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Musica

Il CD della vacanza democratica

No, non andrò in campeggio con i giovani del PD. Ci mancherebbe anche, dopo 13 mesi di attesa sarebbe una bella rottura di cazzo. No, semplicemente quella di quest’anno dovrebbe essere una vacanza all’insegna della democrazia in cui ognuno può far valere la sua posizione e si deciderà tutto sempre e solo a maggioranza.
Se la storia ci ha insegnato qualcosa è proprio che la democrazia non funziona mai, quindi mi aspetto una vacanza scoppiettante sotto ogni punto di vista.
Nello spirito di uguaglianza e parità di diritti che come detto dovrebbero essere le colonne portanti del viaggio si è quindi deciso di creare una bella compilation da sentire in macchina. Qualcosa che possa fare contenti tutti in egual misura. Oppure scontenti, dipende da come la si guarda, la cosa importante è tuttavia l’egual misura. Dieci tracce per ogni partecipante, per un totale di sessanta canzoni che pescano un po’ da tutte le categorie creando un mix esplosivo che dovrebbe accompagnarci per tutto il trip e magari per tutta l’estate.
Una scaletta ai limiti dell’oltraggioso, in cui Lady GaGa e i Jimmy Eat World raccolgono consensi da diversi partecipanti, in cui GG D’Agostino subentra ai Metallica ed in cui i Dire Straits aprono a “Love, Sex, American Express”.
Qualcosa di unico e mistico.
Qualcosa che spero ricorderò con un sorriso.
Ecco le tracce, io vado a preparare la valigia. Che è vero che manca tempo, ma tanto qui non è che ci sia molto da fare.

Disco 1
01 – Bad Astronaut – Linoleum (Bazzu)
02 – The Knife – Like a pen (Giudi)
03 – Lostprophets – The fake sound of progress (Missa)
04 – The Killers – Human (Polly)
05 – Beach Boys – I get around (Manq)
06 – Edward Maya feat. Vika Jigulina – Stereo Love (Simo)
07 – Cypress Hill – Insane in the brain (Bazzu)
08 – Lady GaGa – Monster (Giudi)
09 – Nightwish – Amaranth (Missa)
10 – The All-American Rejects – Paper heart (Polly)
11 – Minnie’s – Milano è peggio (Manq)
12 – Backstreet Boys – Incomplete (Simo)
13 – MxPx – Hear that sound (Bazzu)
14 – MGMT – Time to pretend (Giudi)
15 – Green Day – Longview (Missa)
16 – Biffy Clyro – Bubbles (Polly)
17 – Alkaline Trio – Draculina (Manq)
18 – GG D’Agostino – Tu vivi nell’aria (Simo)

Disco 2
01 – Metallica – Battery (Missa)
02 – GG D’Agostino – Pioggia e sole (Simo)
03 – Brand New – The quiet thing that no one ever knows (Manq)
04 – Rooney – Don’t come around again (Polly)
05 – Meg – Distante (Giudi)
06 – Persiana Jones – Ore e giorni (Bazzu)
07 – Dire Straits – Sultan of swing (Missa)
08 – Cristian Marchi feat. Dr. Felix – Love, sex, american express (Simo)
09 – Coldplay – Yellow (Manq)
10 – Alkaline Trio – Mercy me (Polly)
11 – Mark Ronson feat. Amy Winehouse – Valerie (Giudi)
12 – The Offspring – Want you bad (Bazzu)
13 – Alien Ant Farm – Smooth criminal (Missa)
14 – Hoobastank – The reason (Simo)
15 – Far – Are you sure? (Manq)
16 – GAMBEdiBURRO – Il mio cuore non è uno zerbino (Polly)
17 – Laroux – Bullet proof (Giudi)
18 – Le Luci della Centrale Elettrica – Per combattere l’acne (Bazzu)

Disco 3
01 – New Found Glory – Understatement (Polly)
02 – Subsonica – Tutti i miei sbagli (Giudi)
03 – Jimmy Eat World – Always be (Bazzu)
04 – American Hi-Fi – Flavor of the week (Manq)
05 – David Guetta feat. Kid Cudi – Memories (Simo)
06 – Iron Maiden – Hallowed by the name (Missa)
07 – Persiana Jones – Puerto Hurraco (Polly)
08 – Florence and the Machine – You’ve got the love (Giudi)
09 – System of a Down – Chop Suey (Bazzu)
10 – Coheed and Cambria – Far (Manq)
11 – Bumble B – Crime of passion (Simo)
12 – Good Charlotte – Riot girl (Missa)

