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Diario dall’isolamento

Diario dall’isolamento 2: day 10

Benvenuti a tutti in doppia cifra.
Come vi ci sentite?
Oggi classica domenica autunnale: brasato e polenta, vino e playstation. Abbiamo iniziato a fare le letterine per Babbo Natale e Giorgio ha chiesto le pile per il treno che gli ha portato l’anno scorso e che giace scarico da Febbraio. Olivia vuole una bicicletta rosa.
Io quest’anno il regalo di Paola l’ho preso tipo un mese fa e ho già “sistemato” anche quelli per i pochi parenti con cui di solito ce li si scambia. Avevo l’andia da lockdown e ho preferito evotare di dover comprare tutto in Amazon. Mi rimane da trovare qualcosa per i miei genitori e non ho la minima idea di cosa regalare a due persone piombate in casa. Oltretutto il regalo dell’anno scorso era un weekend a Roma che non hanno mai potuto fare, quindi sarebbero pure in credito di un Natale.
Bel casino.
In tv girano Grizzy e i Lemmings, Paola è in camera a guardare episodi a caso di Downtown Abbey e io son qui a scrivere il blog.
Fuori è buio, domani inizia un’altra settimana che nel migliore dei casi sarà identica a quella finita oggi. Ho anche smesso di farmi i film su cosa farò alla fine di sto cinema.
Non credo sia una cosa positiva.

Diario dall’isolamento 2: day 9

Eccomi a bucare il primo giorno di questo diario dall’isolamento, parte 2.
Rimedio facile postando ora, prima di andare a dormire e concludere questo nono giorno.
Una robina veloce, che tanto nessuno se ne lamenterà.
Questa mattina siamo andati nella pista ciclabile vicino casa, Giorgio con lo skate e Olivia con la balance bike. Per prendere un po’ d’aria, stare un po’ all’aperto.
La testa mi è volata al primo weekend di Marzo, al primo giorno di lockdown. Anche quella volta eravamo andati a fare un giro e avevamo notato le persone per strada. Tutto sembrava strano, si percepiva il peso della condizione di chiusura, ma ancora l’impressione era di una situazione vivibile.
Sappiamo come è andata poi a finire.
Non so, ho in testa questa immagine di Conte che in una delle prossime dirette Facebook ci legge il testo di Waggy.
Buonanotte.

I’ve tried to convince you that things could be different
But somehow they end up the same

Diario dall’isolamento 2: day 8

A me, da sempre, danno un po’ sul cazzo le varianti vegane di piatti carnivori. Vuoi farmi incazzare? Dimmi CARBONARA VEGANA.
Santodio, la carbonara ha tre ingredienti: pecorino, guanciale e uova.
Come fai a pensarla vegana? Fai un’altra pasta, chiamala diversamente. Perchè ‘sta pretesa, ‘sto capriccio di non voler accettare l’inconciliabilità di alcune cose con le proprie scelte etiche?
Una volta sono stato a mangiare in un ristorante vegano a Milano. Ho mangiato bene, ma a fine menù c’erano dei “formaggi veg” fatti di pasta di frutta secca. Non che fossero cattivi in senso assoluto, ma se li chiami formaggi io che non sono vegano il paragone devo farlo. Anche inconsciamente. E quei cosi non avevano nulla a che vedere col formaggio, neanche vagamente, e da lì nasce un ricordo pessimo ed indelebile che credo non avrei sviluppato se me li avessero venduti diversamente.
Mi direte: scusa, ma mica sei obbligato a mangiarle queste cose, che cazzo te ne frega?
Avete ragione, nulla. Mi piace incazzarmi per faccende che non mi riguardano.

