Eccoci, è passato del tempo, ma per questo aggiornamento volevo aspettare l’esito della selezione per le finali del concorso IoScrittore.
Long story short: non sono passato.
Più avanti pubblicherò le valutazioni che ho ricevuto e che saranno disponibili tra un paio di giorni, ma volevo dare un commento a caldo prima di averle lette e al netto di quanto tremende possano essere.
Per punti.
1) Partiamo dall’aspetto principale: mentirei se dicessi di non averci sperato. Per quanto piccolo, il campione di incipit che ho valutato non mi sembrava avere una qualità tale da farmi sentire “fuori posto” nel contesto. Non arrivo a dire di averci creduto o di sentirmi derubato, ma la delusione c’è sicuramente stata. Poi certo, non ho letto 399 dei 400 finalisti, quindi che cazzo ne so?
2) Alla comunicazione dei vincitori, un sacco di “trombati” si son messi a polemizzare sulle dinamiche del concorso. Il punto chiave delle rimostranze era: tanti degli incipit letti sono impresentabili, che valenza può avere la valutazione di gente che ha scritto roba del genere?
Io non sono d’accordo.
È vero, molti degli iscritti (e io tra questi) non hanno probabilmente gli strumenti per valutare un testo in maniera competente, ma se lo scopo del contest è trovare opere pubblicabili, allora credo che selezionare quelle piaciute al maggior numero di lettori sia una chiave valida di valutazione. Dopo tutto, le librerie non hanno test di ingresso. Un’opera che piace a tante persone ha un pubblico ed è giusto puntarci, anche qualora quelle persone fossero capre (cosa che, statisticamente, comunque non credo).
3) Certo, il meccanismo da 4 ristoranti in cui i partecipanti valutano gli avversari si presta moltissimo a bias da gioco sporco o strategie. Io ho cercato di essere onesto, ma ci sarà sicuramente chi ha stroncato a tappeto per aumentare le proprie chances. Se dovessi dire oggi, prima di leggere le valutazioni al mio testo, non credo però di essere rimasto fuori per la furbizia degli avversari. Magari leggendo i commenti li troverò ingiusti, subdoli o perfino stronzi, ma se dovessi mettere 2 centesimi sul piatto e scommettere sulle ragioni della mancata selezione, punterei soprattutto sul fatto che il mio romanzo non rientra in filoni particolarmente richiesti dal mercato e, di conseguenza, interessanti per i lettori.
4) Nella scorsa puntata di questa rubrichetta dicevo che nessuno dei testi che ho valutato io mi sembrava così superiore al mio, sia in termini di forma che di originalitá. Oggi rincaro dicendo che l’unico arrivato in finale tra quelli non era certamente tra i pochi che avrei portato avanti io. Anzi, per quanto scritto anche bene, mi era sembrato irricevibile sul piano della verosimiglianza e decisamente forzato. Evidentemente per altri non è stato così. Caso vuole, però, parliamo anche di un testo molto spinto su temi piuttosto cari ad un certo filone culturale contemporaneo. Lo so, è una polemichetta che mi fa suonare come un Pucci qualsiasi e che probabilmente si fonda nel rodimento di culo dell’esser rimasto fuori, però siamo qui ad essere sinceri e quindi vi beccate anche sto risvolto della medaglia.
Quindi? Che si fa ora?
Su due piedi direi: niente. Il manoscritto continua ad essere nelle caselle mail di diversi editori. Non è piaciuto (abbastanza? Del tutto? Vedremo) ad un audience di scrittori più o meno wannabe, non è ancora detto non possa piacere a qualche addetto ai lavori.
Ovviamente, ci credo/spero molto meno oggi di quanto ci credessi ieri, ma immagino sia fisiologico.
Il punto, forse, è che io non sono convinto di me stesso. Manco un po’. L’idea che mi sono fatto è che in ambito artistico (ma non solo) ci sono sicuramente i fuoriclasse, i talenti cristallini il cui operato è insidacabilmente valido. Quelli che ce la fanno perché sono bravi. Io ho/avevo la speranza di poter essere uno di questi, ma senza la convinzione. Quello di cui sono certo, invece, è che non sono e non sarò probabilmente mai uno di quelli che ce la fanno perché ci credono. Di quelli che insistono, che non mollano. Ed è pieno di quel tipo di successo, lo invidio moltissimo. Perché è evidente che il numero di occasioni sia più piccolo del numero di persone che se le meriterebbero e che quindi, senza lottare, farcela diventi molto difficile. Solo che a me sembra di umiliarmi, di voler solo arrivare alla dimostrazione ultima e senza appello di quanto faccio schifo. Di quanto questa cosa non faccia per me. E mi spaventa troppo come prospettiva. Credo, in cuor mio, che tenere aperto l’alibi del “non aver insistito abbastanza” come giustificazione al fallimento mi sia preferibile all’incubo di una sconfitta senza attenuanti.
Questo concorso era la strada facile per l’autoindulgenza. Avessi passato il turno mi sarei detto “Vedi? Hai scritto una cosa valida. Ora se non trovi qualcuno che te la pubblica è solo questione di mercato e/o sfiga.” Sarebbe stata la mia vittoria, mi sarei accontentato anche solo di quello.
Non è andata così.
Magari domani mi scriverá Bompiani offrendomi un contratto da milioni di copie stampate in sedici lingue, ma oggi in cuor mio all’orizzonte vedo solo la rassegnazione al fatto di aver scritto una cosa buona solo per il sottoscritto. Perché la cosa brutta, davvero brutta, è che ‘sta bocciatura non mi ha messo nell’ottica di dire: “Vedi? Non funziona.”. O meglio, che non abbia funzionato è evidente, ma io ancora oggi vedo il mio romanzo esattamente come avrei voluto che fosse.
Ultima nota, per completismo. Nell’ultimo mese altre due persone hanno letto il romanzo. Ad una delle due (Giacomo) è piaciuto. L’altra è mia moglie.
Il suo commento, edulcorato, è stato: “La seconda e la terza parte sono belle, ma la prima è una rottura di cazzo tremenda. Non fosse stato tuo, col cazzo l’avrei finito. Poi però migliora tanto.”
Io questa differenza tra le tre parti non la vedo, ma c’è da dire che se fosse così avrei partecipato al concorso facendomi valutare per quel che mi è venuto peggio.
Altro alibi dai, per oggi sto.