Disco 4
01 – Florence and the Machine – Heavy in your arms (Giudi)
02 – Derozer – Alla nostra età (Polly)
03 – Helloween – I want out (Missa)
04 – Lady GaGa – Alejandro (Simo)
05 – Rancid – Black & blue (Bazzu)
06 – Bad Religion – Sorrow (Manq)
07 – The Smiths – What a difference does it make? (Giudi)
08 – Hoobastank – Crawling in the dark (Polly)
09 – Blink 182 – The rock show (Missa)
10 – David Guetta feat. Akon – Sexy Bitch (Simo)
11 – Shaggy – Mr. Bombastic (Bazzu)
12 – Jimmy Eat World – 23 (Manq)

Nota: aggiornata la sezione “musica”.

Manq: videography [pt.1]

E’ un po’ di tempo che ho in mente di fare un post come quello che segue, ma per diversi motivi non ho mai trovato il tempo o la voglia per portarlo a termine. Ad essere onesti non garantisco di farcela nemmeno a sto giro, però quantomeno ho deciso di provare ad iniziare.
L’idea è fare un post con un po’ di video musicali che parlino di me.
Lo so, nulla di originale, anzi parto subito con l’ammettere che l’idea l’ho presa da qui. Il fatto che lo spunto arrivi da un post di metà Aprile da il quadro del fatto che a) è davvero un po’ che voglio scrivere un post come questo e b) ultimamente non sono propriamente il prototipo del blogger attivo aka blogger “comesidovrebbe”.
Ad ogni modo io tenterò di fare tutto in un unico post e di dare spazio a categorie più inconsuete. Insomma, qui sta per saltar fuori materiale buono soprattutto per coloro che intendessero avere armi da usare contro di me.
L’idea è anche di commentare con due righe ogni selezione, giusto per inquadrare la scelta.
Parto.
1 – Un pezzo dal primo CD comprato di propria iniziativa.
Vasco Rossi – Ridere di te (Fronte del Palco Live)
Ricordo che ero in piscina, facevo credo le elementari. Quarta, quinta elementare al massimo. Ero in vasca e continuavo a canticchiarmi nella testa questa canzone così la sera all’Euromercato di Carugate, mentre mia mamma faceva la spesa, le ho buttato nel carrello questo doppio CD. Fatta la cassetta, l’ho messa nel walkman e ce l’ho tenuta per tutta la restante parte delle elementari, insieme a “Greatest Hits II” dei Queen e “Hanno ucciso l’uomo Ragno”.
2 – Un pezzo figo di un genere che odio.
Dragonforce – Through the Fire and Flames
Che il metal mi faccia cagare non è un segreto ed è sempre bello ribadirlo, quindi il genere è presto scelto. Per il pezzo invece è stato più difficile. Questa canzone però funziona bene perchè racchiude in se molto di quello che odio del metallo e ciò nonostante secondo me spacca il culo. Ecco, un disco intero di sti qui non credo potrei sopportarlo, ma non è lì il punto.
3 – Un pezzo di un gruppo che non ammetterei di ascoltare neanche sotto tortura, ma che in realtà apprezzo.
Aiden – Last sunrise
Non c’è molto da dire a mia discolpa. Sono agghindati in maniera raccapricciante, si atteggiano in maniera raccapricciante, fanno testi raccapriccianti e suonano un pop-punk teenmodaiolo anch’esso raccapricciante. Eppure tre dei quattro dischi che hanno buttato fuori me li sono ascoltati alla follia, specialmente quello da cui è preso il pezzo in questione. Ecco cosa posso die a mia discolpa: “Conviction”, l’album che non mi piace, è ben peggio degli altri ed è realmente una merda.
4 – Un pezzo da una band che millanto di apprezzare.