Però non è del tutto vero.
Che ci sia un problema oggettivo relativo al consumo di carne credo sia incontestabile: un problema legato alle questioni climatiche e di disponibilità di risorse, e una questione etica relativa allo sfruttamento e all’uccisione di altre forme di vita a scopo alimentare/ricreativo (perchè mangiare carne non è più qualcosa di legato unicamente alla necessità di nutrirsi, mi sembra ovvio. In Italia mangiare carne è una scelta fatta soprattutto in base al piacere di farlo.)
A costo di sembrare confermarmi un essere spregevole, a me della questione etica non interessa troppo. Evito la grande distribuzione, compro da chi so come alleva, ma lo faccio anche perchè la carne è più buona.
Vedo però assolutamente un senso nel limitare il consumo di carne per ridurre l’impatto sull’ambiente, oltre che per il fatto che mangiarne troppa sia a tutti gli effetti poco salutare. In questo senso nella dieta abbiamo da tempo introdotto proteine vegetali al posto di quelle animali in alcuni pasti settimanali, ma di solito lo facciamo con lenticchie, fagioli o piselli cucinati per sembrare lenticchie, fagioli o piselli.
Il problema che è subentrato recentemente è che, al contrario di Giorgio che potrebbe tranquillamente essere un fruttariano, Olivia rifiuta di mangiare qualunque cosa non abbia in precedenza provato sentimenti. La cosa è buffa, oltretutto, due abitudini alimentari completamente disallineate crescendo nello stesso ambiente.
Tornando a noi: come fare a far mangiare a mia figlia qualcosa che non sia di derivazione animale? L’ultima frontiera della nostra strategia è fotterla. E qui entra in gioco la fake meat.
Ormai in tutti i supermercati è infatti possibile trovare preparati completamente sintetici di origine vegetale, che mimano gusto e consistenze della carne vera e propria. Non l’hamburger di tofu o di soia per cui TUTTI abbiamo maledetto la volta celeste al primo morso, una roba nuova che vuole proprio ricordare in tutto la carne vera, ma senza i lati negativi.
Lo so, quello che sto dicendo relazionato al primo paragrafo fa di me un grandissimo ipocrita, vero? Sì, ma ci posso convivere (anche se credo questa fake meat sia l’equivalente di una pelliccia sintetica. La vedi e sembra una cazzo di pelliccia, non è che ti vendono un accappatoio dicendoti che puoi metterlo alla prima della Scala.)
Oggi ho assaggiato il primo fake burger della mia vita e ho scelto Unconventional Burger di Granarolo.
Niente da dire: sono proprio buoni.
Il sapore non è esattamente lo stesso della carne, chiaro, ma è molto piacevole e gustoso, mentre la consistenza è davvero impressionate. Penso li prenderemo ancora e, se riusciremo a fregare Olivia, sarà davvero una grande vittoria

C’è un ultima cosa che non posso evitare di scrivere.
Io non ho idea dell’impatto ecologico di questi hamburger. Prendo per buono che siano davvero un’alternativa sostenibile, che mi permette di fare qualcosa per l’ambiente ed il futuro del pianeta, ma la verità è che non ho speso mezzo secondo per verificare sia così e, siccome mi piacciono, continuerò probabilmente a comprarli anche se saltasse fuori che non sono propriamente un prodotto a basso impatto.
Un po’ come faccio con la carne.

Diario dall’isolamento 2: day 7

La roba più eccitante di questo secondo lockdown è che stiamo facendo la cameretta ai bambini.
Oggi c’è stato forse il picco di adrenalina, quando il tipo che doveva consegnarmi i materassi mi ha chiamato perché hanno tentato di fottergli il furgone e, fallendo clamorosamente, gliel’hanno devastato.
Morale: consegna saltata a meno di andare personalmente a prendermeli. Che va bene, non fossimo appunto in lockdown. Così ho chiamato i vigili per sapere se fosse possibile andare a ritirare ‘sti benedetti materassi fino a Ornago (credo ampiamente sotto i 10km di distanza da casa mia). La risposta è stata uno spiegone di mezz’ora sulla terminologia esatta da usare in caso di fermo (dimenticata tipo il secondo dopo aver riattaccato) e il suggerimento di stampare una dichiarazione del negoziante con i dettagli sulla storia del furgone, possibilmente con il riferimento alla denuncia depositata in questura. Tutto per chiudere con: “In ogni caso è a discrezione di chi la ferma darle la multa, quindi provi a pietire perché se vogliono sanzionarla possono farlo”. Davvero eh.
Fortunatamente tutto è andato bene.
Probabilmente c’è in giro chiunque, armato delle scuse più varie, e non fare eccezioni è l’unica per arginare la creatività del made in Italy.
Non lo so.
Ma anche chissenefrega.
Per oggi direi che la chiudiamo qui.

Diario dall’isolamento 2: day 6

Anche oggi parliamo del magico mondo di twitter, contenti?
Perchè alla fine, volendo raccontare giornate grossomodo tutte uguali, dove altro si potrebbe trovare fonte di ispirazione?
Prendo quindi spunto dal tweet di una che dovrebbe stare in lista per il TSO e invece probabilmente scrive libri. Ho verificato al volo e sembrerebbe il profilo di una realmente idiota, ma magari domani viene fuori che è un esperimento sociale quindi occhio. Ai fini di questo post tuttavia non cambia tantissimo.
Metto anche in questo caso l’immagine del tweet perchè ho segnalato l’account e spero lo chiudano a breve, ma all’immagine associo il link perchè magari volete andare a segnalarla pure voi.

