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Concerti

Something to write on blog about (plagio inconsapevole).

La mia nuova avventura di giornalista musicale al momento mi sta dando alcune soddisfazioni.
In settimana è infatti uscito su Groovebox il mio report sul live dei Get Up Kids @ Estragon.
Scrivere per una webzine tuttavia sta un po’ togliendo spazio a questo blog, perchè stendere due volte un pezzo che parla dello stesso evento è decisamente poco motivante. In un report scritto perchè qualcuno lo legga e non allo scopo di immortalare dei ricordi personali non trovo però giusto lasciare troppo spazio alle mie percezioni e quindi tento di attenermi al dovere di cronaca.
Il dilemma di conseguenza è che se scrivessi qui sopra del concerto, con tutta probabilità non ne uscirebbe una pagina come quella linkata in alto. Su questa pagina ci sarebbe ampio spazio per la bella sensazione provata nell’andare a Bologna finalmente in compagnia. Ci sarebbero delle menzioni d’onore a Marco e Carlo che si sono sparati insieme a me la trasferta, ma anche al BU e a Dietnam incontrati sul posto. Ci sarebbe un ampia cronaca della cena argentina fatta prima del live approfittando dei vari stand multietnici della Festa dell’Unità bolognese (che, per inciso, è veramente figa). Parlerei a lungo di come non ci abbiano serviti per quaranta minuti abbondanti, per poi mettersi una mano sul cuore una volta saputo che saremmo dovuti andare ad un concerto che iniziava circa 20 minuti dopo facendoci ingurgitare paella e grigliata mista di carne praticamente con l’imbuto.
Menzionerei la delusione nel non aver trovato una maglietta decente al banchetto, cosa a cui tenevo parecchio perchè i Get Up Kids live sono un evento che merita un cimelio.
Parlerei più o meno nello stesso modo dei The Briggs, ma sicuramente aggiungerei molto della diatriba animata avuta col bell’uomo sul loro essere simili o dissimili ai Dropkick Murphys.
E poi scriverei della performance dei ragazzi del Kansas, ma senza dedicare troppe righe alle scalette o alla risposta del pubblico. Parlerei soprattutto della mia risposta, la risposta di uno che la speranza di vederli dal vivo l’aveva abbandonata tanto tempo fa.
La risposta di uno che li adora per “Something to write home about” e che del resto si è sempre curato poco.
Uno che su “Action & Action” ha perso probabilmente la voce.
Uno che si è commosso su “Valentine” e “Out of Reach”.
Insomma, uno come me.
Avrei scritto della voce incredibile di Matt Pryor e dello stile ipnotizzante di Ryan Pope alla batteria, ma quello forse l’ho scritto anche nel report.
Una cosa che però anche in un pezzo di cronaca sicuramente non mi sono sentito di omettere è stato il fantastico e al contempo tremendo salto negli anni novanta cui questo concerto mi ha sottoposto. E’ stato bello, per una volta, vedere gente della mia età sotto il palco e gente più vecchia di me sul palco. E’ stato bello essere contenti e fieri, a nostro modo, dell’essere parte di un’altra generazione. Perchè i Get Up Kids, a differenza di tutti i gruppi che continuo a seguire dai gloriosi anni novanta, sono rimasti fermi a dieci anni fa. Basta dischi (the guilt show non l’ho credo mai sentito), basta concerti, nessun tentativo di continuare a restare attuali. Ogni due anni vedo i Nofx su un palco e sembra che il tempo non sia trascorso. Loro sono si convincono e ci convincono di essere gli stessi e va bene così, perchè anche noi trentenni con gli shorts un po’ vogliamo credere di essere rimasti al liceo. E’ una sorta di tacito accordo che sta bene ad entrambe le parti.
Con i Get Up Kids però quest’illusione scompare di fronte ad una band visibilmente invecchiata, ad un audience visibilmente invecchiata e per nulla reinfoltita dalle nuove leve e ad una scaletta che, che tu lo voglia o meno, è lì per ricordarti che una decina d’anni fa eri giovane.
Forse anche per questo non mi sono sbattuto più di tanto nel tentativo di andare a vedere gli Offspring Mercoledì scorso.
Sarebbe stato troppo presto, troppo traumatico.
Alla fine è bello saper trovare la voglia ed il tempo per scrivere qualcosa di più di una semplice cronaca di un live.
Oltretutto pagine più intime mi permettono di sfogare il mio innato talento per i titoli osceni.

