True Blood come gran parte delle serie, è essenzialmente fatto di personaggi. E qui ce ne sono davvero a bizzeffe (qualcuno dice troppi), tutti ben caratterizzati e quasi tutti protagonisti di una certa evoluzione lungo l’andare delle puntate. Il mio preferito è decisamente Eric, il protagonista del filmato linkato qui sopra, che nel tempo vira da Claudiano a Sawyer e che riesce sempre a tenere vivo l’interesse. A corollario troviamo poi i vari Bill, Sookie, Jason, Tara, Sam, Lafayette, Jessica e compagnia, intrecciati in continue storie che servono essenzialmente da copertura al reale scopo degli autori: farli accoppiare tra loro come ricci. E’ tipo un Dawson Creek splatter e con la gente che, oltre a struggersi, scopa abbestia. L’ho detto io, che è una cosa TOTALE.
La quarta serie l’ho finita oggi a pranzo e dovrò attendere fino alla prossima estate per avere nuovi episodi. Inutile dire che sono già in astinenza, anche perchè succedono più cose nell’ultima metà dell’ultimo episodio, che nei restanti undici e mezzo.
In sostanza, questo è quello che cerco da una serie tv. Pure entertainment.
Basta con questi drama veramente troppo drama. Basta presi male che mi fanno prendere ancora peggio. Basta show pretenziosi che si sgonfiano come palloncini dopo pochi episodi. Datemi sesso, sangue, intrighi amorosi e qualche momento di puro delirio e io sarò con voi per sempre.

Spoiler e valutazioni su Prison Break

La mia passione per le serie tv è abbastanza recente e, di conseguenza, spesso e volentieri le mie analisi ricadono su prodotti non proprio di recentissima pubblicazione. Lost è stato il primo esempio di serie vista per intero e tutta d’un fiato solo una volta che fosse già conclusa e quindi come un’unica intera opera e non con la percezione delle diverse stagioni. L’esperimento era stato un successo e così ho deciso di fare altrettanto con un’altra serie. Chiedendo un po’ in giro, la scelta è ricaduta su Prison Break che ha battuto “24” al fotofinish, soprattutto grazie al fatto che si sviluppa in un numero di episodi decisamente inferiore.
La prima serie, devo riconoscerlo, si è rivelata una bomba. Appassionante, curata, abbastanza originale e con personaggi tutto sommato ben caratterizzati per quanto stereotipati. Ecco, lì sarebbero servite giusto due o tre puntate aggiuntive per scagionare i fratelli, magari con l’aiuto di Veronica, e tutto sarebbe andato a posto.
Invece no.
Hanno pensato bene di tirare la roba in lungo per ben tre serie successive, generando uno delle più grandi sequenze di “WTF” cui mi sia mai capitato di assistere. Esemplifico? Ok. T-Bag è un pluriomicida pedofilo evaso e ricercatissimo cui viene tagliata una mano di netto con un’accetta. Questo vaga nei boschi per un incalcolabile numero di ore, sanguinante, fino a quando raggiunge un veterinario. Lo sopraffà. A questo punto lo obbliga a ricucirgli la mano e questo esegue che nemmeno il Lanzetta. Con la sua nuova mano T-Bag riprende la fuga, ma viene preso da due cacciatori di taglie che, per scoprire dove sono gli altri evasi lo torturano e lo ammanettano ad un termosifone. Lui scappa staccandosi di nuovo la mano ricucita pochi giorni prima e, senza medicazione alcuna, continua a vagare per l’America. Ecco, questa non è che la punta dell’iceberg.
Però vabbè, a parte i nonsense e la costante ricerca del botto a scapito di qualsivoglia logica o trama, la serie l’ho seguita quasi sempre volentieri e, alla fine, ai personaggi chiave mi ci sono anche affezionato. Non c’è chiaramente stato il vuoto emotivo lasciato da “Friends”, “Scrubs”, “Lost” o “Dawson’s Creek”, ma comunque un po’ di malinconia sul finale c’è stata.
Che poi, anche lì, la scelta di piazzare un doppio episodio a colmare il vuoto tra quanto succede nella quarta serie e quanto mostrato negli ultimi due minuti della stessa risulta ancora una volta superfluo e nonsense, ma forse ormai l’abitudine a gridare “No dai, non questo…” ad ogni cambio di inquadratura era così radicata da impedire una conclusione diversa da quella utilizzata.
Restano le montagne di cadaveri, davvero incalcolabili, che dal primo episodio in poi si accumulano levando di mezzo sistematicamente un buon 60% dei personaggi via via introdotti. Ad un certo punto, sul finale della quarta serie, compaiono persino Jacob e Smookye, a garanzia del fatto che tutto andrà in malora di lì a poco, e puntualmente finiscono anche loro nella lista dell’obitorio. Se si pensa che tutto è scaturito dalla volontà di Michael di salvare una vita, si capisce chiaramente il tono della serie.
Non so se consiglierei di vererla a qualcuno, ma tutto sommato e nonostante quanto scritto, non sono pentito.
In ogni caso, Fernando Sukre libero!