Leggendo il tweet, la prima cosa che ho pensato è di farci una risposta divertente.
Una cosa tipo: “Lavorando per l’azienda che ha grossomodo “inventato” la luciferasi commerciale ed essendo il responsabile per il mercato italiano di quel prodotto e di tutto ciò che gli gira intorno, ma MAGARI ci fosse un progetto di iniettarla in corpo a tutta la popolazione”.
Oppure: “La luciferasi non fa luce da sola, è un enzima che converte un substrato in luce. Bisognerebbe somministrare anche il substrato, ma con il blocco degli aerei e delle scie chimiche diventa un casino.”
Devo dire che su questa seconda risposta io rido ancora da solo come uno scemo.
Pensandoci però, non credo servano commenti sarcastici per sottolineare la ridicolaggine di un tweet come quello. Invece, qualcosa che potrebbe servire, è spiegare in modo semplice e sufficientemente dettagliato cosa sia la luciferasi e come funzioni, in modo che anche persone che non sono nel campo abbiano gli strumenti per inviare affanculo cretin* di questo calibro.
In questo senso, sono il vostro uomo.

La luciferasi è un enzima, ovvero una proteina capace di prendere una sostanza e processarla, trasformandola in qualcosa di diverso. In questo caso, appunto, luce. Nelle lucciole, o in alcuni altri organismi, viene prodotta spontaneamente  insieme al proprio substrato, ma non nell’uomo. Fino a qui, penso di essere andato via facile.
Perchè è assolutamente impossibile utilizzarla come componente dei vaccini al fine di tracciare chi ha ricevuto la dose utilizzando uno smartphone?
Buona domanda, le ragioni sono diverse.
1) Gli enzimi, un po’ come tutta la materia (organica e non) non hanno vita eterna. Nel caso specifico, il parametro che si utilizza per caratterizzare la durata di un enzima si chiama emivita e si calcola così: prendi una quantità nota di enzima, la metti in un certo ambiente e valuti quanto tempo serva perchè metà di quella quantità non sia più attiva, ovvero funzionante. Facciamo un esempio tecnicamente sbagliatissimo che però spero possa chiarire il concetto: se metti un pugno di sale grosso nell’acqua, l’emivita dei cristalli di sale è il tempo che serve per scioglierne metà.
L’emivita di un enzima come la luciferasi è breve, infatti gli organismi che la utilizzano la producono in continuo. L’emivita delle luciferasi sintetiche è più lunga, perchè la ricerca le ha ottimizzate in modo da estenderne la funzionalità nel tempo e renderle più “efficienti”, ma rimane piuttosto breve. Questo vuol dire che, indicativamente il giorno dopo l’iniezione, della luciferasi somministrata col vaccino non ci sarebbe più traccia nell’organismo. Non l’ideale per marcare le persone nel tempo, quindi.
2) Ipotizziamo l’emivita di un enzima possa essere infinita (cosa che, ribadisco, non è possibile) e che contestualmente al vaccino e alla luciferasi, venga iniettato il substrato. Una reazione enzimatica si basa, come dicevo, sul trasformare qualcosa in qualcos’altro. Una volta che l’enzima ha trasformato il substrato in luce e la luce è stata emessa, il substrato ovviamente non esiste più in forma di substrato e per produrre nuova luce, ne serve altro. Esempio sbagliatissimo eccetera: Le uova sono il substrato, io sono un enzima e la frittata è il prodotto di reazione (ovvero la luce). Se ho sei uova, una volta fatte sei frittate, le uova finiscono e con loro la mia capacità di fare le frittate. Solo che la luce, a differenza delle frittate, non rimane lì dove viene prodotta, ma si disperde molto velocemente (veloce come la luce è una frase che potresti aver sentito). Perchè una cosa sia luminosa, dalla lampadina ad un essere umano che viene fatto brillare suo malgrado, è necessario che continui a produrre luce nel tempo.
Quindi, anche ammettendo di iniettare luciferasi (ad emivita infinita) e substrato nel corpo del povero bambino vaccinato, il secondo prima o poi finirà e l’emissione luminosa con lui. Si parla di una puntura, al massimo due se ci sarà davvero bisogno di un richiamo, quindi non è possibile che questo metodo di somministrazione si applichi a questa strategia. Il giorno in cui i vaccini saranno flebo perpetue sarete autorizzati a farvi venire il dubbio, ma a quel punto vi basterà leggere il prossimo punto.
3) Immaginiamo di avere nel corpo luciferasi ad emivita infinita e substrato inesauribile, per “vedere il segnale luminoso” prodotto con un cellulare, calcolando il filtro fatto alla luce dai tessuti del corpo ed altre menate che evitiamo di considerare per semplicità, servirebbero quantità (concentrazioni) spropositate di entrambe le componenti . Proprio dosi allucinanti e, siccome non c’è modo di accendere o spegnere la luciferasi a comando, questo si tradurrebbe nell’emissione costante di luce, ovvero letteralmente nel brillare al buio. Come le lucciole. Una cosa che immagino risulterebbe difficile nascondere alla popolazione.