[NdM: ho realizzato solo ora che il BU ha intitolato un post sul suo blog praticamente nello stesso modo. In quel post oltretutto linka un terzo post in cui si gioca con lo stesso tema. Questo lascia spazio ad una considerazione: noi ex giovani abbiamo poca fantasia e tanto cattivo gusto. Ad ogni modo la correzione al titolo è dovuta a questo. Se penso che all’inizio avevo intitolato il post “I’m a journalist, Dottie. A reporter”…]

Comunicare

Quella di questa sera è stata una serata indubbiamente particolare.
Sarei dovuto andare a sentire i Seventy Times Seven a Vimercate ed invece, per varie ragioni, mi sono ritrovato a sentire i Lost a Carugate.
Sì, i Lost.
Ok, non ero lì per loro. Ero lì per i Minnie’s e perchè Bazzu mi ha chiesto di accompagnarlo a sentirli.
Bazzu, a dirla tutta, era convinto che i Lost suonassero di spalla ai Minnie’s e questo mix di genuinità e buonsenso mi ha subito conquistato. Ero curioso di rivedere i Minnie’s dopo il live semi-acustico di spalla a Kris Roe ed ero curioso di vederli con i pedalini accesi e i suoni distorti di conseguenza. Avrei voluto comprar loro il CD di “Un’estate al freddo”, ma ho scoperto che è andato esaurito. In compenso, dopo lo show, mi sono comprato il nuovo “Esercizio delle Distanze”. Questo perchè dopo averli brevemente conosciuti mi sono risultati simpatici e, soprattutto, perchè il loro set mi è piaciuto. Ora me lo sto ascoltando, mentre scrivo, e lo sto apprezzando. Di solito quando scrivo con un CD mai sentito in sottofondo, mi distraggo dall’ascolto e mi concentro sullo scrivere. In questo caso mi sta accadendo l’esatto opposto, segno sicuramente che il cantato in italiano coinvolge molto e che, soprattutto, il disco mi piace.
Dopo il set dei Minnie’s e l’acquisto del CD, io e Bazzu ci siamo concessi qualche pezzo dei Lost.
Abbastanza per dire che sono imbarazzanti.
Non che avessi dubbi, per carità, però vederli dal vivo è proprio rendersi conto che, parafrasando Bazzu, sono vuoti. Privi di qualsivoglia concetto da comunicare, oltre che della benchè minima voglia/capacità di suonare qualcosa di decoroso.
Penosi.
E penose le ragazzine che strillano. Non tanto perchè strillano ad una band, perchè quello è doveroso che le ragazzine lo facciano, ma perchè sono riusciti a far loro credere di essere diverse da quelle che strillano per Marco Carta.
E’ brutto quando ti privano di personalità convincendoti che nel farlo, in realtà, te ne stiano dando una.
Stop alle digressioni.
Stando a quanto ho scritto fino ad ora però, non c’è motivo perchè io definisca “particolare” questa serata.
Invece alla rotonda dell’Euromercato, tornando a casa, ci imbattiamo nel bassista dei Minnie’s che fa l’autostop.
Ovviamente lo raccattiamo.
Era incazzato.
Nel discutere del perchè lo fosse mi ha dato, personalmente, un grandissimo spunto di riflessione.
Era arrabbiato perchè la sua band, a suo dire, non aveva colto l’occasione di dire qualcosa alle ragazzine presenti, di far passare un messaggio. Il suo punto era che se decidi di suonare davanti a bambine che non sono lì per te, ma che sono il prodotto di una certa omologazione, E’ TUO DOVERE far passare un messaggio. Non farle contente, per quello ci sarà tempo quando arriverà la loro band del cuore, ma comunicare qualcosa. Questo perchè se anche solo poche di quelle ragazzine recepiscono ciò che stai dicendo, hai già cambiato un po’ le cose. Sempre parafrasando, secondo lui è facile far passare certi messaggi al Conchetta o al Leonkavallo, ma lì si sta solo facendo il proprio compitino, senza in realtà essere utili. Chi ti ascolta in quei contesti il tuo pensiero l’ha già recepito. E’ di fronte ad un pubblico come quello di sta sera, invece, che è importante far capire ciò che si è e ciò per cui si suona.
L’idea, ciò che differenzia una band che per suonare a Carugate prende 300 euro da una che ne prende 6000.
Altrimenti, tanto vale mettersi a suonare per i soldi.
Io non so bene cosa avrebbero potuto fare o dire di diverso, questa sera, per perseguire meglio questo proposito.
Ma, cazzo, questo ragionamento mi ha profondamente colpito.
E lo condivido al 1000%.
Ok, il CD è finito ed anche questo post.
Sicuramente i Minnie’s saranno sul mio “CD delle vacanze”.
Resta da decidere con che traccia.