Fugazi – Waiting room
Essendo tendenzialmente uno che se la mena, tendo a millantare. Facendo un rapido calcolo il gruppo simbolo di questi miei momenti sono i Fugazi. Pilastri del post-hc, pionieri dell’emocore e simboli del math-rock sono da sempre una di quelle band che se ti piace sei un figo e se non ti piace o non conosci sei uno sfigato. In questo post tutto sincerità ammetto di non essermeli mai cagati. Anzi ammetto di aver provato ad ascoltarli solo quando Tom Delonge li ha definiti come suo gruppo preferito in un’intervista e, dopo averlo fatto, di aver pensato che facessero cagare. Secondo me sono come “2001: Odissea nello spazio”, non piacciono a nessuno, ma tutti mentono per sentirsi belli, bravi ed intelligenti. Ovviamente sto scherzando.
5 – Un pezzo di una band che mi sta sul cazzo.
Afterhours – Non è per sempre
Non c’è gara, Agnelli mi sta in culo come poche altre persone sulla terra. Potrebbe perdere giusto contro una boyband composta da Seedrf, Gasparri, il Papa, Fede e Pavel Nedved, ma non esistendo una band del genere il premio è suo. Musicalmente poi gli Afterhours li ho sempre trovati ai limiti del fastidioso, con in più l’irritante aggravante di fare testi in italiano di cui non si capisce nulla. “Cut up” sto cazzo e vaffanculo all’alternativismo italiano da quattro soldi.
6 – Un pezzo da un genere che non mi capacito di aver ascoltato.
Ska-p – El gato Lopez
Ebbene sì, da giovane ho apprezzato tutto quel filone ska-punk che tanto spopolava. Nel tentativo di discolparmi posso dire che ero più propenso al filone “core” della faccenda, quindi ai vari Less then Jake, Mad Caddies, Kemuri e co., piuttosto che allo ska vero e proprio dei vari Vallanzaska, Matrioska, Porcamadoska e via dicendo. I Porcamadoska me li sono inventati, ma non dubiterei che esistano davvero. Ad ogni modo l’apice dell’incredulità oggi ce l’ho quando ripenso al fatto che, per un breve periodo, ho avuto in macchina un CD con 4 pezzi degli Ska-P. Oggi come oggi per me gli Ska-p sono il male sotto ogni punto di vista e non solo musicalmente parlando ed è per questo che tra i pezzi a disposizione sceglo forse il meno significativo, ma l’unico che posso accettare finisca linkato sul mio blog. Ah, lo ska ha battuto la dance anni ’90 in questa ambitissima categoria. Per chiarire un po’ il punto, insomma.
7 – Un pezzo da un disco preso a scatola chiusa e di cui mi sono innamorato.
Nofx – Falling in love (So long… and thanx for all the shoes)
Anche qui mi ricordo la scena. Vado alla Ricordi di Monza, sono in seconda liceo ed ho scoperto da poco i Nofx grazie alla cassetta di “Heavy Petting Zoo” datami non ricordo neanche più da chi, forse Ciccio. Parto quindi spedito verso lo scaffale “punk-alternative” intenzionato a comprare una copia di “Liberal Animation”, da me chiamato “Quello con le mucche”, perchè ne ero da sempre incuriosito e soprattutto per via delle mucche in copertina. Poi però vedo quello strano CD a tre colori su uno scaffale. Era da un po’ che consultavo la discofgrafia dei Nofx sugli scaffali dei vari negozi di dischi (internet cosa?) e quello lì proprio non mi tornava. lo tiro su, lo giro e vedo che è appena uscito. Penso: “Cazzo, ma se heavy petting zoo è nuovissimo. Mmmm, qualcosa non mi