Quindi ecco, per questi tre motivi e per molti altri per cui dovrei andare ulteriormente nel dettaglio con spiegazioni soporifere, questo piano del NWO è una puttanata. Davvero, rischiano di buttare via i soldi. Mi chiamassero a sto punto, che almeno pensiamo ad un alternativa seria.
Non ci sono più i massoni segretamente a capo del mondo di una volta.

Diario dall’isolamento 2: day 5

Oggi, per la categoria OK BOOMER trattiamo un argomento che mi sta molto a cuore e che al tempo stesso mi classifica come uno di quei fastidiosi spaccacazzo di cui mi lamento sempre pure io, quelli che devono agitare il ditino e dire “gne gne gne non è divertente”.
Però questa è una questione che mi sta parecchio a cuore e di cui ho scritto altre volte, quindi ci torno su e vi beccate il pistolotto.
Ieri ha iniziato a circolare questo tweet (lo metto come immagine, poi spiego perchè, ma se cliccate c’è il link):

Come facile immaginare, ha iniziato subito a girare parecchio, con tante persone che lo riprendevano e lo commentavano con reazioni che andavano, come sempre, dalla battuta ironica allo sdegno totale. Come spesso accade, mi ci sono infilato pure io, ma fortunatamente senza prendere la cosa sul serio perchè, in ogni caso, come sarebbe stato possibile?
La roba fastidiosa però non è tanto quella, ma la supponenza con cui un tizio pensa di poter fare un’operazione del genere, cambiando il proprio nome, il proprio avatar e scrivendo un tweet privo di qualsiasi indicazione possa trattarsi di una sparata satirica, con l’unico intento di trarre in inganno un certo numero di persone per poi riderne. Un esperimento sociale come possono essere gli scherzi telefonici fatti a tredici anni.
Ci ho ripensato, mi correggo, a farmi rodere il culo non è neanche il tizio in sè. Non lo stimo, penso non solo che non sia divertente, ma che le persone come lui (da quelle che gestiscono account fake di profili pubblici cambiando un’unica lettera e replicando il resto in modo identico, a quelli che circolavano meme tipo questo) siano tra i primi tre problemi che hanno reso internet da possibile mezzo rivoluzionario a discarica tutto sommato socialmente inutile, ma c’è un aspetto della vicenda che è ancora più irritante.
La bolla social.
Sto tipo ha qualcosa come 13K follower. Ieri erano tutti gongolanti intorno a lui a dargli pacchette virtuali sulla spalla e a dirgli quanto fosse stato bravo a “trollare” il prossimo, sulla base del fatto che i restanti 59.987.000 italiani che non lo conoscono e non hanno modo di mettere il tweet in prospettiva, potessero averlo preso sul serio risultando degli stupidi boccaloni. Per fare un esempio, è come se il sindaco di un paese come Gessate andasse in TV a dire “I negri puzzano” per poi darsi di gomito coi compaesani al mercato che lo conoscono e sanno che in realtà non è mica razzista davvero. Che era evidentemente una gag, dai, lo sanno tutti che il sindaco è in prima linea per l’integrazione.
Solo io ammattisco pensando all’idiozia alla base del ragionamento?
Oltretutto, e qui forse è dove faccio il passo più lungo della gamba, io credo che ci siano un posto ed un luogo dove la satira deve stare, un po’ come le moto che dovrebbero correre solo in pista.
Se Giorgio Montanini, su un palco, fa un monologo sullo scoparsi le minorenni (magari disabili) io che lo vedo, anche senza conoscerlo, capisco che sta facendo un certo tipo di cosa nel posto giusto e nel modo giusto, e allora prendo il contenuto e lo processo, magari rido e magari no (io rido, il pezzo linkato per me è CLA-MO-RO-SO), ma posso dargli il giusto peso ed il giusto valore. Insieme al monologo, mi fornisce gli strumenti. Se lo stesso pezzo Montanini lo facesse al bar sotto casa mia sarebbe legittimo prenderla in tutt’altra maniera. Lo stesso identico testo, esposto nello stesso identico modo. Sapere che è Montanini magari aiuterebbe qualcuno a mettere tutto in prospettiva ed evitare di gridargli: “Ma che cazzo dici?”, ma non potrebbe essere la base per legittimare quel gesto, che resterebbe secondo me fuori luogo a prescindere.
L’ho detto, che era un pistolotto da scopa nel culo.