Give it a name

Lo dico subito: per una volta, la prima volta forse, è valsa la pena di farsi lo sbattimento.
Alla luce dei fatti quindi posso smetterla di darmi del coglione poichè non è vero che un festival con diverse band di questo tipo debba forzatamente venire fuori una merda.
Un festival di questo tipo può anche venire bene, con dei buoni suoni e delle buone performance.
Questo inevitabilmente aggrava molto i giudizi (peraltro già non fantasmagorici) sulle manifestazioni precedenti, ma almeno mi dimostra che crederci e partire per un concerto alla distanza complessiva di 450 km non è una pirlata a priori.
Ok, questa pera di autoconvinzione era doverosa, ora posso commentare il concerto.
Give it a name II @ Estragon (Bologna).
Taking Back Sunday, Underøath, Thursday, Escape the Fate, Emery, InnerPartySystem e Your Hero.
30 sacchi di ingresso (senza prevendita), 23 di casello, 40 di benzina e 5 di piada del voncione con annessa acqua.
Ok, la riga qui sopra cozza un po’ col mio tentativo di smetterla di darmi del pirla, but who cares?
Sono partito da Milano alle 16 in punto sperando di evitare il traffico qui e possibilmente anche quello sulla tangenziale bolognese. Il piano può dirsi riuscito poichè anche a destinazione non ho praticamente mai fatto coda e così alle 17.50 ero già in fila alla biglietteria dell’Estragon.
Viaggiare da solo in macchina per qualche ora è sempre una bella esperienza. Musica in sottofondo, strada sgombra e tanto tempo per stare con sè stessi sono una situazione che, ogni tanto, mi concedo volentieri.
Giunto in loco ho incontrato Safebet ed un suo amico di cui non ricordo il nome, anche loro profughi da Milano, nonchè Uazza il geometra. Con loro tre ho passato poi l’intero live e si sono rivelati una gradevolissima compagnia.
La prima band ad esibirsi sono gli Your Hero, italiani (credo di Roma). Bravi, c’è da riconoscerlo, e nemmeno troppo musicalmente ruffiani visto il contesto in cui erano inseriti. Personalmente li ho apprezzati anche nella parentesi di cordoglio per le vittime del terremoto, mi è parso tutto genuino e quindi da applausi. Fossero stati a Domenica In forse avrei recepito in maniera diversa.
Forse però son solo pippe mentali mie.
I loro venti minuti procedono veloci, trascorrono bene e lasciano la voglia di sentire un altro paio di pezzi quando il set è concluso. Promossi.
I secondi sono gli InnerPartySystem e qui il giudizio cambia, si accorcia: una merda. Oltre ad essere inadatti al contesto mi son sembrati proprio scarsi. Potrei non dico apprezzarli, ma almeno non odiarli se li vedessi live una sera al Plastic, per dire, ma non ne sono nemmeno sicuro. In sostanza venti minuti che durano un’eternità. Bocciati.
Terzo giro, tocca agli Emery. Non li avevo mai visti dal vivo e non li ho mai cagati nemmeno su disco. Alla luce dei fatti non ne sono affatto rammaricato. Mi è parso il classico gruppo nu-emocore come ce ne sono tanti, con l’onestà di chi questa roba la fa più o meno da quando è nata, ma con anche l’aggravante di non lasciare nulla a chi ora, con un background che non sia proprio zero sull’argomento, li sente per la prima volta. So per certo che ai fan di vecchio corso, Safebet è uno di questi, non sono affatto dispiaciuti quindi probabilmente il set non è stato male. A me però non hanno detto niente. Ad essere onesti anzi li ho trovati un po’ vuoti di suono e di voce, ma non credo di avere materiale a sufficienza per valutarli. Senza voto.
E’ il turno degli Escape de Fate. Io li odio essenzialmente perchè la loro presenza ha reso l’intero festival una gigantesca puntata di TRL. Io non ho nulla contro le mode dei giovani, anzi, però trovo questa nuova ondata di ragazzini confezionati nei jeans aderenti onestamente inguardabile. Ecco, il gruppo in questione incarna in pieno il giudizio espresso sul suo pubblico. Prima ancora che iniziassero a suonare, già trovavo irrispettoso il fatto che loro, a metà della scaletta del festival, si permettessero di arredare il palco con scenografie da far impallidire gli Iron Maiden (che almeno queste tarrate se le fanno ai live dove sono headliner). Una roba imbarazzante, se si pensa ad un gruppo che si limita a fare peggio di altri un genere che ha iniziato a stufare già da diversi anni. Il fake metal modaiolo è già di suo un genere discutibile, persino quando a proporlo sono i gruppi che l’hanno inventato, figuriamoci se a suonarlo son quattro ragazzini. Oltretutto, musicalmente parlando, gli Escape the Fate sono veramente quattro (il cantante non lo considero nemmeno) incapaci. Suoni osceni, assoli fuori tempo e basso praticamente inesistente fusi in una performance che avrei ritenuto opinabile anche al concerto annuale delle scuole monzesi. La chicca però era il secondo chitarrista: un trentenne nascosto dietro la scenografia credo perchè non sufficientemente poser per essere ammesso di diritto nella band. Vabbè, il giudizio è scontato: bocciati, anzi espulsi proprio dalla scuola. Vederli dal vivo ha fatto poi sorgere in me una considerazione. Questi gruppi per teenagers in america vanno fortissimo e fino a qui nulla di nuovo. Vanno fortissimo anche in Italia, talmente forte da sdoganarsi come musica e come look perfino a MTV. Perchè allora i gruppi italiani che son voluti salire in corsa su questo treno si son presi solo il fattore estetico? Perchè i teen-emo-posers italiani, abbigliamento escluso, sono rimasti musicalmente inchiodati al pop anni sessanta? Perchè testi e arrangiamenti dei Lost, per fare un nome, potrebbero essere benissimo farina del sacco di Dodi Battaglia? Gli Escape the Fate almeno, pur risultando credibili quanto Krusty il Clown che recita Shakespeare, cercano di proporre la musica che oggi si rispecchia in quella moda. Mah, disgustorama.
Thursday. Standing ovation.
Devo ammettere che anche in questo caso la mia considerazione nei loro confronti è sempre stata pressochè nulla. Conscio si trattasse di uno tra i capistipiti della corrente musicale nu-emocore gli ho sempre preferito altre band per una mera questione di gusti. L’opportunità di vederli dal vivo però mi incuriosiva e devo ammettere che riponevo su di loro un bel po’ di aspettativa. Mi hanno impressionato. Una potenza di suono indescrivibile, una pulizia difficilmente eguagliabile, voci e cori sempre precisi e puntuali ed una presenza scenica non indifferente: semplicemente perfetti. Con ogni probabilità, la band del New Jersey a fine anno si collocherà tra i migliori live del 2009. Promossi a pieni voti e con la particolare lode di aver dimostrato all’audience cosa vuol dire suonare dal vivo, con buona pace dei ragazzini finto metallari di prima.
A questo punto mancano all’appello due band, quelle per cui mi sono fatto la trasferta.
I primi a presentarsi sul palco sono gli Underøath. 55 minuti di violenza, acustica e visiva, suonati tutti di fila e senza tregua alcuna per lo spettatore. Rispetto all’ultima volta in cui li ho visti, i suoni mi son sembrati più impastati all’interno del caos generale e meno definiti, tuttavia trattandosi di un certo tipo di suono la cosa non guasta. La title track dell’ultimo disco vista live è impressionante, così come “Writing on the walls”, ma nel complesso non c’è stato un solo minuto sottotono all’interno del set. Esattamente come me li ricordavo, esattamente come me li aspettavo: promossi.
Siamo alla fine e, pur dovendo ancora suonare il gruppo che più mi piace tra tutti i presenti, sono già molto soddisfatto.
I Taking Back Sunday si presentano sul palco a chiudere la serata, forti di un nuovo chitarrista (che sul momento mi è sembrato poter essere il buon vecchio Nolan, con conseguente mezzo infarto per la commozione, e che oggi invece ho appreso essere nuovo di pacca), di un nuovo disco in prossima uscita e di un precedente live all’Estragon difficilmente peggiorabile. Forse anche per questo mi sono piaciuti, perchè non mi aspettavo nulla di buono. Adam Lazzara è oggettivamente un incapace, tuttavia il nuovo chitarrista sopperisce bene ed il suono è decisamente vivo, rispetto alla mosceria della precedente occasione. Suonano anche loro un’oretta, proponendo una scaletta che pesca in pari proporzioni da tutti e quattro i dischi, se si conta anche il quarto in uscita. Promossi anche loro, quindi.
Così il concerto finisce e io me ne ritorno a Milano con la mia schiena capricciosa che inizia a dolorare, le orecchie che fischiano e “Una vita nuova” di Fabrizio Coppola che mi tiene compagnia lungo la strada, rilassandomi senza addormentarmi.
Sabato pensavo di aver fatto una stupidata a perdere il live di Joey Cape acustico a Parma, ma con il senno del poi è stato meglio così. Credo che infondo se ci fossi andato non avrei apprezzato appieno, come invece ho fatto ieri sera.
Soprattutto, se ci fossi andato, ieri sera con ogni probabilità sarei stato a casa.
Come sempre più persone mi dicono, sto decisamente invecchiando.