torna”. Con le mucche sempre lì a chiamarmi vengo colto dal terribile dubbio e, alla fine, dopo ore credo, decido per “So long”. Arrivo a casa e me lo sparo tutto a volume smodato con somma gioia dei miei genitori. A chiudere l’opera c’è la canzone sopra citata che, secondo me, è il capolavoro assoluto dei Nofx. Ogni volta che la sento mi da i brividi e mai una volta che la suonino ad un concerto cui sono presente. Probabilmente, se quel giorno avessi preso “Liberal animation” tutto sarebbe stato diverso nella mia vita. Il mio personalissimo “sliding doors”.
8 – Un pezzo da un disco preso a scatola chiusa che ho odiato.
The Ataris – Boys of Summer (So long, Astoria)
Nell’era multimediale fa un po’ ridere parlare di CD presi a scatola chiusa, ma io un po’ di volte l’ho fatto. Mi fa piacere pensare che ancora ci siano fan pronti ad andare in negozio a prendere il disco appena uscito per ascoltarlo con quell’ansia data dalla trepidante attesa. Vero che non ci sono più i negozi di dischi e vero anche che l’ascolto emozionato lo si può fare anche con gli mp3 freschi di download, ma a me piace pensarla così. Sta di fatto che il disco in questione andai a comprarlo una mattina del mio terzo anni di università, prima del corso pomeridiano di virologia. Sono andato da Mariposa con Lale e la Cristina e me lo sono portato in aula felice come un bambino. Lo aspettavo come fosse una nuova venuta del Messia, con lo stesso mix di rispetto e devozione. Alla prima traccia ricordo che mi sono chiesto: “Ma che cazzo di effetti alla voce hanno messo??”. Per me ha segnato la morte di una delle mie band preferite di sempre se non la preferita in assoluto. A rendere la cosa ancora più amara c’è la rimasterizzazione di “I won’t spend another night alone”, messa lì come ghost track più che altro a sottolineare l’inutilità di tutte le tracce suonate in precedenza.
9 – Un pezzo dal concerto che più di tutti non mi sarei voluto perdere.
Blink 182 @ University of Montreal- Josie
So che dovrei vergongarmi di questa scelta. So che ci sono milioni di gruppi che hanno fatto la storia della musica che dal vivo non ho mai visto come so che ci sono stati milioni di eventi musicali rivoluzionari a cui non ho partecipato, però non c’è un cazzo da fare: io rimpiango da sempre non aver visto i Blink del tour dopo l’uscita di “Dude ranch”. Prima del successo, prima delle nudità, con un Travis appena subentrato a Scott che ancora suona punk-rock invece di darsi le pose da punk e suonare R’n’B. Un tour dove suonavano “Josie” ed “Enthused”. Un tour dove suonavano. Cazzo. E poi oh, io a Woodstock probabilmente mi sarei rotto il cazzo.
10 – Un pezzo da un concerto cui sei andato per caso e che poi ti è piaciuto un sacco.
Fabrizio Coppola @ Casa 139 – La città che muore
Fabrizio è un figo. I suoi live acustici non sono da meno ed è così che l’ho scoperto, una sera. Ci sarebbero molti altri esempi da fare, ma questo è il più significativo perchè quella sera non sapevo nemmeno che qualcuno suonasse. Però gli ho preso il CD, come poi ho preso gli altri e come prenderò l’ultimo nonappena deciderà di finire di registrarlo. Ah, per la cronaca, Tutto questo succedeva molto prima che il trend acustico invadesse il mondo della musica. Perchè Fabrizio è avanti.