Oggi giornata di lavoro con poco o nulla da segnalare. Si tira dritti col lockdown, si discute online di vaccini che forse arriveranno e forse no, di trattamenti farmacologici che forse aiuteranno a gestire la mancanza di vaccini e via dicendo. Finchè i bimbi vanno a scuola, onestamente, è tutto abbastanza gestibile. Certo, mancano gli affetti, il contatto, lo svago, ma rispetto anche solo a settimana scorsa we’re living in a dream.

Diario dall’isolamento 2: day 4

Giornata strana.
I bimbi sono andati entrambi all’asilo, non capitava da grossomodo un mese, quindi mi sembra di aver fatto mille robe.
Sta mattina ho tenuto un seminario online. Di lavoro mi capita(va) spesso di tenere lezioni/talk durante corsi e conferenze, ma di solito in inglese e di fronte ad un pubblico in carne ed ossa. Farlo in italiano e via web è risultato più complesso del previsto, un po’ perché mi rendo conto che parlare di lavoro in italiano mi è ormai innaturale: penso in inglese e devo tradurre in italiano, una roba aberrante. Un po’ perché parlare ad una platea ti permette di guardare le persone in faccia e renderti conto se sono vive e lottano insieme a te oppure se te le sei perse nei meandri della slide precedente. Se vedi le facce capisci anche solo se stai correndo troppo o se sei soporifero. È un vantaggio non da poco. Online invece parli da solo, fissando uno schermo e non hai la minima idea se quelli dall’altra parte stiano prendendo appunti o siano su Facebook. È molto poco confortevole.
Quindi diciamo che le prime due o tre slides tradivano forse un po’ di tensione, ma poi credo di essere andato bene. Onestamente fare presentazioni penso sia una delle robe che mi riesce meglio nella vita, una delle poche per cui mi sentirei di dire che sono bravo, ed è forse la cosa che preferisco del mio lavoro.
Mercoledì si replica, ma vorrei spingere per farla diventare un’attività costante, visto che dai clienti e ai congressi non si potrà andare per un bel po’.

Mi sa che ho scritto il post meno interessante di sempre, ma va beh.

Diario dall’isolamento 2: day 3

Domenica, terzo giorno del nuovo lockdown e già mi ricordo come fosse difficile scriverci sopra tutti i giorni. Il secondo lockdown è sempre il più difficile nella carriera di un artista.
Oggi però lo spunto è arrivato per posta, grazie alla newsletter di BASTONATE (ci si iscrive qui) e suona come una di quelle robe che si facevano una vita fa sui blog. Io almeno la leggo così e quindi mi accodo volentieri come ho spesso fatto in passato.
Il temino titola Come ascolto cosa (Pandemina Edition) ed è, cito:

una specie di dichiarazione di intenti -tipo “non sono più il tipo di appassionato che ero tre o quattro anni fa” […] aggiornata e molto influenzata dal fatto che i tempi sono un po’ particolari, e come li affronto io.

Per partecipare tengo i titoli dei vari paragrafi e li commento a titolo personale.