Manq @ Vans Warped Tour?

Non sono morto.
Sono stanco, quello sì, ma è solo per quello che la mia attività di blogger sta subendo dei ritardi gigantoscopici.
Potrei fare di questo post, il post delle parole inesistenti.
Ma anche no.
Userò questa pagina per parlare del primo obbiettivo della mia esistenza in questo momento: la florida.
Pur non essendo affatto sicuro che riuscirò ad andarci, alla fine, ormai sono proiettato in quel di Miami.
La frommer è arrivata e da un primo sguardo ci sono già un monte di cose che rientrano nella lista degli appuntamenti imperdibili.
Alcuni esempi:
– Cape Canaveral
– Il circuito di Daytona
– Walt Disney World
– Everglades (ovvero il parco naturale dove si gira in hovercraft per vedere gli alligatori)
– Miami
– Lo stadio dei Dolphins a Miami
– Miami Beach
– Le tipe in rollerblade a Miami Beach
Questo solo dopo un primo sguardo alla guida.
Quello che sulla guida non c’è scritto è che dal 24 al 26 Luglio in florida sosterà il Vans Warped Tour.
Per me questo ha l’importanza che potrebbe avere per un credente sapere che nei giorni in cui sarà in vacanza in un certo luogo, comparirà la Madonna.
Il Vans Warped Tour è stato per tantissimi anni il sogno nel cassetto, il desiderio segreto e la fantasia proibita.
Tutto insieme.
Solo l’idea di poterci andare mi rende euforico.
La cosa buffa è che non ho la più pallida idea di chi potrebbe suonarci, quest’anno.
Chissenefrega.
Io ci vado uguale.
Anzi, mi sa che mi prendo il biglietto del VWT prima ancora del biglietto aereo.
Alla peggio, ho buttato 30 dollari.
Riuscire a piazzare il concerto all’interno del tour della florida è ormai il mio primo obbiettivo, con buona pace della Polly che fino a ieri doveva lottare contro il precedente capolista: il noleggio di una cabrio.
Adesso torno a guardarmi la seconda serie di Dexter, che guardacaso è ambientato a Miami.
Ho visto il primo episodio e già sono in dipendenza.