Alla fine è stata una cosa divertente, questa. Magari un giorno deciderò di rifarlo. Magari. E’ comunque stato un buon modo di tornare a scrivere dopo tanto, troppo tempo.

RAMONES …it’s mine!

Non aggiorno da un po’ e sento il bisogno di farlo.
All’inizio pensavo di scrivere un post sulla mia prima settimana di training in palestra e ci ho anche provato a buttarlo giù in un paio di occasioni, ma non ne sono mai rimasto soddisfatto e così ho deciso di abortire il progetto.
Anche il post sulla nuova casa è definitivamente stato cestinato causa carenza di motivazione. Il nuovo video dell’appartamento però è stato realizzato ed è possibile vederlo qui.
Argomenti papabili rimasti in lista sarebbero il porno casalingo di Belen e l’ennesimo fallimento di LeBron James. Se sul primo non c’è molto da dire, almeno fino a quando riuscirò a visionare il materiale in questione (in quest’ottica sto anche promuovendo un’iniziativa in rete che insospettabilmente stenta a decollare), sul secondo ci sarebbe veramente molto di cui parlare. Io, tuttavia, non sono la persona giusta per farlo perchè dell’NBA sono sì tifoso, ma non esperto. Dico solo che a questo punto la finale ad est sarà sicuramente interessante e chiunque vinca, probabilmente, nulla potrà contro i Lakers. Spero di essere smentito, ovviamente.
Bene, dopo aver detto tutto quello di cui potrei parlare ma di cui non voglio scrivere forse è il caso di motivare la foto del disco che troneggia qui a lato.
Dopo anni ho finalmente comprato “It’s Alive” dei Ramones, il disco che da sempre invidiavo alla collezione di Orifizio.
Semplicemente il più bel disco live della storia.
Passata, presente e futura.