QUANTI DISCHI COMPRO
Probabilmente pochi per gli standard di chi si lancia in questi discorsi, ma altrettanto probabilmente più della media della popolazione. Diciamo che ogni anno compro tra i dieci e i trenta dischi, a naso. Non li conto, ma direi che indicativamente la cifra è quella. Compro essenzialmente tre categorie di dischi:
1) roba vecchia che per qualche ragione non mi ero comprato in passato, vuoi perché all’epoca non me la ero cagata o perché all’epoca non mi era piaciuta. Quest’anno, per dire, mi son comprato Full Collapse e i Botch.
2) robe vecchie che compro per una questione di completismo rispetto al fatto che la mia collezione deve in qualche modo rappresentare in modo dettagliato la mia storia musicale. Quest’anno ho investito abbastanza tempo nel recuperare i sei numeri in CD della serie ALBA (Eurodance mid ’90 targata DJ Time) e una compilation di Molella uscita per un programma sempre su Radio DJ che gli avevano messo in mano per qualche mese nel ’94 e che passava la roba se vogliamo più estrema del periodo, in termini di musica dance.
3) roba nuova (non necessariamente appena uscita) con cui entro in contatto magari sui social e che dopo qualche ascolto decido sia imprescindibile. Quel tipo di dischi che poi tra cinque anni manco ricordo di avere. Quest’anno è Speranza o il disco di M83 che hanno usato per la OST del film Suburra, ma forse sarà così anche per RTJ4 e i Dogleg che invece mentre scrivo penso siano i dischi davvero rilevanti di quest’anno.
Per tutti questi dischi di solito compro su Amazon oppure su Discogs se è roba non reperibile su Amazon. Sono servizi comodi. Forse non sono il meglio da un punto di vista etico, ma la giornata ha 24 ore e io tempo per andare a comprare dischi altrove non ne ho. Che poi altrove dove? Un paio di volte ho scritto a Dischivolanti ed entrambe mi ha risposto che per la roba che cercavo era meglio andare su Discogs. Quindi…
C’è in realtà un’altra categoria di dischi che compro e sono quelli di piccoli gruppi indipendenti che “scopro” per qualche motivo e che decido proattivamente di supportare. Quest’anno sono gli Elephant Brain, per esempio. In questi casi mi sbatto un po’ di più per comprare il disco direttamente da loro, magari abbinando la maglia. La mia visione superficiale è che questi siano i casi in cui fare distinguo abbia senso.

QUANTO ASCOLTO IN STREAMING
Tempo fa ho disdetto Sky e con quei soldi mi ci sono pagato l’abbonamento Spotify, Netflix, Disney Plus e League Pass per i Playoff NBA. Probabilmente mi è anche rimasto in tasca qualcosa.
Non credo di poter immaginare una vita senza Spotify Premium. Il ricordo di quando all’idea di dover fare un’ora o più di macchina passavo in rassegna tutti i CD per scegliere quelli che avrei voluto sentire mi causa ancora oggi dolore fisico. In più oggi se mio figlio vuole sentire “Tutti Cantano Cristina” oppure la ost di “Tony Hawk Pro Skater 1+2” in macchina posso accontentarlo ed evitare di guidare in balia delle sue recriminazioni.
Di Spotify apprezzo il catalogo, ovviamente, e la possibilità di farmi delle playlist. Le playlist di Spotify invece le trovo offensive: buttare tutti i pezzi di tutti i dischi di un artista in una lista non è fare una playlist. Fare una playlist è calcolo e sacrificio, un lavoro che richiede moltissimo tempo e di cui devi essere insoddisfstto letteralmente il secondo dopo averla chiusa.
Non so invece esprimermi sull’algoritmo perché essenzialmente non lo uso. Vado e cerco roba, dei suoi consigli faccio volentieri a meno.
C’è un ampio dibattito in merito a quanto sia poco etico Spotify nella sua politica di retribuzione degli artisti, ma ho questa opinione stronza per cui è uno di quei casi in cui si cerca di scaricare le responsabilità sulle persone comuni. Gli artisti continiano a stare su una piattaforma che gli ruba i soldi, ma io dovrei rinunciare a tutta la musica possibile a 10 euro al mese per dar loro una mano. Probabilmente la sto mettendo giù malissimo, ma la percezione è quella.

QUANTO SCARICO
Zero. Non scarico dischi a pagamento perché al massimo li compro su formato fisico e se non escono su formato fisico la prendo come una volontà del gruppo di rinunciare ai miei soldi. Con accesso al catalogo di Spotify e le tariffe a giga illimitati, non scarico più neanche roba illegale. Sono ancora nel giro di alcune agenzie che mandano la preview dei dischi, ma non dovendo più scriverne non scarico mai quello che propongono. I miei download sono zero.

COSA ASCOLTO (PANDEMIA EDITION)
Essenzialmente la stessa roba, sempre. Non ho mai capito come facciano i veri appassionati ad avere migliaia di dischi in casa. Io ne ho meno di 500 e ne ascolto grossomodo rutinariamente una cinquantina abbondante. Forse negli ultimi anni ho iniziato a sentire molta più roba senza le chitarre, prevalentemente rap, ma credo sia perché di roba con le chitarre ne esce davvero poca e quella che esce non mi piace quasi mai. Poi ogni tanto arrivano cose così tanto fuori tempo massimo che in qualche modo mi entrano sotto pelle nonostante razionalmente sia conscio del loro essere prive di qualsiasi dignità. Predi il disco di MGK per esempio, che è un normalissimo e neanche troppo ispirato disco di pop-punk che vent’anni fa non avrei ascoltato neanche pagato e che invece oggi mi risulta molto più tollerabile di uno qualsiasi degli ultimi N dischi dei New Found Glory. Oppure il nuovo BMTH che in pratica è un disco dei Linkin Park fatto di extasy e quindi mi sembra buono nonostante io i BMTH non li abbia mai tollerati. Son comunque tutti diversivi rispetto ai miei ascolti routinari, che sono davvero sempre quelli.