Broken promise ring?????

Non l’ha suonata.
Bastardo.
Però ha suonato “Boys of summer”.
Bastardo due volte, visto che tagli il pezzo che sogno di ascoltare live da 10 anni per fare una cover.
Questo dovrebbe portare ad una valutazione negativa del concerto di ieri sera al Tambourine, ma così non è.
“I won’t spend another night alone” acustica vale, da sola, l’intera serata.
Pelle d’oca di diverse spanne. L’ho cantata tutta a squarciagola insieme a più o meno tutti quelli che c’erano intorno a me e alla fine ero relamente commosso. Dopo quel pezzo avrebbe potuto suonare anche l’intero repertorio dei Cannibal Corpse a cappella che sarei stato soddisfatto ugualmente.
Dall’album di cui questo tour dovrebbe essere il tributo ha poi suonato altri quattro pezzi: “Losing streaks”, “1*15*96”, “Your boyfriend sucks” e l’immancabile “San dimas high school…”.
Tutti eclatanti, ovviamente, per l’emozione generata.
Per il resto poi è stato quasi tutto “So long astoria”, album preferito dall’80% dei presenti al concerto, da quel che mi è parso, e che per me ha segnato la fine degli Ataris.
Ieri sera mi sarei aspettato una maggiore presenza di gente della mia età ed invece mi sono ritrovato semicircondato da teenagers che hanno di Kris Roe un concetto molto, ma molto diverso dal mio.
Per esemplificare meglio: sulla previa citata “Boys of summer” la gente ha dato di matto.
Io volevo tirargli una scarpa.
Da citare, per chiudere il quadro sul live acustico del frontman degli Ataris, l’esecuzione di “Fast times at drop-out high”, unico estratto da “End is forever” e “The cheyenne line”, unico estratto nonchè unico pezzo decente di “Welcome the night”.
Che dire quindi, forse è stato il più bel live che ho visto fare a Kris Roe e questo la dice molto lunga.
Io però lo amo e mi sono fatto una foto con lui (che ricordo a Bazzu di spedirmi, essendo sul suo cellulare) e gli ho pure comprato una stampa autografata della foto usata per la copertina di “Blue skies, broken hearts… Next 12 exit”.
Me la appenderò in casa nonappena riuscirò ad incorniciarla.
Chiudo con una citazione d’onore alle due band di spalla.
I “My own rush” non mi hanno convinto appieno. Credo abbiano fatto sei pezzi: due carini, due orrendi e due di nuovo carini. Facevano molta fatica a suonare assieme, non so perchè, forse a causa delle spie. Lui però a mio avviso ha una bella voce.
Discorso diverso per i “Minnies” che mi son proprio piaciuti un sacco. Sono uno di quei gruppi che sento nominare in giro da dieci anni e che non mi sono mai cagato. Senza un reale motivo, ad essere onesti.
Ieri però mi hanno proprio impressionato, seppur suonando in chiave “acustica”. Ho apprezzato molto il cantato in italiano con testi che ad una prima analisi mi son sembrati belli e per nulla banali.
Approfondirò il discorso.
Non sono sicuramente uno che arriva per primo sulle cose, però c’è da riconoscermi una certa propensione a rimediare agli errori e alle sviste.

La mia settimana

Ci sono un po’ di cose di cui ho voglia di scrivere, riguardo gli ultimi sette giorni.
In ordine sparso, ovviamente.

Emendamento D’Alia.
Chiunque mi conosca sa quello che penso di Grillo.
C’è da dire, però, che un certo tipo di notizie difficilmente trovano spazio nei telegiornali e che lui è uno dei pochi a cercare di farle venire fuori. Il caso di questo emendamento è un esempio.
In breve il concetto di questo provvedimento, se non erro già approvato in Senato, è inserire nel famigerato “pacchetto sicurezza” una capitolo dedicato alla rete.
Con questo emendamento si concede all’esecutivo, senza passare per i tribunali, il potere di oscurare siti internet in cui venga fatta “apologia di reato” o si inneggi all’infrazione della legge. Letta così a molti potrà sembrare una buona cosa, ma fare degli esempi in merito renderà la questione più chiara.
Mettiamo che, un domani, un medico decida di farsi carico della decisione di staccare la spina ad un malato terminale con il consenso di quest’ultimo, ma senza la legittimazione a farlo da parte dello Stato. Un nuovo caso Welby, per intenderci. Bene, se io decidessi di scrivere che quel medico ha fatto, a mio parere, la cosa giusta sarei passabile di oscuramento.
Il mio blog verrebbe chiuso.
Peggio ancora se andassi sul blog di un’altra persona a scrivere questa cosa e quella persona decidesse di lasciare il mio commento on-line senza cancellarlo (pur avendo in merito un’opinione diametralmente opposta alla mia magari, ma amando la libertà di pensiero), bene il blog di questa persona sarebbe passabile di oscuramento.
Caso limite?
Domani uno qualsiasi dei dementi che invadono la rete si presenta qui sopra e mi scrive: “Manq sei uno stronzo, se scrivi ancora una cosa del genere ti ammazzo”.
Se io decido di non cancellare la minaccia, ma di lasciarla visibile a tutti, il mio blog potrebbe venire oscurato.
Non sto esagerando, questi esempi sono stati portati all’attenzione del sopracitato senatore in un’intervista rilasciata per l’espresso e questi ha confermato.
Qual’è lo scopo di tutto questo?
Ovviamente nessuno vigilerà sui blog della gente comune (quindi non affrettatevi a minacciarmi di morte su queste pagine, tanto non chiuderanno mai questo sito), per controllare tutti i siti del mondo servirebbe uno spiegamento di forze inumano. L’obbiettivo è chiudere in maniera pretestuosa siti ad ampio spettro, tipo Facebook, Youtube, il blog di Grillo, ecc…
Roba scomoda.
Siti che innegabilmente contengono cose che non vanno. Io stesso sono agghiacciato da tutte le pagine ed i gruppi neonazi che vedo spuntare ogni giorno su faccialibro. Però questi siti permettono alla gente di vivere fuori dalla televisione, di comunicare in maniera incontrollata ed incontrollabile, di esprimersi in libertà.
Ovviamente tutto questo non collima con la creazione di un regime…