“…today your love, tomorrow the world…”

Linea 77 – Dieci

Nel tentativo di adempiere al primo dei due propositi che mi sono posto mi prendo qualche riga per commentare il nuovo disco dei Linea 77.
Dieci.
I Linea 77 sono uno di quei gruppi di cui, pur stimandoli, non sono mai riuscito ad apprezzare un album per intero. Ogni disco, a suo modo, contiene gran pezzi. Ma grandi sul serio eh, roba che al sottoscritto piace un sacco, però di contro c’è anche sempre qualcosa che proprio non va. Di conseguenza il mio approccio alla band di Torino è una classica “raccolta di singoloni” (dai primordiali “Moka”, “Ketchup suicide”, “Touch” e “Potato Music Machine” a roba più recente come “il Mostro”, la ruffianissima ma in fondo figa “66” [forse apprezzavo particolarmente il video perchè follemente innamorato della tipa bionda che compare al minuto 2:38?? Che poi come al solito verrà fuori che è un uomo…] e la chicca “Fantasma”) in mediaplayer, ma zero CD in libreria.
E’ cambiato qualcosa con questo nuovo disco?
In realtà non moltissimo, perchè effettivamente ci sono tracce fighe e tracce che non mi convincono, però se interrogato a bruciapelo direi che invece questo nuovo album dei Linea 77 mi piace proprio e che potrei anche decidere di comprarlo.
Lo scopo di questo post quindi è cercare di sviscerare i motivi che mi portano a fare questo tipo di affermazione ed una teoria in merito io ce l’avrei anche.
Ho sempre ritenuto i Linea 77 una band HC.
Questo faceva sì che nei primi dischi, quando il suono si faceva palesemente nu-metal, mi girassero non poco i coglioni.
A quei tempi forse la mia definizione dei cinque di Tornino poteva risultare azzardata (e quante discussioni che ho avuto, qua e la, in questo senso), ma in mio soccorso arrivò “Horror Vacui”, il disco che si apriva con “The sharp sound of blades”, pezzo che sembra scritto a venti mani con i Comeback kid. Ok, ok, nello stesso disco ci sono un pezzo interessante scritto con Tiziano Ferro ed uno abominevole che potrebbe essere benissimo una cover degli Articolo 31 post degenero, ma non divaghiamo.
Sta di fatto che da lì i passi si son mossi in una direzione che io ho apprezzato molto e che mi porta a definire i Linea 77 di “Dieci” come una band post-hc e, a mio modesto parere, siamo sui livelli più alti toccati dai cinque in questione.
Prendiamo “Il Senso” per esempio. Secondo me è un pezzo della madonna.
Come dicevo anche questa volta ci sono i pezzi che mi convincono meno e facendo un conto sul numero di tracce forse quelle molto belle e quelle meno belle si dividono l’abum in parti uguali (“Muezzin”, “Il Senso”, la rivisitazione del gioca giuè di “Aspettando meteoriti”, “La notte” e “Au revoir” tra le prime Vs. il singolo “Vertigine”, “Tank!”, “l’Ultima volta”, “A noi” e “Vipere”), ma per una volta anche le tracce “no” alla fine il loro motivo d’essere ce l’hanno e non infastidiscono quasi mai il mio orecchio. Oltretutto la scelta del cantato italiano per tutti i pezzi da un senso di continuità al lavoro che mancava da un bel po’.
Insomma io il nuovo disco dei Linea 77 lo consiglio e mi prendo questo post farcitissimo di link a video per omaggiare una band che pur non essendo tra le mie super favorite sicuramente merita rispetto, attenzione e riconoscimento del tanto lavoro svolto in dieci anni di carriera.
Che poi io non sia nessuno e che questo mio omaggio non conti un cazzo, beh, quella è un’altra storia.

“I couldn’t care less” (cit.)

L’Osservatore Romano in questi giorni ha pubblicato un articolo di rivalutazione dei Beatles da parte della Santa Sede.
Ringo Starr ha commentato come da titolo.
Applausi a scena aperta.
Chissenefrega. Era ora che qualcuno facesse presente che non siamo tutti qui ad aspettare che la chiesa dica la sua su ogni argomento. A molti non frega nulla e, devo ammetterlo, si vive altrettanto bene. Ringo Starr riesce con una frase dove intere generazioni di centrosinistra d’opposizione hanno fallito e continuano a fallire, con una semplicità ed una natturalezza che lasciano effettivamente spiazzati, ma solo perchè non si è abituati al fatto che qualcuno dica le cose come stanno quando di mezzo c’è il clero. Di contro, alla chiesa sono serviti quarant’anni per rivalutare i Beatles, qualcuno di più per ammettere il silenzio ignobile sulle leggi raziali. Non oso pensare quanto gli ci vorrà per fare mea culpa sulla pedofilia e magari chiedere anche scusa per aver lasciato parlare uno come Bertone in un momento tanto delicato.
Bertone che, per altro, ogni volta che apre bocca incrina non di poco il mio credo nella non violenza.
Ad ogni modo grande Ringo Starr, da sempre il mio Beatles preferito perchè indubbiamente il meno hippie e, a mio avviso, il più punk.
Oltre che il più brutto, s’intende.