QUANTO ASCOLTO
Meno di prima. Molto meno. Non dover più andare al lavoro mi ha tolto il principale momento della giornata in cui mi mettevo roba in cuffia. Io sono sempre stato uno consapevole di non ascoltare per forza di cose roba che piace al prossimo e quindi ho sempre ascoltato musica da solo, in cuffia appunto. I momenti per farlo in questo periodo storico sono diventati pochissimi e probabilmente mi manca la voglia di ritagliarmene altri. Ascolto musica la notte, a letto.

COME VALUTO LA MUSICA
Come ho sempre fatto: se mi piace, la ascolto. A volte è perché mi comunica qualcosa, altre semplicemente mi fa stare come voglio stare in quel momento (che non vuol per forza dire bene). È essenziale suoni bene, almeno per me, tutto il resto viene dopo. Certamente ormai da anni ho smesso di ritenere l’oggettività parte della questione e, anzi, ormai guardo con sospetto misto a compassione chi ancora cerca di sostenere che questo disco è meglio di quello o questo artista ha più dignità di quest’altro. Certo, ci sono una montagna di fattori, extramusicali e non, per cui è possibile fare dei distinguo e discutere di “valore reale”, ma alla fine della fiera quello che conta è se un pezzo mi piace o no, tutto il resto viene dopo e lascia onestamente il tempo che trova.

QUANTO SONO AGGIORNATO
Per niente. Fortunatamente il mio intorno digitale è abbastanza sul pezzo e quindi ancora oggi riesco ad assorbire qualcosa e non vivere propriamente in una grotta, ma è davvero qualcosa che avviene mio malgrado.

Bon dai, è stato divertente.
Ora vado a farmi un giro in bici coi bimbi, che da quanto ho capito è una roba fattibile se si rimane nel comune di residenza. Almeno prendiamo un po’ d’aria.

Diario dall’isolamento 2: day 2

Alla fine ha vinto Biden e direi che siamo tutti contenti. Un po’ perche Trump è un essere abietto che deve sparire dal dibattito politico mondiale, ma più che altro perché l’insediamento sarà a Gennaio ed è un bel modo per il 2021 di presentarsi al suo pubblico.


Oggi abbiamo smontato la cameretta dei bambini, che poi era composta da un lettino per neonati, un lettino Ikea di quelli media lunghezza e un armadio tre ante che stava nel bilocale della Polly e che ci eravamo portati dietro temporaneamente ormai quasi sei anni fa. Via anche il tappeto-puzzle con le lettere, quello di gommina che credo sia obbligatorio per chiunque ha dei bambini sotto i 4 anni, tipo il dispositivo anti abbandono per i seggiolini auto. Odiavo quel tappeto e farlo sparire mi ha dato gusto quasi quanto mi è piaciuto liberarmi del seggiolone Chicco. Ci sono cose da cui è difficile distaccarsi perché le associ al ricordo dei tuoi bimbi piccoli e un po’ liberartene è ammettere che quel periodo è passato e non tornerá (NEVER), ma per altre, che magari ti hanno fatto smoccolare quotidianamente per anni e per cui hai contato letteralmente i minuti che ti separavano dal disfartene, caricarle in macchina destinazione discarica ti riempie di quella sensazione che portano con loro le vittorie. Calci al passato che ti trasmettono positività per il futuro. Quindi dai, oggi bene.
Adesso dobbiamo spostare un paio di prese, imbiancare e poi montare la cameretta nuova che arriva il 16 Novembre.
Lavorare per obbiettivi, si dice.
Intanto io, dopo sta giornata massacrante, ho dolori ovunque.

Diario dall’isolamento 2: day 1

E quindi niente, da oggi si riparte con il lockdown fino a data da destinarsi, perchè alle scadenze pronosticate non penso qualcuno creda più.
Questa seconda stagione però ha qualche novità rispetto alla prima, perchè a quanto pare almeno gli asili resteranno aperti e io credo sia una soluzione abbastanza intelligente: se non hai altri contatti con l’esterno, stai esponendo al rischio unicamente persone che, dati alla mano, dovrebbero poterla gestire senza problemi.
Di fatto però è un vantaggio molto relativo visto che dal 7 Settembre ad oggi sono riuscito a mandare simultaneamente a scuola sia Giorgio che Olivia una risicata manciata di giorni. La storia di questo anno scolastico è così avvincente che su twitter la sto raccontando coi meme di Game of Thrones. Da sbellicarsi.
Ad ogni modo almeno per i piccoli dovrebbe essere meno traumatica di Marzo e questo è bene, quindi proviamo a guardare al bicchiere mezzo pieno almeno in questa prima puntata.