Calcio
Ieri si è giocato il derby. Non dirò nulla della questione arbitraggio perchè non mi interessa parlare di quello o parlare di inter. Io voglio parlare della mia squadra e sottolineare quanto sia imbarazzante. Leggendo i giornali oggi si è parlato di “partita giocata alla pari e decisa dagli episodi”. Ma dove? Decisa dagli episodi sì, ma giocata alla pari proprio per niente. A sto giro non posso nemmeno accanirmi troppo con il maiale che sta in panchina visto che i queattro difensori che ha schierato erano i quattro disponibili. Però cazzo non puoi continuare a far giocare quella merdaccia che è Sedorf. Non con Pirlo e Beckam affianco. Non con Ronaldinho affianco. Dinho ha dimostrato che, pur giocando da fermo, qualcosa di buono riesce sempre a crearlo. Non è il giocatore che mi aspettavo, ma cazzo non è nemmeno da buttare. Serve gente che corre per lui e gente che vada in porta quando lui ce la manda. Lo capirebbero pure i sassi.
Anche quest’anno quindi non si vincerà una beneamata minchia. La speranza è che il porcello faccia le valigie a fine anno e che magari si porti con se Sedorf che con un nuovo allenatore forse potrebbe essere messo in discussione, cosa che non gli va certo a genio. Se le premesse per il nuovo anno però sono l’acquisto di Beckam (con tutto il rispetto, sta pure giocando meglio degli altri) ed il ritorno di Nesta dopo due anni di inattività, beh, non resta che sperare che qualche arabo/russo/magnate della droga decida di rilevare il milan.

Vita di coppia
Come Ross e Rachel, anche io e la Polly abbiamo deciso di stilare la lista plastificata delle cinque celebrità con cui ci è concesso tradire il/la partner. Dopo lunghe meditazioni, ufficializzo la mia:
1- Nathalie Goitom. Categoria sport. Chiunque segua QSVS non può che essere d’accordo con me. E poi questa non è nemmeno impossibilissimo incontrarla, quindi mi pareva una scelta saggia.
2- Christina Aguilera. Categoria pop-star. Per quanto io ami Britney Spears e Gwen Stefani, il posto nella lista, alla fine, se lo vince lei. E non mi pento.
3- Megane Fox. Categoria attrici. E’ necessario commentare?
4- Giorgia Palmas. Categoria soubrette italiane. Spiace anche qui dover tagliare amori d’infanzia come la Colombari o la Merz, ma alla fine la vita va e le stagioni cambiano…
5- Scarlett Johansson. Categoria zozze. Boh, mi da quest’idea…
Spiace per tutti i tagli che ho dovuto apportare, purtoppo la lista è fatta. Come capitò a Ross, so già che domani mattina al Sio a bere il caffè mi troverò Gwen Stefani e che non vorrà credere che l’ho rimossa proprio all’ultimo dalle mie selezioni…

Concerti
Visto che l’anno scorso mi sono lamentato di aver visto pochi concerti, quest’anno non me ne sto lasciando scappare uno. Lunedì scorso mi son visto i No Use for a Name allo Zoe. Bel live, nonostante il posto in cui a metà show è mancata la corrente con rischio concreto di perdita di metà dello spettacolo. I NUFAN dal vivo rendono sempre ed è inutile continuare a riscriverlo ogni volta. Di spalla c’erano gli Only Crime dell’ex Good Riddance Russ. Loro invece non mi sono piaciuti.
Adesso la mia agenda prevede molti nuovi appuntamenti. Su tutti però mi piacerebbe trovare qualcuno che decida di venire con me a Bologna a vedere i Taking Back Sunday insieme agli Underøath e ai Thursday. Giusto per non farmi la vasca da solo. In any case, io ci andrò.

Buona la seconda, again.