Canadians – The fall of 1960

In questo Marzo densissimo di post (11, mai così tanti da tempo immemore) ho deciso di dedicare una paginetta alla promozione del nuovo disco dei Canadians. “The fall of 1960” uscirà nei negozi il 9 Aprile, ma qui sotto è possibile non solo ascoltarlo in anteprima (ok, ok, lo so.), ma anche scaricarlo in versione mp3.

<a href="http://ghostrecords.bandcamp.com/album/canadians-the-fall-of-1960">A Great Day by Ghost Records</a>

Faccio tutto questo in primis perchè oggi ho scoperto di essere un indiesnob, ma anche perchè a me i Canadians piacciono e trovo questa modalità di diffusione del loro lavoro molto intelligente, onesta e lodevole.
Del disco in questione non dirò molto, anche perchè non credo che qualcuno preferisca leggere una recensione piuttosto che ascoltarsi il disco, ma un paio di cose vorrei sottolinearle. La prima è che la copertina mi piace tantissimo. La seconda è che mi mancano molto le interminabili code strumentali del precedente disco. La terza è che dopo pochi ascolti la title track e “Carved in the Bark” sono i miei pezzi preferiti. L’ultima è che la traccia fantasma conclusiva è capace di sopperire ampiamente a quanto sottolineato nella mia precisazione numero due.
La domanda ora è: verranno a suonare a Colonia?

Ignorance is bliss

Non mi è mai piaciuta la musica colta.
Da sempre ascolto quello che mi piace e che mi diverte, senza badare troppo alla situazione culturale e sociale che mi circonda. Non sono uno di quelli che si spara gli eventi cool per essere cool, per dirla chiara, ma semplicemente uno che ci può capitare nel momento in cui quello che gli piace diventa in qualche modo trandy. Questo mi porta ad ascoltare ed apprezzare un monte di roba che probabilmente mi taglia fuori dal giro giusto, ma mi da anche modo di vedere spettacoli di indubbio valore artistico e socio-culturale.
Questo preambolo infinito serve ad introdurre il fatto che ieri mi sono sparato il live di Scooter. E mi è piaciuto parecchio.
Vedere un evento techno in Germania è una roba che volevo fare da tempo e ieri questa mia voglia è stata appagata appieno, con annessa dimostrazione di quanto realmente qui siano tagliati per quel genere di storie.
Nell’ambito poi, Scooter è il capo.
Lo so, sono un gruppo di tre persone ed io continuo a parlarne come fosse una sola, ma per me Scooter è il frontman, quello biondo-finto, ed è così dai tempi delle medie quindi non cambierò certo adesso il mio modo di intendere la cosa. E poi, diciamoci la verità, visti live traspare come Scooter sia lui e lui soltanto. Il resto è contorno, per quanto fondamentale.
Lo show si è tenuto al Palladium ed a costo di apparire ripetitivo, ancora una volta Colonia ha dimostrato di avere il locale giusto per l’evento giusto. Questo posto infatti è una sorta di vecchio capannone nel pieno nella zona industriale fuori Colonia, adibito a sede concerti e rave. L’ingresso, la zona bar, il guardaroba ed i bagni sono stati del tutto riattrezzati, quasi in stile teatro, ma la parte dove si svolge l’evento è ancora un capannone in tutto e per tutto, con travi e colonne d’acciaio a sostenere il soffitto, impianti a vista ed muri non verniciati. L’effetto rave è quindi tangibile ancora prima dell’inizio dell’evento.
E c’è un mare di gente.
Scooter attacca pochi minuti dopo le nove e nei primi quindici secondi ridefinisce completamente il mio concetto di “alto volume”. La gente ovviamente esce di testa ed inizia a ballare priva di ogni tipo di controllo, ma io mi soffermo ad analizzare l’aspetto visivo della questione. C’è un impianto luci impressionante, con effetti veramente assurdi. In bilico tra estasi ed epilessia inizio a lasciarmi prendere dalla performance in un tripudio di fuochi artificiali, fiamme che neanche i Ramstein e schermi dalle immagini allucinanti. Rapito da quello spettacolo ho il sospetto di aver appreso come debba essere calarsi dell’acido.
Sul palco, oltre ai “dj”, si alternano i due ragazzi protagonisti di “J’adore hardcore“* e la crew ballerina di “What is the question?“, oltre ad una coppia di cubiste di notevole caratura tecnico-tattica, ma l’attenzione è sempre per lui, il biondone, che salta e si dimena come un pazzo continuando a tirare i cori del pubblico come fosse allo stadio.
La performance dura poco più di un’ora e vengono proposte, oltre alle previa citate, chicche un po’ da tutta il repertorio. Da “Posse” a “Call me manana“, da “Fuck the millenum” a “Stuck on replay“, da “The sound above my hair” (una delle mie preferite) all’acclamatissima “One“, fino alla conclusione lasciata a “Maria“, il pezzo che la gente ha cantato per tutto il tempo dell’attesa per l’inizio dello show.
Ovviamente non è finita qui.
Scooter concede ben due bis snocciolando altre perle come “How much is the fish?“, pezzo durante il quale credo che il Palladium sia stato rilevato dai sismografi di mezza Europa, fino ad arrivare alla conclusione già scritta per l’accoppiata “Hyper hyper” e “Move your ass!“, coronata dalla comparsa di una gigantesca scritta “The end” sui monitor dietro il palco.
Tutto molto divertente. Unico rimpianto è non aver sentito “Faster harder Scooter“, ma non si può avere tutto.
La cosa che invece mi ha sconcertato è stata vedere gente di cinquanta/sessant’anni, dignitosissima all’apparenza, lasciare cappotto e maglione al guardaroba per indossare la maglia del gruppo e gettarsi in mezzo alla folla a ballare. Personaggi impagabili.
Insomma, sarà anche musica ignorante, però gran divertimento.