Secondo diario giornaliero in partenza quindi e quale potrebbe mai essere l’argomento del primo giorno se non le avvincentissime presidenziali americane?
Commentare i risultati non mi interessa granchè, ci sono opinioni assolutamente più autorevoli della mia grossomodo ovunque, online. 
Una cosa però mi ha appassionato nelle dirette CNN che ho seguito in questi giorni, un fenomeno che coinvolge tantissimi media US in modo trasversale: la condanna alle bugie che Trump sta urlando ovunque nel tentativo di invalidare la sua (probabile?) sconfitta.
La CNN sta ripetendo da giorni in maniera ossessiva che non c’è alcuna ragione per dubitare del corretto svolgimento delle operazioni di voto e parla senza mezzi termini di bugie riferendosi alle parole dette e twittate da Trump. Molti network, tra cui MSNBC, hanno troncato la trasmissione in diretta del discorso di quello che è ancora il Presidente degli Stati Uniti perchè il contenuto era ritenuto non solo falso, ma lesivo nei confronti della democrazia del Paese. Persino Fox News, ancora ampiamente filotrumpiana, sta mostrando segni di non voler passare il limite.
Quale limite?
Semplice, quello dell’amor patrio. C’è proprio un discorso di orgoglio nazionale/ista per cui Trump coi suoi proclami e le sue accuse sta mettendo in discussione la Democrazia Americana, quella che ci hanno insegnato essere la migliore del mondo, quella che si sentono legittimati ad esportare altrove. Non solo, Trump sta minando la sacralità e l’inviolabilità della figura del Presidente degli Stati Uniti e quindi del Mondo Libero. E questo ad un americano non va giù tanto facilmente, democratico o repubblicano che sia. Sarcasmo a parte, la fedeltà alle istituzioni di un popolo che ogni mattina saluta la bandiera e canta l’inno nelle scuole è ben oltre la persona e non mi stupirei per nulla se il Trumpismo, a differenza del Berlusconismo, avesse vita molto breve. Quattro anni sono pochi per spostare il culto dal ruolo all’uomo, ovunque, ma soprattutto negli Stati Uniti. Certo Trump ha costruito un’ampia schiera di fedeli che probabilmente sarebbero disposti a scendere in piazza con le armi per tenerlo alla Casa Bianca. Magari lo faranno anche (incitare alla guerra un popolo armato fino ai denti non è la più grande idea del secolo). Però la mia personalissima ed ignorantissima posizione (supportata da alcuni indizi) è che perfino i repubblicani (intesi come classe dirigente del partito) non vedano l’ora di toglierselo dal cazzo e ripartire.
Vedremo.
E’ comunque di grande aiuto vedere come, nonostante gli stessi media USA stiano impiegando tantissime risorse per non far attecchire il messaggio antidemocratico, falso e violento di Trump, in Italia i nostri sempre bravi giornalisti ci tengano a rilanciare ogni farneticazione dell'(Ex)Presidente con virgolettati privi di commento o rettifiche. Un po’ li capisco: sono abituati a cercare sempre e comunque il taglio controverso, che alimenti polemiche e scandali e che quindi generi click e questo caso, secondo loro, non fa differenza. Eppure questo atteggiamento non ha solo la grave colpa di essere completamente privo di etica professionale e quindi disgustoso agli occhi di chiunque cerchi informazione dagli organi di informazione, ma ha soprattutto la colpa, grave e innegabile, di legittimane dare adito a Salvini di fare sparate cospirazioniste pro Trump venendo tutto sommato percepito come credibile.
Se la stampa italiana avesse passato gli ultimi tre giorni a denunciare e censurare le bugie dell'(Ex)Presidente USA, le dichiarazioni di oggi di Salvini sarebbero state per moltissimi italiani semplicemente irricevibili e per lui stesso per lo meno sconvenienti se non deleterie. 
Invece può permettersi di parlare perchè nessuno si prende la briga di smentirlo, qui.
Altrove la questione è un po’ diversa:

Magari, se anche da noi qualcuno si prendesse la briga di fare il mestiere per cui viene pagato, certi mostri farebbero decisamente più fatica a nascere e, soprattutto, prosperare.