Come sempre i concerti migliori sono quelli dove mi ritrovo ad andare da solo, lottando contro la pigrizia e la voglia di starmene a casa e non farmi lo sbattimento.
Quando mi trovo in questa situazione, di solito, poi assisto ad uno show esaltante.
Anche ieri sera è stato lo stesso.
All-American Rejects live @ Musicdrome di Milano.
Ci sono andato perchè li avevo visti anni fa in un festival e mi erano piaciuti parecchio. Tolto l’ultimo disco, conoscevo tre pezzi.
Non starò a dilungarmi molto, il concetto è che son stati bravi e mi son piaciuti un sacco. Il locale era pieno, cosa che non mi aspettavo, e sono riusciti a far ballare e cantare tutti, spaziando da pezzi più “rockeggianti” a ballatone acustiche a veri e propri pezzi dance come il singolo dell’ultimo album “Gives you Hell”, per quel che mi riguarda già tormentone.
Sul posto ho anche comprato una maglietta degli Airway, gruppo spalla che non ho nemmeno sentito.
Era una “S”.
Mi andava.
Dovevo comprarla.
Ora basterà non lavarla mai più.
Tornando al concerto mi va solo di precisare che il frontman degli AAR, da solo, vale il prezzo del biglietto. Veramente bravo a tirare in mezzo la gente (e non solo le ragazzine su cui ha facile presa).
Figo, insomma.

Falsa partenza

Ancora una volta il primo concerto dell’anno non soddisfa.
Non siamo certo ai livelli dell’anno scorso, per carità, però la performance degli Alkaline Trio di questa sera lascia decisamente l’amaro in bocca.
Matt Skiba dal vivo è impresentabile.
Io l’ho visto tre volte e non mi è mai capitato di vederlo suonare nè cantare in maniera decente.
La prima volta non ero lì per loro, quindi ho sorvolato.
La seconda volta hanno piazzato una scaletta da brividi e ho sorvolato.
Questa sera non ci sono attenuanti, nemmeno il consueto show del batterista che da solo vale il prezzo del biglietto.
Non hanno fatto “Hell yes”, non hanno fatto “Warbrain” e non hanno fatto “Back to hell”.
Hanno fatto “Radio”, ma da come l’hanno suonata sarebbe stato meglio evitarla.
Insomma, come al solito scrivendo la valutazione del concerto viene fuori in maniera lucida: un live abbastanza orribile.
Non si inizia certo bene.
A giudicare dalla mia agenda però (che sarà online nella sezione musica con l’aggiornamento consueto di fine mese) di occasioni per rifarsi ce ne saranno abbastanza da qui alla primavera.
Speriamo bene.
A sto giro, mi sa che mi toccherà pure andare ad un festival metal.
Vedremo.
Intanto sta sera forse era meglio andare a sentire gli Helmet.
Ma anche no.

Manq’s Awards 2008

Visto che il nostro premier si è preso un’oretta per dichiarare agli italiani cosa di buono è successo in questo 2008, mi pare giusto fare lo stesso. D’altra parte il maxiriepilogo di fine anno è una tradizione longeva per questo blog e quest’anno non sarà da meno.
Oltretutto io non ho nemmeno da rimproverare “la sinistra ecologista” poichè tutto ciò che non mi è piaciuto in questi dodici mesi non è certo colpa loro. Ecco, si potrebbe precisare che anche l’assenza del nucleare in Italia non è colpa dei comunisti, ma di un referendum indetto sull’onda della paura post Cernobil che ha visto la mobilitazione dell’intero Paese, ma questo probabilmente al Silvio non l’hanno detto. Comunque non ci sono problemi, visto che il Governo ha deciso di defecare sull’espressione del popolo sovrano e avviare la costruzioni di impianti nucleari sul territorio nazionale.
Con tutto che non sono certo contrario al nucleare, l’idea di ribaltare le decisioni popolari senza chiedere nulla a nessuno un po’ mi spaventa in vista, soprattutto, di altri referendum del passato.
Comunque sia, non è di questo che volevo scrivere.
Il fatto è che ultimamente di tempo per me stesso in cui dedicarmi a questa pagina ne ho sempre meno e quindi quando mi trovo a poterlo fare, diventa difficile restringere il campo ad un unico tema.
Tonro quindi alle classifiche.
Anche in questo 2008 mi prendo una pagina in cui valuto il meglio ed il peggio dei [pochi] ambiti culturali di cui mi occupo.
Analizzando gli ultimi mesi devo riconoscere di aver trascurato soprattutto l’ambito musicale, ascoltando veramente pochi CD e vedendo ancor meno concerti. La cosa mi spiace moltissimo perchè la musica resta sempre la mia maggior passione e vorrei dedicarle molto più tempo. Poche volte mi è capitato di chiudere un anno senza innovare quasi per nulla il panorama dei miei ascolti. Parte della colpa però la imputo a “Dedication.it“, la webzine che seguo da anni e da cui solitamente traggo utili consigli per nuovi ascolti. Ultimamente però le recensioni dei dischi coprono un panorama sempre più spesso distante dai miei gusti ed il loro numero è notevolmente diminuito. Non conoscendone altre, mi ritrovo sempre più povero di consigli ed imbeccate utili.
Speriamo in un 2009 migliore da questo punto di vista.
Ok, lascio spazio alle classifiche.
Di quel che è stato quest’anno a livello personale non sento di dover scrivere nulla, se non che mi ha dato veramente moltissime soddisfazioni, lavorative e personali, insegnandomi che anche quando le cose vanno male può essere che sia semplicemente un passaggio necessario a farle andare meglio di prima.
Sarò mica diventato ottimista?
Naaaa…

Miglior Disco:
1° “Lost in the Sound of Separation” – Underøath
2° “Finch (EP)” – Finch
3° “Pneuma” – Moving Mountains
* ho volutamente escluso “How to Ruin Vergani’s Wedding” degli H’s’P per evidente superiorità sui concorrenti.