* al banchetto c’era anche la maglia, fighissima. Non l’ho presa solo perchè volevo qualcosa di più chiaramente riconducibile a Scooter, ma devo ammettere che le mutande con quel logo mi hanno tentato fino all’ultimo…

Esperienza totale

Prendete una spiaggia.
Sì, lo so, non ho mai scritto un post rivolgendomi direttamente a chi legge, però questa sera va così quindi non fate i pignoli e fate quel che dico.
Prendete una spiaggia di notte con un bel falò acceso e le stelle che brillano in cielo.
Mettete duecento, trecento amici intorno a quel fuoco. Chissenefrega se non avete abbastanza amici, fate conto di averceli e metteteli tutti intorno al fuoco con una birra in mano. A questo punto prendete tre chitarre e datele a tre di questi vostri amici d’infanzia che, fortuna vuole, sono anche musicisti che in qualche modo hanno segnato la vostra vita e dite loro di suonare i pezzi più significativi della vostra gioventù in modo che tutti si possa cantare insieme.
Ok, riuscite ad immaginare una situazione di questo tipo?
Io sì, perchè l’ho vissuta questa sera.
Niente spiaggia, purtoppo, ma un freddo localino imboscato nel quartiere di Colonia dove vivo. Roba che ci ho messo una buona mezzoretta a trovarlo, il posto, ma alla fine l’ho reputato veramente carino. Prendete uno di quei bar americani con le freccette, il biliardo, il casino e la cappa di fumo. Metteteci poster di band alle pareti ed una porta che da su uno stanzino con un palco in cui possono entrare per l’appunto circa trecento persone. Ecco, l’Underground di Colonia è così. Una roba che a Milano ce la sognamo e non solo per il divieto di fumo nei locali pubblici.
Ad ogni modo in questo piccolo locale questa sera è avvenuto qualcosa di magico perchè, non scherzo, sembrava veramente di essere in mezzo a gente che si conosce da sempre. Sarà che ero da solo e ho conosciuto più gente che in una vita di concerti “single palyer” in Italia, sarà che l’età media era esattamente la mia, sarà che per tutti i presenti andava in scena a grandi linee la colonna sonora della propria vita, ma non mi ero mai sentito così parte di un qualcosa ad un concerto.
Lo so, fa ridere, ma è così.
Mi rendo conto di non aver ancora precisato quale concerto ho visto sta sera.
Si trattava di Jon Snodgrass + Tony Sly + Joey Cape, tutti in versione rigorosamente acustica.
Non sapendo bene come funzionano le cose da queste parti ed essendo io senza biglietto, ho deciso di recarmi in loco con largo anticipo. Arrivato sul posto nel locale non c’è nessuno, tranne i tre showman impegnati nel soundcheck, così entro e mi sento un paio di pezzi in anteprima prima che Joey Cape venga da me a fare due chiacchiere e chiedermi poi dov’è il bagno. Quando realizza che non sono dello staff ride molto. Rido anche io, e ride anche il tipo al mixer che però poi mi chiede di uscire.
Il set vero e proprio inizia dieci minuti dopo le otto e sul palco ci sono tutti e tre gli artisti per suonare insieme i primi tre pezzi, uno dal repertorio di ciascuno. In realtà Joey Cape ne suonerà due perchè durante “Fatal Flu” Jon rompe una corda, la prima di una lunga serie, ma come appare chiaro si tratta di un fuori programma. Anche di questi ultimi sarà costellata la serata. In ogni caso avvio col botto, tra battute e dialoghi col pubblico che definire esilaranti è poco.
Personalmente non conoscevo Jon Snodgrass, nè gli Armchair Martian nè tantomeno i Drag the River (ok, shame on me). Tuttavia il suo set è fantastico. I pezzi voce e chitarra emozionano davvero e lui è un personaggio geniale, ma geniale sul serio. Esegue praticamente solo canzoni a richiesta, almeno finchè le richieste arrivano, ed alla fine cede il posto a Tony Sly. Non che se ne vada, smette semplicemente di suonare per dedicarsi a fare filmati con la sua compatta digitale. La gente apprezza e anche Tony Sly: “Jon is always great. In his set and even in mine.”
La scaletta del leader dei No Use for a Name non la commento neanche, perchè si parla di uno che ha nel plettro più singoli di Vasco e che quindi da dove pesca pesca sicuro. Il clima è fantastico, roba che ad un certo punto TS chiede ad uno del pubblico di aprirgli una birra, per capirci. Esegue anche tre di pezzi dall’album in uscita, quello da solista in acustico che è in giro a presentare. Il primo è molto simile a qualcosa dell’ultimo album NUFAN, il secondo è bellissimo ed il terzo serve a richiamare sul palco Joey Cape che nel disco canta metà della canzone. Questa sera però JC pare proprio non ricordare di cosa si tratti e così, dope due tentativi a vuoto tra le risate generali, Tony Sly lascia il palco.
A differenza del predecessore, il frontman di Lagwagon e Bad Astronaut decide di proporre diversi pezzi della sua carriera da solista, molti dei quali dedicati all’amico scomparso Derrik Plourde. L’atmosfera è carica di emozione e porta Joey ariflettere su come non sia facile essere allegri quando la maggior parte dei propri pezzi parla di suicidio. Per ri-alleggerire l’ambiente decide così di suonare “Beard of shame”, fermandosi nel ponte strumentale per ammettere di non avere mai avuto la necessità di imparare a suonare quella parte. Ormai il tutto procede da due ore abbondanti ed è quindi il caso di portare al termine la serata.
Sul palco tornano i due colleghi per suonare gli ultimi pezzi, ancora una volta pescandone uno per ognuno. La conclusione del tutto è affidata alla cover di “Linoleum” ed è l’apice di una serata spettacolare.
Almeno, vivendolo credevo fosse l’apice.
Poi è successo che i tre se ne sono andati e che la folla li ha osannati per diversi minuti buoni, fino a farli rientrare per un bis che sembrava del tutto imprevisto.
Scelgono un’altra cover: “Boxcar” dei Jawbreaker.
Jon vorrebbe suonare, ma anche filmare con la sua compattina e quindi chiede a uno del pubblico se può riprendere al posto suo. Questo accetta ed il pezzo parte a coronare il reale apice della serata.
Probabilmente questo racconto è orfano di diversi aneddoti che varrebbe la pena ricordare, ma ora sono un po’ stanco e quindi va bene così.
Esperienza totale.
Senza scherzi, credo sia stato il più bel concerto della mia vita.