Peggior Disco:
1° “Machine 15” – Millencolin
2° “Weezer (Red Album)” – Weezer
3° “Remain in Memory – The Final Show” – Good Riddance
* ho volutamente escluso “Chinese Democracy” dei Guns’n’Roses per evidente superiorità sui concorrenti.

Miglior Concerto:
1° Finch@Astoria 2, Londra
2° Coldplay@Datch Forum, Assago
3° Canadians@Bloom, Mezzago

Peggior Concerto:
1° Jimmy Eat World@Musicdrome, Milano
2° Funeral for a Friend@Rolling Stone, Milano
3° Hexes@Astoria 2, Londra

Miglior Libro:
1° “Soffocare” & “Survivor” (exequo) – Chuck Palahniuk
2° “A Storm of Sword” (Tempesta di Spade+I Fiumi della Guerra+Il Portale delle Tenebre) – George R.R. Martin
3° “Terrore” – Danila Comastri Montanari

Peggior Libro:
1° “Lo Scudo di Talos” – Valerio Massimo Manfredi
2° “Bar Sport” – Stefano Benni
3° “Fuori da un Evidente Destino” – Giorgio Faletti

Serie TV rivelazione:
Life

Serie TV delusione:
Scrubs

A Milano la musica è morta

Ieri sera sono stato a sentire i Funeral for a Friend al Rolling Stone di Milano.
Essendo Venerdì sera, alle 23.00 doveva iniziare la serata.
Per questo il concerto è stato tranciato alle 22.30 spaccate.
Niente bis.
Neanche un’ora di musica.
Nove pezzi.
Diciotto euri.
Innumerevoli madonne.
Oltretutto con il biglietto del concerto non è nemmeno permesso restare nel locale per la serata seguente.
Ci hanno cacciati.
Ok, sarebbe stata serata gay/lesbo e me ne sarei andato comunque, ma non è lì il punto.
E’ ora di finirla di organizzare i concerti a Milano o in posti che devono tenere il volume basso o in posti dove si deve forzatamente smontare entro le 22.30.
E’ uno schifo.
Vabbè, parliamo di musica. Il concerto è stato aperto da una band di Roma che faceva electro/rock modaiolo. Ragazzini, il bassista era pure simpatico, però se devi chiudere alle 22.30 mi chiedo che cazzo di senso abbia mettere addirittura due gruppi spalla di cui, non me ne vogliano, non frega un cazzo a nessuno.
Io sono sempre stato assolutamente favorevole al dare spazio alle band emergenti, anche quando non incontrano il mio gusto. Uno se le ascolta volentieri e magari scopre qualcosa di nuovo e piacevole, ma questo non deve togliere spazio alla band per cui, in parole schiette, ho speso i soldi.
Dopo di loro è stato il turno dei Cancer Bats, band su cui riponevo molte aspettative perchè pur non avendoli mai sentiti sono uno dei nomi che girà di più al momento.
Sono i re dei tamarri.
Suonano un heavy metal molto vecchio stile e sono senza dubbio divertenti. In un locale dove non ci saranno state più di cento persone, hanno suonato come fossero davanti al pubblico delle grandi occasioni e di questo va dato loro merito.
Alla fine è il turno dei FFAF.
Io li vidi esattamente un anno fa, in tour per presentare l’allora appena uscito “Tales don’t tell themselves”, e fecero secondo me un gran bel concerto.
A dodici mesi di distanza mi hanno lasciato con non pochi dubbi.
E’ infatti appena uscito un nuovo disco, da me mai sentito, che credo abbia l’unico pregio di avere in copertina ua tamarrissima doppia elica di DNA.
Due dischi in quindici mesi sono troppi per una band che non fa dell’innovazione iil suo cavallo di battaglia.
Per prima cosa li ho trovati brutti.
In secondo luogo il nuovo bassista non mi ha per nulla convinto.
Infine i suoni facevano discretamente cagare.
A loro merito va detto però che hanno provato a fare un bel concerto nonostante la penuria di pubblico, cosa che apprezzo, ma che non basta a risollevare la serata.
In sostanza, se non avessi visto i Jimmy Eat World a Febbraio, questa settimana avrebbe condensato al suo interno il concerto più brutto e quello più bello dell’anno.
Chiudo annunciando la pubblicazione di alcune foto della mia gita a Londra.
Di solito sono abbastanza deluso del mio operato di fotografo, ma in questo caso devo dire che alcune mi piacciono assai.

Nota: aggiornata la sezione “foto”